The fair price

Sempre sulla scia delle mie riflessioni socio-economiche, oggi vorrei scrivere un post sul costo delle cose.

Siccome frequento solo la comunità di expat anglofona (quella italiana è introvabile), spesso leggo che si lamentano del prezzo dei vestiti qui in Argentina. È vero, i vestiti qui sono brutti e cari, di scarsa qualità, anche in conseguenza all’isolamento economico del Paese.

Come è possibile che in paesi del primo mondo, come gli Stati Uniti o l’Italia, dove il costo della vita è più alto, ci siano vestiti di qualità migliore a minor prezzo? Semplicemente, sono importati. Tutti noi ci siamo chiesti almeno una volta nella vita come è possibile che una maglietta prodotta a Guangzhou e trasportata fino in Italia costi meno che produrla in Italia.

La risposta la sappiamo bene: sweatshops! Ovvero fabbriche-lager, moderna schiavitù possibile solo in certi paesi con la connivenza del governo locale. Però ce ne dimentichiamo quando andiamo al supermercato o ai grandi magazzini e peschiamo i nostri vestiti a basso costo tra le centinaia Made in Macau, Made in China, Made in Hong Kong, Made in Mexico.

Ogni volta che compriamo un prodotto realizzato in questi paesi, stiamo dicendo “sì” allo sfruttamento di una persona in Asia, Africa o Sud America. Siamo un po’ tutti responsabili del capitalismo e delle sue scelte malate, delle violenze e degli abusi che porta: lontano dai nostri occhi, lontano dai nostri cuori e soprattutto lontano dai nostri portafogli.

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The real fashion victim 😦

Con questa presa di coscienza, ho cominciato a riflettere sulle cose che possiedo: cerco di averne sempre di meno, ma di buona qualità o comunque di ottenerle senza dover maltrattare nessuno. Non mi importa avere 20 magliette di 20 colori, non mi dà fastidio mettere sempre le stesse tre combinazioni di vestiti, non dipendo dalle cose che indosso.

Non è sempre stato così: quando ero adolescente in Italia, il top per me era vestire Nike perché facevo molto sport. Poi al liceo ho conosciuto gente che metteva le polo di Ralph Lauren e girava con le Prada ai piedi. Quella polo con un cavallino che fino al giorno prima mi sembrava uscita da un supermercato, il giorno dopo era diventata un oggetto del desiderio irrinunciabile. Giri assurdi per outlet e spacci segreti per trovare questi piccoli tesori a poco costo… senza sapere che costavano tanto solo perché c’erano persone stupide come me a desiderarle!

A thing is a thing, not what is said of that thing.

(Birdman, 2015)

Adesso ho imparato a trascendere dalle cose che ho, e la mia autostima non passa più per il logo che indosso o per il mio modello di cellulare. Mi mette tristezza e pena vedere le comitive di italiani 40-50enni tutti griffati allo stesso modo, quanta insicurezza dietro a quelle Hogan, a quel Moncler, a quelle Timberland tutte uguali! La loro adolescenza non è ancora finita e forse non lo sarà mai.

child labour

Il lavoro minorile nel mondo

In Argentina la gente ha meno soldi che in Italia, eppure è più felice. È completamente irrilevante cosa una persona abbia indosso, arrivare a conoscerne a memoria il guardaroba non è segno di imbarazzo, non importa se una maglietta è bucata o un pantalone sporco. Non sono infelici per non potersi permette l’ultima collezione di X, o la maglietta di Y perché la moda qui non esiste.

Venendo in Argentina ho preso le distanze dal mondo consumista filo-americano e mi fa strano leggere nei blog statunitensi della loro esigenza di decluttering, cioè di liberarsi del superfluo: problemi da ricchi. Io punto sul no-clutter!

moclutter_graphAvere poche cose mi fa sentire più libera, libera di traslocare, di cambiare paese, o almeno di pensare di poterlo fare agilmente, qualora lo volessi. Ho sentito gente abbandonare l’idea di cambiare casa perchè “ha troppe cose”. Secondo me, molta gente ha perso di vista l’obiettivo: la felicità non passa dalle cose, ma dalle esperienze!


Se ti è piaciuto questo post, ti consiglio di leggere anche quest’altro: La meta

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