La mala educación

Il mio post non c’entra niente con il film di Almodóvar.

Sono dell’idea che il razzismo si insegni. Razzisti non si nasce. Idem vale per la religione: quante sono le chance che due persone se ne vengano fuori con la stessa idea di religione, se nessuno gliela racconta prima?! Zero.

Ripensando alla mia educazione italiana, sono giunta alla conclusione che mi abbiano insegnato il razzismo.

All’asilo ci facevano colorare i disegnini con i negretti nelle capanne di paglia e fango, gli indiani seduti per terra con le loro tende, i cinesini nelle pagode, e noi in una casa in muratura con mamma e papà che leggono il giornale, la TV, il divano, il telefono, la casa con giardino, il sole nel cielo, etc.

Per la cronaca, ho sempre frequentato asili cattolici ma non per scelta religiosa, semplicemente c’era posto solo in quelli. Forse le suore avevano fatto le missionarie in Africa da giovani, o forse semplicemente consideravano folkloristico farci imparare la diversità in quei termini, comunque sia, se oggi mi capitasse davanti un lavoretto dell’asilo su quel tono, non credo resterei zitta.

Con questo background educativo, ovvio che la prima cosa che uno si trova a pensare quando incontra un cinese/nero/indiano è che sia una specie di curioso animale fuggito dalla sua pagoda/capanna/tenda. Ricordo di essere rimasta scioccata a Londra quando ho visto delle persone di origine africana in giacca e cravatta e 24 ore. Avevo 19 anni e non avevo mai visto con i miei occhi una cosa tanto fuori dai miei schemi.

È difficile liberarsi di certe idee che ti inculcano in modo subdolo in tenera età che non sono mai state contestualizzate. Non metto in dubbio che ci sia stato un tempo in cui i cinesi stavano esclusivamente nelle pagode e non escludo che ci sia ancora qualcuno che ci viva, ma non è un esempio rappresentativo dei cinesi moderni o degli anni ’80.

Per fortuna ho avuto la possibilità di studiare l’inglese e di viaggiare, ma anche la volontà di aprire gli occhi e di ascoltare quelli che dicono che siamo tutti uguali.

Uscire dall’ignoranza si può, ma si deve volerlo o comunque bisogna incoraggiarlo. Molti miei coetanei sono ancora rimasti agli insegnamenti dell’asilo e non si fanno problemi a parlare in modo apertamente razzista, trovando pure appoggio nei nostri esponenti politici che ti fanno vergognare di sentirti italiano.

La mia definizione di razzismo è l’associazione di alcuni comportamenti a una etnia e non alle circostanze in cui si trova quella etnia. Non sono per il volemose bbene a tutti i costi, abbiamo tutto il diritto a odiare certi tratti di alcune culture, per esempio, se incentivano la misoginia o pratiche di mutilazione o di violenza contro certi soggetti, ma non di odiare le persone per il colore della loro pelle o provenienza geografica.

Articolo del Corriere sul tema.

Nell’immagine: uno dei bellissimi murales di Martín Ron, artista argentino

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