Orto!

Come italiana, mi sentivo avvantaggiata nel mondo della truffetta, ma gli argentini mi hanno ahimé sorpreso. Quello che mi frega è la scarsa pazienza, una bassissima tolleranza alla frustrazione e il fatto che sono donna.


La storia va come segue: ero in fiera e ho visto uno stand dove vendevano un prodotto. Ho chiesto il prezzo e ho capito un numero. Ora dovete sapere, che possono capitare due situazioni quando uno è all’estero e parla una lingua straniera:

  1. la prima è quella in cui non capite e vi rendete conto di non avere capito. Per ovviare, basta chiedere di ripetere il prezzo o di scriverlo su carta.
  2. La seconda, la peggiore, è quando siete convinti di avere capito, ma in realtà non è così.

L’episodio di ieri ricadeva ovviamente nell’ultimo caso. Io ho capito “ciento la chica, cientocincuenta la mediana“. Al momento di pagare, il mio argentino ha cominciato a sganciare la grana, gli Evita (biglietti da 100 pesos) non finivano più. Siamo arrivati a 550 pesos e io sono rimasta ammutolita: mi vergognavo di aprire bocca perchè era già un quarto d’ora che tenevo in ballo i venditori, chiedendo di vedere i vari modelli piccolo e medio, facendo considerazioni varie sui prodotti.

Per inciso, tra le mie considerazioni esternate figuravano “è un prezzaccio…” e il confronto con un altro prodotto il cui prezzo avevo capito giusto ($350) e che ho definito meno conveniente di quello che avevo inteso costare $150. Nessuno mi ha fatto notare che 550 > 350: si sarebbe chiarito tutto, sempre per inciso.

Così prendo il prodotto, giro l’angolo dello stand, e dico amareggiata al mio argentino “Però che prezzo! io non avevo capito“. BOOOM! Apriti cielo. Mi trovavo a scegliere tra un marito incazzato e affrontare il negoziante. In queste situazioni, è bene ricordarsi sempre che uno dei due verrà a casa con voi.

Così mi reco sola allo stand e spiego che non avevo capito il prezzo, che $550 sono cinquanta dollari dello zio Sam, mica pizza e fichi. Il tipo ne conviene ma mi dice “però il ragazzo che era con te capiva bene” e che “avevo visto i soldi mentre pagava”. Entrambe cose vere. Ma che già sapevo.

banda onesti

Il tipo mi dice che se voglio mi può cambiare il prodotto, ma io gli dico che il punto non è il prodotto, il punto è quanto ho speso. E lui mi dice “troppo tardi, ormai ho fatto la fattura”. Gli dico che a me non ha dato nessuna la fattura… E lui mi dice, “Come no, ora ti faccio vedere…”. Io gli dico che glielo sto chiedendo per favore di restituire il prodotto e andarmene via coi miei soldi.

Lui mi riguarda con aria mariuola e mi dice “Eh, bisogna aspettare il padrone, vedrà lui…”. Gli rispondo che è lui il padrone, perché un dipendente vestito Dior non si è mai visto (ricordate che siamo in Argentina, Dior non esiste neanche qui). Lui fa finta di non capire/sentire.

Allora domando quando apparirà questo fantomatico padrone, e mi dice laconico “Sono le 16:30, forse alle 18:00… chissà!” e gli dico che avrei aspettato, anche se secondo me mi stava prendendo in giro raccontandomi cazzate (es una pelotudez). Quello ha detto “Ah però vedi come lo parli lo spagnolo adesso!” e lì ho perso la trebisonda, perché il commento razzista era ben fuori anche dal galateo della napoletanità.

A quel punto mi sono partiti vari paralleli tra truffatori napoletani e argentini, che vi risparmio.cucu

Quindi ri-giro l’angolo, scambio due parole con il mio argentino, il quale si incazza come una bestia, torna indietro al negozio e parla con il tipo e gli dice che abbiamo preso il prodotto 30 secondi fa e che la fattura non ce l’aveva mica data. Lui sornione tira fuori una fattura per 550 pesos (!) e gli dice di prendersela (anche nel culo, a giudicare dallo sguardo).

Seguono momenti tesi, quasi si arriva alle mani.

Il mio argentino però si ostina a voler fare l’europeo, cerca un vigilante e chiede di parlare con qualcuno della sicurezza, e veniamo mandati al gabbiotto della security, dove esce un altro esemplare di argentinus menesbattus sulla sessantina che sempre laconicamente dice che non è affar suo, che quella è la sicurezza, che ciò che succede nel padiglione non è di loro competenza e che si tratta di una transazione tra privati senza obbligo di ricevuta. Insomma, “Andatevene e non mi rompete…”

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Morale: il mio argentino, ormai coi giri a mille, dice di volere chiamare l’agenzia delle entrate argentina. Gli faccio notare che non solo non sappiamo il nome del negozio (non avendo la fattura), ma pure il sacchetto che contiene il prodotto è anonimo e il prodotto non reca etichetta alcuna. Allora si impunta per voler rientrare e fare la foto allo stand per poi scrivere a mezzo mondo, all’organizzazione della fiera, all’agenzia delle entrate, ai giornali e al Papa.

Gli faccio notare che visto l’atteggiamento nazionale non otterrebbe riscontro, perderebbe solo tempo, ecc. Alla fine riesco a disinnescarlo e ce ne andiamo. Incazzati come due iene.

In un sussiego di eventi degno di Relatos Salvajes, pure nel tragitto verso casa riusciamo a non calmarci. Incombendo, nell’ordine, in uno che in treno non si alza per far sedere una donna incinta, nonostante le richieste (flebili) del pubblico, e in uno che scavalca il torniello dell’ingresso alla stazione sotto gli occhi del controllore, il quale, a sua volta, apre la porta e fa passare la gente senza pagare a chi glielo chiede.

Negli ultimi 100 metri verso casa incrociamo anche uno che butta la carta per terra, ma ormai ne va delle nostre coronarie e ci limitiamo ad accelerare il passo per evitare di incontrarne altri. Torniamo a casa e la proclamiamo territorio autonomo.

…e quindi, cosa c’entra l’orto? Qui con orto si indica il buco del culo… Vedete che c’entra!

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PS: l’epilogo vuole che nessuno mai rispose ai numeri di telefono dell’organizzazione della fiera. Alla fine avevo ragione io: non ci avrebbe cagato nessuno.

PPS: cercando solidarietà con la famiglia argentina, raccontiamo tutto quello che avete appena letto. E ci sentiamo dire che il tipo ha fatto bene a non alzarsi perché le donne incinte se ne approfittano e anche chi torna dal lavoro ha diritto a sedersi. Is this real life? Or is it just fantasy?

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3 pensieri su “Orto!

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