Bastoni e carote

Da quando vivo a Buenos Aires ho notato tre cose:

  1. Lo standard è più basso, questo vale per qualsiasi cosa, dai beni ai servizi
  2. Ci sono delle eccezioni/eccellenze, in genere ben nascoste
  3. La gente è più felice

 

Ci sono numerosi negozi che vendono cazzate e non ho idea di come facciano a sopravvivere. Vicino a casa mia, in una galleria secondaria hanno appena aperto un negozio che può vagamente somigliare a una giocattoleria. Vende giocattoli, ma ha solo 10 giochi, principalmente bambolotti e pupazzi, salvagenti e giochi per la spiaggia. Dietro l’angolo c’è un’edicola che è aperta dalle 8 alle 14 dal lunedì al venerdì e che vende solo riviste, ma non quotidiani. Il banchetto del fiorista, invece, non si capisce quando ci sia e quando non ci sia. Gli altri negozianti dicono che viene quando gli gira.

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In generale, nei negozi di ortofrutta manca sempre qualcosa, e ciò non dipende dalla stagionalità. Vai nello stesso negozio a distanza di 4 giorni e i pompelmi non ci sono, gli avocado neanche, le angurie finite. Non si sa quando arriveranno. I banchi frigo neanche esistono, di notte mettono la verdura nel retrobottega o in garage. Eppure sono lì da un secolo.

Sull’avenida qui vicino c’è quello che sembra essere un enorme negozio di articoli per le feste, ma non hanno le banali teglie di alluminio rettangolari, in compenso le hanno rotonde, per plumcake, monoporzione, da microonde, ecc. oltre a 50 tipi di pupazzetti da mettere sulle torte per qualsiasi occasioni: battesimi, comunioni, cresime, quinceaneras (la festa dei 15 anni), compleanni. Ma per i matrimoni no, non hanno niente.

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Allo stesso tempo, in un bar qui vicino il giovedì fanno un sushi buono da morire. Ovviamente solo di due tipi, avendo tipo 30 coperti e solo a pranzo e altre voci sul menù. Il cuoco credo sia giappo-peruviano e mi parla in un inglese perfetto (io gli rispondo in spagnolo, ma vabbè). E ci sono ristoranti di sushi da tutte le parti che fanno schifo e sono carissimi, poi vai nel bar di quartiere e trovi questo ben di dio.

In un ristorante italiano (vero) di Buenos aires ho mangiato il panettone più buono della mia vita; il padrone lo fa fare a 700 km dalla Capital perché solo lì ha trovato una panetteria con un forno decente in grado di lavorare il panettone e riprodurre la sua ricetta. Ma pensa.

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Qui ci sono meno pretese e forse è per questo che gli argentini sono felici così. Chi non è felice così sono io che sono abituata diversamente.

Questo diverso standard ha anche i suoi pregi per i lavoratori. Per esempio, nessun lavoro è considerato “meno prestigioso” di un altro. Un lavoro è un lavoro e come tale va apprezzato. Che poi sia eccellente, discreto, mediocre, scarso o pessimo è un altro paio di maniche. Non possiamo essere tutti Vissani o Versace, Battisti o Montanelli. A molta gente neanche interessa esserlo.

Per questo chi fa un lavoro artistico viene considerato un lavoratore e non, come si direbbe dalle mie parti, un perdabäl. E probabilmente vive felice, anziché lavorare in ufficio e coltivare un hobby quasi di nascosto in garage o in cantina, nei fine settimana o di sera, come se fosse una sorta di perversione.

Oggi sono incappata su uno scambio di lettere al Direttore di Varese News. Da una parte, alcuni ex studenti del liceo più prestigioso della città hanno scritto per lamentarsi che il liceo li avrà anche preparati bene, ma ne sono usciti con il morale sotto la suola delle scarpe. Troppo nozionismo e giudizi scolastici basati sulla capacità di ripetere a memoria il libro di testo, e non una valutazione dell’impegno degli studenti.

Dall’altra la risposta, scritta da un altro ex-alunno, che difende i metodi rigidi del liceo perché insegnano a responsabilizzarsi e a diventare adulti.

Io ho fatto proprio il genere di scuola di cui si parla in quei due articoli, ma non so quale delle due lettere scriverei al giornale. La tentazione di scrivere la prima è molto forte.

Ecco, questo scambio di lettere mi ha fatto pensare che è proprio ciò che fa vivere male molti italiani: l’avere come unico standard di giudizio delle persone le loro prestazioni, secondo il rigido schema del colletto bianco > colletto blu > bassa manovalanza. Da studenti, si guarda ai loro voti; da lavoratori, si guarda al loro titolo di studio o al prestigio sociale attribuito alla loro professione. Poco importa che poi sia gente che nella vita personale è infelice, repressa e frustrata, incapace anche di allacciarsi le scarpe, sadica o altro.

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Pensateci, e ditemi se anche voi non conoscete qualcuno che a vederlo dal punto di vista professionale potrebbe sembrare una persona di successo, ma che considerato nella realtà quotidiana vi sembra uno che ha passato la vita a rovinarsi o a rovinare gli altri.

Non sono del tutto sicura che in Italia siamo migliori degli Argentini, da questo punto di vista. Studiamo di più, pretendiamo di più, lavoriamo di più. Ma siamo più felici?

 

 

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22 pensieri su “Bastoni e carote

    1. Non lo metto in dubbio, ed è sicuramente una cosa che fa riflettere. È difficile cambiare i propri parametri di giudizio alla mia età. mi sento già troppo vecchia per questi cambiamenti! Passo il testimone alla prossima generazione.

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    1. Questo è verissimo. C’è gente con cui non farei cambio ma che è molto più tranquilla di me, e per questo la invidio. Ammetto che con un po’ di cattiveria aggiungo anche che “sono felici solo perché sono ignoranti”, ma quindi è come dire che io sono infelice perché ne so di più. Forse è meglio essere ignoranti!

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  1. concordo con Intorno, la felicità è relativa. Tuttavia ritengo che tu abbia ragione: spesso crediamo di essere soddisfatti della nostra vita, ma solo perchè ci confrontiamo con i risultati ottenuti (bella macchina, portafoglio gonfio). Salvo poi scoprire che ci siamo persi una chiacchierata al bar con il nostro amico. è proprio quello che ho scritto nel mio ultimo post, traendo spunto dal docufilm Unlearning, che consiglio di vedere e che se vogliamo prende proprio in considerazione ciò che hai detto tu nel tuo post.

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      1. Quindi hanno trovato qualcuno che lo sapesse pilotare? Ma poi, chi lo ha votato Renzi? E sta storia di Macri l’italiano ha un po’ rotto, sono due paesi in crisi, che diamine sperano che ne verrà fuori? Leggo di quelle sviolinate sui giornali e blog della comunità italo-argentina… ma poi tengo fede alla mia promessa di non battibeccare online. Comunque interessante che ci siano 900.000 argentini con passaporto italiano e quando sono andata a informarmi per la cittadinanza argentina hanno cercato di dissuadermi perché “puoi fare tutto con la residenza e basta”. Bilateralismo ‘sta pippa!

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      2. Non lo ha votato ancora nessuno il “nostro”, ma per essere eletto Presidente del Consiglio dei Ministri basta il voto favorevole dai due rami del Parlamento dopo aver ricevuto l’incarico dal Presidente della Repubblica. Funziona così. Lo dice la Costituzione.

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