Quello che le blogger non dicono

L’anno scorso (in realtà il mese scorso), Tiziana del blog Ero Lucy raccontava un dietro le quinte della vita delle blogger. Uso il femminile perché i blog con racconti di vita sono quasi sempre di donne.

In breve, nel suo post si sfogava perché molta gente taglia le braccia a chi parla della propria vita all’estero: in un senso perché “lì all’estero è tutto più facile, non sai qui in Italia…” e nell’altro in quanto expat si viene un po’ accusati di avere scelto la scappatoia facile e di aver quasi abbandonato i compaesani italiani. Quindi, noi emigrati si dovrebbe stare zitti.

Io non ho mai vissuto l’esperienza di Tiziana, l’Argentina non esercita lo stesso fascino della Florida e nessuno verrebbe a dirmi “Ah beh, ma tu sei comoda in Argentina!“, però ciò che racconta Tiziana mi ha dato molto da pensare e ho deciso di spezzare una lancia a suo favore.

Cercherò di evitare di scivolare nel genere lagnoso che cerco di tenermi per me – il rischio in cui si potrebbe incappare se si cominciasse a scrivere di tutte le cose negative che si incontrano nella vita da expat.

Ho letto vari blog di italiani all’estero ed evito quelli che sembrano scritti da persone con indosso gli occhiali rosa a forma di cuore e sanno solo decantare di quanto è ffffigo fare la spesa da Walmart mentre in Italia devi pure andare a prenderti il carrello da sola. Ci sono persone che espatriano in vari contesti (leggi: al seguito di un marito in carriera con generoso stipendio e moglie a casa libera di sfogarsi con la carta di credito) e naturalmente io cerco e leggo esperienze più vicine alla mia.


 

Spaccato di vita argentina #1 – Non riesco più a cucinare

Prima di partire per l’Argentina sfornavo ogni ben di dio, facevo in casa pane e pizze, dolci, secondi, e una volta imparato bene a fare i miei piatti preferiti mi sono sentita pronta per poter sbarcare in qualsiasi angolo del globo, certa di saper riprodurre tutto.

Niente di più sbagliato, almeno qui in Argentina: non sono ancora riuscita a fare una pizza degna di questo nome perché la farina è troppo debole, e no, non si può ordinare la manitoba su Amazon, perché qui non esiste (né la manitoba né Amazon). E se provi a parlare con pizzaioli o cuochi, e gli chiedi del lievito madre, ti guardano come se venissi da Marte.

Poi, chi si immaginava che il sale sala meno e lo zucchero è meno dolce. O che il sale fino è così fino che con il mio salino italiano scende in caduta libera. Che dire poi della cucina (rigorosamente a libera installazione), che qui è interamente a gas ed io ho tutti gli stampi in silicone, che si sono anneriti (cucinati) e seccati e chissà che schifo di tossine mi sono mangiata cucinandoci dentro.

Spendiamo altre due parole sulla cucina, che è la piaga di casa mia: il forno a gas basico con due posizioni: spento e massima, una regolazione “a occhio”, senza luce nel forno, con la guarnizione che si stacca e dopo un’ora che va a tutto spiano non ci si riesce neanche a stare davanti per usare i fornelli da tanto è caldo e per girare la manopola e spegnerlo bisogna usare la presina.

Questa mattina ho dovuto buttare due torte magiche al limone perché non si sono cotte in mezzo e perché non erano neanche dolci: sembrava una lasagna. E la cheesecake che ho fatto ha i bordi bruciati, ma era l’unico modo per cuocerla anche in mezzo.

Non mangio un fico decente da tre anni, perché quando sono tornata in patria non era stagione e qui in Argentina i fichi sono rari come i tartufi in Italia e quando li trovo sono sempre secchi: che qualcuno gli spieghi che devono essere morbidi e dolci. Non sarebbe male poter scegliere tra fichi verdi e neri, ma non pretendiamo troppo.

Parlando di tartufi, apriamo una parentesi sui funghi: qui, ovviamente, i tartufi e i porcini non sanno neanche cosa siano. Sono invece considerati pregiati i funghi champignon, quelli che in Italia sono considerati non-funghi. Ma tanto loro li coprono di formaggio, per cui chissenefrega se neanche sanno di funghi!

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Spaccato di vita argentina #2 – Non riesco più a godermi un pasto in compagnia

In Italia ero una brava anfitriona: ogni tanto invitavo gli amici e cucinavo per 4, 6 o 8 persone. Tutto: dall’antipasto al dolce. Cominciavo con il menù il giorno prima e finivo giusto mezzora prima che arrivassero gli ospiti. E poi si gozzovigliava e chiacchierava amabilmente fino alle 2 del mattino con gli amici di sempre.

Qui ho ben presto smesso di organizzare cene: a parte che gli unici invitati erano i parenti di mio marito, ma sfiga è che sono tutti argentini. Il che significa che non ci posso conversare in scioltezza per il problema della lingua, ma anche che loro non apprezzano la mia cucina né il cerimoniale dell’ospitalità italiana.

Ad esempio, disdicono la loro partecipazione alle 19:30 “perché piove”* oppure “perché hanno mangiato troppo a merenda”. Ed io come una pirla che sgomito in cucina dalla mattina. Oppure chiedono sempre il maledetto formaggio fuso su qualsiasi cosa, inclusa la peperonata o la pizza con la mozzarella di bufala pagata 20 euro, perché gli sembra tutto insipido.

*[La pioggia sta agli argentini come la neve sta a gli italiani: quando piove, la gente non esce di casa, a volte neanche per lavorare. Comunque sì, vendono gli ombrelli anche qui.]

Mi sono resa conto di quanto mi mancasse una serata in compagnia settimana scorsa, quando una coppia di amici è venuta qui in vacanza dall’Italia e siamo usciti insieme a cena. Credo di avere parlato a valanga tutta notte, senza neanche rendermi conto di sembrare una radio. (Poverini!)

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Spaccato di vita argentina #3 – Non riesco più ad avere una conversazione divertente

Le conversazioni che possiamo avere nella nostra lingua madre, oltre ad essere più ricche dal punto di vista linguistico, hanno anche una dimensione culturale che è difficile ritrovare nella seconda lingua. Riferimenti a luoghi, persone, eventi, figure di pensiero si perdono. A volte, più banalmente è diverso il senso dell’umorismo, del rispetto o del pudore.

If you talk to a man in a language he understands, that goes to his head. If you talk to him in his language, that goes to his heart.

Nelson Mandela

Per esempio, in Italia è sempre facile fare battute su uomini e donne, sul genere “l’uomo allupato” e la donna “nevrotica”. Provate a farle con uno statunitense e vi faranno un sorriso di circostanza, torneranno a casa e penseranno che siete volgari o sessisti o rozzi. Fatele con un argentino e magari avrete più chance di strappare un sorriso, ma la donna argentina non risponde al cliché della femmina che provoca e poi fa la stronza, né alla donna iperperfetta e nevrotica che rispecchia l’italiana del nostro secolo. E l’uomo tutto calcio e birra è lo standard, non ci vedono niente di rozzo o di scarsamente intellettuale.

Ve lo dico sinceramente: conversando in inglese o in spagnolo non mi è mai venuto da ridere fino alle lacrime. Al massimo da sorridere. E siccome sul vocabolario e sulla spontaneità sono in difetto rispetto all’italiano, uso molte più smorfie e interiezioni tipo “Really?” “Oh my god!” “Seriously?” “De verdad?!” “En serio?!” “Dejáme de joder!“. La gamma delle stesse è ridotta e ripetitiva, di sicuro quando parlo inglese o spagnolo sono una persona diversa da quando converso in italiano.

E questo significa che sento di non riuscire mai ad esprimermi e ad esprimere la mia personalità appieno.

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Spaccato di vita argentina #4 – Non riesco più ad avere una conversazione intellettuale

Riagganciandomi allo spaccato #3, aggiungo che il livello intellettuale delle conversazioni che riesco ad avere all’estero o in lingua straniera sono sempre due spanne sotto a quello italiano. Per prima cosa non ho amicizie profonde ma solo conoscenze superficiali. Se ogni volta che partecipi a un evento sociale devi ripartire da zero con le presentazioni, parlerai sempre delle solite cose superficiali “Da dove vieni?” “Da quanto vivi qui?” “Perché sei venuta qui?” “Cosa fai nella vita?” “Ti manca il tuo paese?” “Ma i tuoi sono venuti a trovarti?” “Di che parte dell’Italia sei? Io sono stato/a in vacanza a Roma qualche anno fa…” “Ti piace qui?”.

In secondo luogo, esprimere concetti forti al primo incontro può sembrare sfacciato in altre culture e il rischio è di guadagnarsi una fama di intransigente o di maleducato.

Vi faccio un esempio. Ieri ero a una grigliata in campagna con un’altra quindicina di stranieri. Uno di questi, che presagivo avesse una qualche origine italiana dai tratti somatici, mi ha chiesto se qui in Argentina mi sento spesso chiamare Tana. Tano (femminile Tana) è uno slang di Buenos Aires che viene usato per indicare gli italiani emigrati in Argentina. La parola deriva da napoletano e per estensione viene appioppata a tutti gli italiani, che vengano da Mestre o da Bari. Ora provate in Italia a dare del napoletano a qualcuno che non è di Napoli…

Ma come fai a spiegare a uno straniero cosa rappresenta Napoli nell’immaginario italiano? Insomma, se uno mi chiamasse napoletana non lo prenderei di certo come un complimento! Anche qui tano è usato anche in senso dispregiativo, un po’ come ebreo in italiano. Se sei ebreo, non ti offendi. Ma se non sei ebreo, probabilmente non la prendi bene!

Chiusa la parentesi napoletana, quello che voglio dire è che tenere una conversazione intellettuale significa intessere un discorso partendo da alcune basi comuni con l’interlocutore, ma quando parli con uno straniero questi punti potrebbero non esserci o non avere gli stessi connotati che gli diamo noi. La trama è spesso impossibile da intessere, più facilmente diventa un insieme confuso di fili e più li tendi o ne aggiungi più si ingarbugliano in un gomitolo troppo complicato per essere districato.

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Spaccato di vita argentina #5 – Non riesco più ad imparare cose nuove

Molte delle cose che so le ho apprese da altre persone. Fatti che vengono raccontati, informazioni tramandate, trucchi e nozioni comunicate informalmente a tavola, scoperte che si fanno esplorando altre città.

Dalle cose banali relative alla cucina o alle tradizioni, a fatti più complessi che riguardano la storia o la politica. Ho avuto la fortuna di avere avuto nella mia vita italiana molti adulti che hanno saputo trasmettermi le loro esperienze per arricchire la mia vita (specie uno zio che ci tiene molto a tramandare ai nipoti ciò che ha imparato, lo considera la sua eredità per le generazioni a venire).

Quando invece parlo con argentini, tutto ciò non esiste. Contestualizziamo: quando qui a Buenos Aires mi è capitato di parlare con i locali, non hanno saputo condire il discorso e renderlo interessante e stimolante come lo sa fare un nostro connazionale.

Banalmente, il cibo in Italia ha una posizione di primo piano: dalle ricette di famiglia ai piatti tipici di una città, alle tradizioni gastronomiche o culturali, fino al quotidiano scambio di consigli su dove comprare i formaggi più buoni o i ravioli migliori, o ai piatti della tradizione in occasioni particolari. Il cibo aggiunge una dimensione alla vita degli italiani, il cibo è tutto un suo mondo.

Per l’ultimo dell’anno ho chiesto in giro se ci fossero tradizioni particolari: che so io, qualcosa di analogo al mangiare le lenticchie perché simboleggiano monete e quindi prosperità economica per l’anno a venire. Oppure cucinare un piatto particolare o fare qualcosa per scaramanzia (tipo il nostro indossare intimi rossi).

Chiariamoci, non do molta importanza a quelle cose: non ho intimi rossi e non ricordo l’ultimo capodanno in cui ho mangiato cotechino e lenticchie, però sono un divertente argomento a tavola e introducono una variante all’ordinarietà. Qui non esiste nessun piatto per le occasioni speciali: a Natale, Capodanno, Pasqua, quellochevolete ognuno fa quel che gli pare, in genere le stesse cose che fa negli altri 362 giorni dell’anno.

A parte il cibo, in generale gli argentini che ho conosciuto non sono molto curiosi per gli aspetti pratici della vita: una volta che hanno un tetto sopra la testa e una sedia sotto al didietro sono felici. Non gli interessa semplificarsi la vita, migliorare l’estetica della casa né conoscere cose nuove con cui eventualmente arricchire la propria esistenza o viaggiare.

Mi è capitato di vedere gente sbavare per uno scola verdure di quelli da appendere nel lavello. Possibile che un oggetto così banale non esista in Argentina? Da quel momento ho cominciato a vederlo ovunque, però sembra che qui la gente non veda ciò che non conosce già.

E quando ho un dubbio linguistico o sono curiosa dell’origine di un modo di dire, la gente alza le spalle: non si è mai chiesta il perché delle cose, semplicemente le ha conosciute così.

Allora cerco su Internet, ci sarà pure qualcuno che due domande se le è fatte, qualcuno che abbia scritto le risposte. Invece non trovo molto. Non trovo blog di cucina tradizionale argentina, non trovo notizie sulle tradizioni in occasione delle festività perché qui ognuno ha le sue festività religiose e quelle civili non recano altro che un giorno segnato in rosso sul calendario. Dietro a una ricetta non c’è mai una storia, non interviene nessuno per contribuire con un aneddoto o una variante locale.

Insomma qui manca cultura, manca storia, manca tradizione. È un grigiore culturale che trovo deprimente e noioso.

Daumenabdruck in italienischen Farben

 

*Se siete italiani e leggendo questo post vi sente sentiti un po’ meglio e un po’ migliori, allora ho colto nel segno.

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24 pensieri su “Quello che le blogger non dicono

  1. È una tragedia vivere in Argentina, per riassumere in due parole. Puoi fare da pungolo agli indigeni con le tue domande obiettivi cercare qualche mente reattiva. Di certo da italiana cresciuta in Italia senti tutte le differenze, anche quelle impercettibili

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    1. È una tragedia cambiare vita, in generale. A volte penso a quanto hanno sofferto gli emigranti di 100 anni fa, senza facebook, senza skype, senza internet e senza foto. Gente che partiva alla volta di un paese di cui aveva solo sentito parlare per sentito dire, con pochi resoconti di prima mano, con zero programmazione, senza la possibilità di studiare la lingua in anticipo o anche solo di seguire dei corsi di lingua quando arrivati. Che vendeva tutto e s’imbarcava alla volta dell’ignoto e che salutava la sua terra per l’ultima volta. Noi siamo tutti privilegiati! Però trovo utile spiegare che per quanto ci si lamenti dell’Italia, andare a vivere all’estero non significa vincere alla lotteria!

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      1. Sono convinto che vivere nel proprio paese di nascita sia meglio che non andare lontano. Non ho mai pensato che chi va fuori dall’Italia lo faccia per vedere l’effetto che fa ma perchè costretto da altre situazioni (lavoro, affetti, studio, varie ed eventuali)

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  2. A parte che se mi dessero del napoletano non mi offendo, in quanto io sono napoletano. 🙂
    Sui punti della cucina, devo dire che noi in Cina abbiamo mantenuto le buone tradizioni. Facevamo spesso pranzi o cene in compagnia: certamente non era facilissimo avere proprio tutto a disposizione, ma diciamo che alla fine riuscivamo a cucinare abbastanza.
    Sui punti successivi, devo dire che mi trovo completamente d’accordo. Indubbiamente il dialogare nella lingua nativa porta a tutti i vantaggi che hai detto tu. E diventa inevitabilmente un limite, nei rapporti personali, il dover parlare una lingua che non si possiede al 100%.

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      1. Frequentavo principalmente italiani. I cinesi sono molto lontani dal nostro modo di vivere le relazioni. Generalmente avevamo relazioni con ragazze cinesi che erano compagne/mogli di amici italiani.
        Avevamo anche contatti con altri expats di altre nazionalitá, ma meno frequenti.

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  3. Ma lo sai che questo post è proprio bello? Ben scritto, ben articolato, ben sviluppato? 🙂
    Io ho trovato difficile vivere all’estero solo quando mi sono trasferita in Svezia.
    In Spagna, Francia e Turchia mi ero adattata molto prima e pensavo (pensa l’ignoranza!) che pure l’Argentina fosse simile, perlomeno nei concetti di convivialità e ospitalità.
    Mi sembra che tu come me, sia molto curiosa e non stia frequentando un ambiente stimolante da quel punto di vista. Hai provato a cercare corsi, circoli, gruppi di lettura o di dibattito? A volte ci ritroviamo a vivere in un contesto che non è quello che vivevamo in Italia e veniamo portate a generalizzare.
    Per esempio, quando mi sono trasferita in Spagna ho lavorato per dieci mesi all’aeroporto. Per me era un affare: facevo i turni notturni, prendevo di più, era part time, e all’ora di colazione ero a casa, con tutta la giornata a disposizione. I miei colleghi erano però o padri di famiglia costretti a fare il doppio lavoro o ragazzi che si erano stancati di studiare, senza ambizioni che non fossero lo stipendio a fine mese. Quando mi sono trasferita il mio livello era intermedio ed ero molto curiosa sia della lingua che della cultura in generale. Ma le persone con cui ero a contatto tutti i giorni non erano fonti di ispirazione né di conoscenza. Questo senza nessun giudizio o critica, eh. Semplicemente a volte capita di trovarsi nel contesto sociale diverso. Siccome volevo passare il DELE c2 mi iscrissi ad un corso di spagnolo avanzato finalizzato all’esame. E lì trovai persone come me: stranieri curiosi che non avevano perso la voglia di imparare. Divenni amica pure dell’insegnante e una delle compagne di corso divenne un’amica insostituibile, con cui potevo avere le stesse conversazioni che avevo con le amiche italiane e visitare mostre senza sentirmi “snob”.
    Prova!
    Un abbraccio!

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    1. Sicuramente questo è il problema: lavorando come freelance da casa non ho contatti con “pari” e quindi mi trovo a frequentare solo i parenti di mio marito. Avevo trovato 3 amiche, di cui una argentina, ma pure lei sta per trasferirsi all’estero. Messaggio subliminale del destino? 😀

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  4. Mi è piaciuta molto l’argomentazione e la struttura di questo post, è sempre interessante scovare punti di vista nuovi degli italiani all’estero o di persone alle prese con una cultura diversa. E molte delle tue osservazioni sono assolutamente giuste, come il sentirsi meno divertenti quando si cambia lingua o le diverse regole di socializzazione. Ci sono però anche alcuni punti in cui ho storto un po’ il naso, te lo confesso 🙂 Ma forse è il mio modo diverso di pensare: dopo tanti anni fuori casa ho smesso di fare continuamente il confronto con l’Italia, anzi – quando qui a Barcellona sento italiani che decantano le bellezze e fantasticherie dell’Italia e del cibo e della ricchezza culturale, mi viene un po’ da ridere, semplicemente perché l’Italia è a UNA ora di volo, non è che stiamo vivendo dall’altro lato del mondo, come nel tuo caso (e la percentuale di italiani a Barcellona è forse più alta che in certe periferie di metropoli italiane, con annessi ristoranti, usi e costumi). Immagino che quando si vive lontanissimo come nel tuo caso, sia in qualche modo consolatorio ripensare alle cose belle del nostro Paese e il cervello fa automaticamente il confronto. Ma quello che mi stupisce del tuo racconto è che non citi mai una volta il fatto che l’Argentina – per lo meno Buenos Aires – è fondamentalmente fatta da italiani. Quando sono stata lì, quasi tutti gli argentini che incontravo avevano origini italiane! Dal tuo racconto ho ritrovato molti degli aspetti che ho visto anche in Australia, quando sono andata a trovare i miei zii emigrati a Melbourne da 35 anni: sono ancora italianissimi, e vivono circondati da italiani, ma certe cose le hanno perse. Non le hanno potute applicare nel loro Paese di accoglienza, di conseguenza i loro figli sono cresciuti sentendosi “italiani” ma poi quando ci parli ti rendi conto che di italiano hanno ben poco. Poche tradizioni, poco cibo tipico che si mantiene, influenzato dagli ingredienti locali: mi viene facile immaginare che lo stesso “appiattimento culturale” si sia verificato anche in Argentina. Credo sia normale che questo succeda in un Paese che ha accolto delle ondate migratorie così ampie e persistenti. La gente arriva in un nuovo Paese e cerca subito di adattarsi, a volte rinunciando alla sua identità, pur senza accorgersene. Ce ne rendiamo conto noi, da italiani, quando li andiamo a visitare o ci trasferiamo in questi Paesi. Non biasimerei tanto gli Argentini per questo, ecco 😉

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      1. Esatto, è proprio quello che volevo dire. E sono gli stessi che hanno creato quel sostrato culturale “appiattito”, figlio di tradizioni dimenticate e molti adattamenti. Secondo me è naturale che un Paese creato da emigrati abbia quelle caratteristiche che noi, italiani nati e cresciuti in Italia, interpretiamo come “mancanza di cultura, di storia, di tradizione. Un grigiore culturale deprimente e noioso” – per riprendere la tua chiusura.

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  5. Io credo che nel caso specifico dell’Argentina si debbano considerare vari elementi che hanno contribuito al “grigiore” di cui parlo nel post: alcuni sono comuni a tutti gli emigrati, altri sono tipici di questo Paese.
    1) Con il tempo le tradizioni si perdono perché la diversità culturale si plasma verso una nuova identità. Lo considero inevitabile e anche positivo, guardo con molto sospetto le comunità negli USA molto più chiuse che continuano a fare quello che facevano i loro antenati 400 anni fa, ma lì sono arrivati più gruppi numerosi ed eterogenei, qui i grandi gruppi erano due: italiani e spagnoli.
    2) Alcuni ingredienti non erano disponibili qui e altri erano invece abbondanti. Così per esempio gli italiani erano sorpresi dalla grande disponibilità di carne e hanno cominciato a infilare carne anche nei loro piatti italiani dove la ricetta “tradizionale” non la prevedeva o ne prevedeva in quantità minore. Qui un piatto di pasta al pomodoro è da intendersi con pomodoro, aglio, cipolla, sedano, carota, carne, peperone…. praticamente al ragù.
    3) La distanza dell’Argentina con il resto del mondo “europeizzato” è grande – l’Argentina è molto isolata geograficamente perché i paesi confinanti non condividono la stessa abbondante emigrazione italiana (si pensi al Paraguay o alla Bolivia). Almeno l’emigrato in Germania o in Inghilterra ha più possibilità di mantenere contatti con una cultura simile a quella italiana perché magari si trova al confine con la Francia o con la Svizzera che hanno culture simili.
    4) L’Argentina è nata come una “seconda Europa” e a metà del 1800 era un Paese avanzatissimo dove veniva la crème de la crème intellettuale europea. Hanno fatto grandissime cose: palazzi, opere, teatri, boulevard, musei. Di cui molti sono stati abbattuti poco dopo quando il Paese si è sudamericanizzato. Vedi, la debacle di Mar del Plata di cui parlavo nel post https://versioneargentina.wordpress.com/2015/12/29/mar-del-plata/.
    5) La sudamericanizzazione dell’Argentina, nel senso il taglio del cordone ombelicale con l’Europa alla ricerca di un’autoaffermazione nazionale, ha comportato una presa di distanza da tutto ciò che era europeo (e più “civilizzato”) a favore dello strato popolare e popolano. Gli ultimi 12 anni di “dominio” Kirchnerista hanno raso al suolo il livello intellettuale, scolastico, civico della nazione. Vivere in tuta da ginnastica, parlare lo slang locale, tifare la nazionale e gridare “Somos Argentina!” è stato incentivato e sovvenzionato dal governo di Nestor e Cristina Kirchner. Adesso il Paese sta pagando carissimo la politica dei K che era di sovvenzionare tutto per far felici i poveri… e mandare in bancarotta il Paese.

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  6. Ho vissuto in Cina: per farti un’idea, ti basta moltiplicare per 100 le tue considerazioni sulla difficoltà di “comunicare” (concetti e punti di vista), sulla piattezza culturale (riferito alle ultime generazioni), sul cibo e sulla difficoltà DI MANGIARE (figurarsi cucinare), etc. etc..
    In argomento “tano”, ed “ebreo”, obiettivamente avrei meglio precisato, onde evitare al lettore superficiale di aver l’impressione che tu possa trovare disdicevole anche in Italia che ti diano della napoletana, o in Palestina che ti diano dell’ebrea.
    Però questo mio pensiero è probabilmente inquinato dal feroce complesso di superiorità dall’essere siciliano, che mi divora le viscere quando mi ritrovo a confrontarmi con un “non terrone”! 😉 (non sono bravo con le emoticon, ma è chiaramente una battuta!!)

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    1. A me dà fastidio lo stereotipo dell’italiano che hanno all’estero (non solo in Argentina) che è praticamente una caricatura, associato con tutti i comportamenti più gretti possibili, furberia, spontaneità, il mito della mamma e la pasta mangiata tutti i giorni.

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