Ho sognato che…

Questa notte ho sognato che mi toglievano la patente per guida in stato di ebbrezza. Stavo tornando da una festa di laurea di un’amica e una volante mi aveva fermato.

Ricordo che ero disperata  e tentavo di far capire all’agente di non avere mai guidato dopo avere bevuto in vita mia, e quella era l’unica volta, l’unica eccezionale occasione in cui avevo bevuto un bicchiere prima di essermi messa al volante, e non si sembrava neanche di avere bevuto tanto, forse un bicchiere.

Avrei voluto che l’agente capisse la straordinarietà della cosa, cosa rappresentasse per me quella ultima festa con gli amici dell’università e il genere di cambiamento che stavo per affrontare.

Pensavo anche a come si fa a sapere in anticipo se quel bicchiere di quel tipo di vino specifico su questo mio corpo femminile di tot chili mi porterà oltre o no il limite etilico, e ne deducevo che c’erano troppe variabili per definire se le conseguenze delle mie azioni sarebbero state o no illegali…  ed era proprio questo il motivo per cui avevo già convenuto che la miglior scelta + non bere neanche un bicchiere, come facevo di solito, ma questa volta avevo fatto uno strappo perché era un’occasione speciale, un addio.

Volevo dire all’agente, ma temevo di finire nel solito cliché che cerca l’empatia del prossimo per fargli chiudere un occhio, “Pensi, bevo una volta e mi fermano e mi sequestrano non solo la patente ma pure il mezzo!”, proprio a me che stavo per lasciare l’Italia per sempre di lì a pochi giorni. L’avrebbe capito, l’agente, come ci si sente a partire e a chiudere un capitolo della propria vita, forse il più spensierato e divertente, mollare tutto e andare altrove? Secondo me stessa nel sogno, no, infatti non gli dissi niente.

Lui, con una vita probabilmente opposta alla mia. Lui, che non si era mai fatto troppe domande e probabilmente aveva inorgoglito la famiglia per essersi trovato un posto fisso statale, una botte di ferro a 20 anni. L’agente era quanto di più distante io potessi incontrare in quel momento, ne ero consapevole e ciò mi toglieva anche la voglia di tentare di comunicare con lui per cambiare la situazione.

Al contempo, mi rendevo conto che era irrilevante non avere mai compiuto quella infrazione prima. L’avevo compiuta una volta, e questo bastava per scatenare la situazione in cui mi trovavo. L’agente non aveva un volto né mi guardava in faccia, si limitava a interagire con il suo collega per coordinare il mio arresto. L’agente era grande, senza anima, con la divisa blu piccione degli sbirri e il casco degli agenti che vanno in moto; io mi sentivo piccola e inerme, ed ero muta. Sapevo che era inutile una qualsiasi mia azione, qualcun altro aveva già deciso cosa ne sarebbe stato di me.

Sentivo che gli amici dell’università erano lontani, ognuno già tornato alla sua città da anni, anche nel sogno ci eravamo lasciati solo qualche ora prima. Impossibile chiamarli per farmi aiutare, che so io… per farmi venire a prendere o per cercare di recuperare la mia auto – chissà dove l’avevano portata – chissà che vita facevano ormai i miei amici! Chissà che posto ero finita a occupare nei loro ricordi…

Nel sogno non provavo vergogna per l’arresto e il sequestro dell’auto, né ero preoccupata per la multa che avrei dovuto pagare o delle ripercussioni economiche del sequestro della mia adorata automobile. Nella vita reale credo proverei vergogna, ma nel sogno provavo solo genuina disperazione per trovarmi davanti allo stato, impotente e subito sgamata al primo sgarro, proprio come nel film I ladri di biciclette.


Tutto ciò che ho sognato è falso, ma mi ha lasciato un senso di inquietudine terribile.

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