La derrota

Ay Argentina, ¡me rompiste el corazón otra vez!

E così ieri sera la Selección (la Nazionale) incappa nell’ennesima derrota (sconfitta) in finale. La terza, da quando io sono qui: Copa America 2015, Mondiali 2015, Copa America bicentenario 2016. E dire che ci tenevo a vedere cosa succede quando la nazionale vince una coppa, perché – diciamocelo – se si potesse scegliere dove vivere i festeggiamenti di una finale di calcio, l’Argentina sarebbe la scelta numero 1, a mani basse.

Le due Copa America perse sempre contro il Cile, i mondiali contro la Germania. Questa volta, incontro accesissimo e poco fair play da parte dei cileni, che hanno scambiato la cancha de futbol (campo da calcio) per uno da rugby, e già nei primi 30′ di gioco hanno rischiato di venire alle mani con i miei connazionali.

L’arbitro brasiliano – che mi ricordava un sergente USA per l’essere un molosso calvo e l’ecuadoregno Moreno per la scarse doti da arbitro – sbraitava ogni 2′ fischiando come un ossesso, con le vene del collo che si gonfiavano a ogni secondo, gli occhi sempre più iniettati di sangue. I cileni – teste calde più degli argentini – protestano vigorosamente con la maniera insolente latina contro un’ammonizione e si beccano un espulso. L’espulso non vuole lasciare il campo e si appella ai compagni, all’allenatore, al pubblico da casa. Ma l’arbitro ha già sventolato il cartellino rosso e ormai alea iacta est (il dado è tratto).

A quel punto, l’arbitro aspetta la prima occasione per espellere anche uno dell’Argentina forse timoroso che si appioppino le responsabilità dei presunti favoritismi nei confronti degli albicelesti. Espelle Rojo (un cocco di mamma, un pulcino). Giocano in 10 contro 10 per i restanti 50′.

L’Argentina fa dei tiri, principalmente rivolti al secondo anello sugli spalti, che apprezza e si fa i selfie con il pallone ufficiale della finale di Copa America. Si aggiungono due tiri che mancano la porta per 10 cm, un tiro alto che viene parato di culo da Bravo, il portiere cileno che infatti verrà poi premiato col Guanto d’Oro.

Andiamo ai supplementari e sono tutti stanchi marci, anche perché, ricordiamocelo, giocare in 10 è un’altra cosa. Sembra che tutti gli schemi fossero stati fatti per 11 contro 11 e adesso che sono 10 c’è molta confusione in campo, si corre a casaccio e di più. I DT sostituiscono giocatori per cercare di mettere in campo qualcuno con gana de correr (voglia di correre) e per evitare altre espulsioni a giocatori che magari hanno già ammonizioni accumulate nelle partite precedenti, un 10 contro 9 equivarrebbe a morte certa, a questo punto.

Ai supplementari non succede niente, a parte due tiri alla cazzo di cane di Agüero, l’ex-cognato di Maradona, che col suocero non ha mai compartito niente, e ce lo ricorda ancora una volta. Arriviamo ai rigori e Messi decide di abbassare l’asticella e di voler somigliare a Baggio, sbagliando il rigore della finale. Solo che Messi il suo rigore lo sbaglia per primo e di tanto, Baggio almeno ha tirato l’ultima riga e ha preso il palo, Messi ha invece tirato una croce al primo tiro dal dischetto. A bordo campo sono felici di nuovo: altro pallone, altro selfie.

Il Paese confida in Romero, il nostro portierone che Mascherano ha incoronato eroe nazionale ai Mondiali, dicendogli “Hoy te convertiste en heroe” (oggi sei diventato un eroe), quando ci portò in finale grazie alle due parate eccezionali.

Romero para la prima, ma poi… ma poi sarà che i cileni hanno tirato tutti in porta e che i rigori si sa come sono: l’ago della bilancia può pendere in qualsiasi modo e ribaltare le previsioni e le statistiche. E infatti lo fa, incoronando il Cile ancora una volta campione di Copa America, dopo una partita di merda con un arbitraggio del cacchio. La partita finisce 2 a 4 per il Cile ai rigori.

La telecamera inquadra Messi, solo, in panchina con le lacrime agli occhi. Mascherano che piange, Biglia che singhiozza come un vitello e si nasconde la faccia nella maglia, Romero che abbraccia i compagni, Lavezzi con il polso rotto che cerca di consolare come può (ma se avesse giocato lui, di sicuro avremmo vinto). Tutto il paese vorrebbe essere in campo con loro e consolarli oppure picchiarli (a seconda dell’animosità personale).

La telecamera torna ossessivamente su Messi, sempre solo, ammutolito, con la faccia attonita e la gente che gli parla e lui a mala pena riesce a emettere due parole. E io mi chiedo perché sia lui il Capitano che durante tutto il gioco se ne sta per i cazzi suoi nelle dispute con l’arbitro e a fine partita se ne va per conto suo.

Se lo deve essere chiesto pure lui, perché poi annuncia a fine partita di lasciare la nazionale, dopo la quarta finale persa.

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3 pensieri su “La derrota

  1. E’ una maledizione… una generazione baciata dalla “suerte” di avere dei grandissimi giocatori, si ferma sempre sul più bello.
    Su questa squadra si dovranno scrivere romanzi in futuro… c’è troppa poesia in tutto ciò!

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