Inclusione, razzismo e cittadinanza

Dal Brexit al razzismo

Sì, ne abbiamo parlato anche qui del Brexit, sebbene in maniera molto più marginale che nel resto del mondo. Credo più per dovere che per reale interesse, e l’attenzione si è subito spostata verso la questione Falklands/Malvinas anche se in realtà non c’entrano niente (non hanno votato perché sono un territorio del Regno Unito, sono cittadini britannici ma non sono Europei).

Neanche un mese fa ho scritto la mia sviolinata filo-europea su questo blog e oggi mi ritrovo a scrivere del Brexit. Anzi, non scriverò del Brexit perché tanto la mia opinione non conta ed è uguale a quella di molti altri filo-europeisti, per cui già la sapete.

Sono preoccupata dal razzismo esplicito che troverà un suo diritto d’esistere con questo voto, sono preoccupata dei vari Farage, Le Pen e Salvini, dei falsi complimenti che si fanno tra loro che a me suonano come “Illustrissimo, che ognuno stia a casa propria. Con cordiale stima… e un sonoro vaffaculo” e il giorno dopo potrebbero farsi una guerra.

So che in Italia i sentimenti razzisti sono molto forti, ed io ricordo che quando ero piccola c’era in realtà curiosità verso gli stranieri: i primi vu cumpra’ apparsi in Italia erano trattati bene, la gente cercava di essere solidale con loro… fino a quando non ne è comparso uno a ogni angolo che ti fermava tutti i giorni più volte al giorno e ogni volta provava a venderti un accendino o un pacchetto di fazzoletti o un braccialetto, con una costanza robotica esasperante.

Razzismo in Argentina

In Argentina io non ho mai percepito un forte razzismo, cosa comprensibilissima contando che questo è un paese di immigrati e per gli immigrati. Se proprio vogliamo insistere, i gruppi più numerosi erano gli spagnoli e gli italiani, ma ormai, dopo 5 generazioni, eventuali rivalità e pregiudizi verso le minoranze si sono smorzati. Ho sentito commenti solo verso gli immigrati più recenti di paesi più poveri, come Paraguay, Bolivia, Venezuela.

Qui ci sono molti discendenti di polacchi, di armeni, di tedeschi, di sloveni, di francesi, di turchi, di giapponesi, di cinesi… ma non esiste il pregiudizio di non lavorare o comprare da qualcuno per il suo cognome o origine etnica. Credo che questi gruppi si siano ben integrati e mischiati, per cui è vero che magari uno ha il cognome polacco, ma ha il nome argentino, la faccia argentina e parla solo lo spagnolo di qui. Onestamente, come fai a chiamarlo polacco?!

Integrazione: ghetti

In Argentina non ci sono i “ghetti” come negli Stati Uniti, nel senso più ampio di porzioni geografiche caratterizzate da persone di una singola etnia. L’unica zona che risponde a questa definizione è il barrio chino (quartiere cinese) che si trova nei pressi della stazione di Belgrano R, da qui si vede l’imponente arco cinese alto 11 metri che segna l’accesso al quartiere. È considerata un’attrazione turistica e potete trovare foto e informazioni degli eventi in programma qui.

Niente a che vedere con via Paolo Sarpi a Milano, anche se le guerre tra le gang cinesi esistono (eccome!) ma sono molto più in sordina – sarà perché si mischiano agli altri delitti dei locali o perché non c’è un accanimento particolare contro di loro? L’ultimo anno sono morti circa 50 cinesi tra faide intestine, leggevo su La Nación. I cinesi sono forse i meno integrati di tutti, ma comunque sono più integrati che in Italia.

Si specializzano nel settore alimentare e dei supermercati, che aprono ad ogni angolo di quartiere. Piccoli supermercatini con tutto l’essenziale (cibo, detersivi, vino, bevande, prodotti per l’igiene) che hanno la fama di avere cibo mal conservato e scaduto ma economico, nonché un checkout alla cassa molto più rapido di quello dei supermercati argentini… e questo basta ai locali. Si dice che la notte spengano i banchi frigo per risparmiare, che cambino le etichette alle bottiglie di vino per venderti a prezzo più caro un’annata schifosa, ecc. ma non ho mai sentito un argentino dire “No, dai cinesi non ci vado“.

Integrazione: la gente

Qualche tempo fa sono andata a mangiarmi la pizza per due sabati di fila nello stesso posto, e per due volte ho visto queste tre signore dai tratti orientali entrare, baciare i padroni del locale (italo-argentini), conversare con tutti e parlarsi tra loro in spagnolo. Impensabile in Italia: è solo questione di tempo o l’integrazione può avvenire solo quando c’è terreno fertile che la permetta?

Io continuavo a guardarle, perché rimarrò sempre una provincialotta italiana, sotto sotto.

Personalmente ho notato che molta gente ha in antipatia gli statunitensi e gli inglesi. I primi per il capitalismo e il corporativismo, i secondi per le Falklands/Malvinas. In un paio di occasioni ho avuto l’impressione che il mio interlocutore tirasse un respiro di sollievo una volta saputo che ero italiana, quindi una di loro.

In Argentina mi sono sempre sentita accolta e benvenuta, e non ho mai subito attenzioni morbose per sapere come si vive in Italia o cosa significhi essere italiani (anche perché loro sono convinti di sapere già tutto sull’Italia), semmai sono stata io a mostrare una certa ritrosia nell’identificarmi “italiana come loro”.

Però riconosco che questo è un gran paese quando si parla di inclusione.

Cittadinanza

Dite quello che volete dell’Argentina, ma dategli credito quando si tratta di mettere in pratica tutto il quaqquaraqquà di buonismo e antirazzismo: non c’è pressione per prendere la cittadinanza argentina perché il rinnovo della residenza è semplice, abbastanza rapido e scontato. Inoltre se anche ci si ferma più del lecito difficilmente verranno a prendervi quelli dell’immigrazione come nei film americani, però sarà anche pressoché impossibile trovare un lavoro senza avere i documenti in regola.

D’altro canto, l’Argentina elargisce la cittadinanza molto facilmente e senza requisiti particolarmente stringenti: basta un buon avvocato dell’immigrazione e un po’ di pazienza per chiederla immediatamente, oppure avere risieduto nel paese per due anni (anche illegalmente) o ancora sposarsi con un cittadino, avere servito il paese, avere compiuto opere importanti per l’argentina, ecc.

La pratica di richiesta della cittadinanza è gratuita e si può fare personalmente, senza avere bisogno di intermediari. Questo ce lo ricordano i cartelli in tutti i siti e i tribunali interessati perché c’è gente che di mestiere fa “l’accompagnatore” di stranieri negli uffici pubblici, e si fa pagare fior di soldi (non sto parlando di avvocati ma di veri e propri freelancer che promettono miracoli).

Basta  dimostrare di disporre di mezzi di sostentamento sufficienti (per evitare che chiediate la cittadinanza solo per ricevere sussidi statali) e di conoscere a sufficienza lo spagnolo (per assicurarsi che capiate che state acquisendo una cittadinanza – v. intermediari e v. tratta di persone).

 

Con la cittadinanza argentina si è cittadini del Mercosur, una sorta Schengen latinoamericano che permette di vivere e lavorare nei paesi aderenti. Per questo molti cittadini brasiliani o di altri paesi del Mercosur non si prendono neanche la briga di richiedere la cittadinanza argentina.

Concludo dicendo che i residenti da almeno due anni hanno persino il diritto di voto (nelle elezioni locali), ma per il resto non c’è molta differenza tra residenza e cittadinanza, dal lato pratico, però qui si fa comunque differenza nei documenti tra argentini di nascita e argentini non di nascita, cosa che io non trovo molto elegante.

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4 pensieri su “Inclusione, razzismo e cittadinanza

    1. Questa è una cosa che non mi piace per nulla perché è come erigersi un muro attorno, e i muri dividono, non uniscono! Sarei curiosa di parlare con qualche bambino che frequenta classi miste (nel senso di etnie, non di sessi) per sapere come sono i rapporti tra loro: gli adulti si frappongono alla loro integrazione instillandogli pregiudizi? Oppure questi bambini saranno i veri fautori dell’integrazione?

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  1. Temo di non essere perfettamente d’accordo con te. In Argentina il razzismo c’è eccome! E’ un razzismo intestino che va a pregiudicare i più deboli, i poveri, i discendenti dei popoli autoctoni che ormai hanno perso le loro radici culturali. Non dirmi che non hai mai sentito per le strade urlare “NEGRO DE MIERDA” e simili.

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    1. Nessun Paese è esente da razzismo, ma qui quando parlano di “negro de mierda” lo dicono alla stregua di “incivile” e non per il colore della pelle (è una questione di classe e non di razza). Io non ho mai visto differenze di trattamento tangibili tra chi è bianco e chi è trigueño o altro. Anche perché è davvero difficile distinguere se una persona ha la pelle olivastra perché viene dall’area mediterranea o perché è di discendenza nativa. Ho sentito commenti denigratori nei confronti dei boliviani e dei paraguaiani (e in generale verso qualsiasi altro sudamericano) ma sempre riferiti alle frange più povere della popolazione. Il razzismo nasce dalla diversità percepita e per quello che ho potuto osservare io, il razzismo di qui è diverso dal razzismo dell’Europa e degli Stati Uniti (molto più rabbioso e generalizzato). Qui sono classisti nei confronti di chi appartiene a un’altra classe sociale (molto poveri) e si comporta in modo socialmente diverso (fanno molti figli a cui non sanno badare, chiedono l’elemosina, rubacchiano, frugano nei cassonetti, vivono per strada, ecc.), in EU e US sono davvero razzisti per il colore della pelle (infatti insultano anche persone non-bianche di classe medio-alta).

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