Due giorni di pausa

Sembra assurdo scrivere un post su due giorni di pausa: i dipendenti li hanno tutte le settimane. Io li ho avuto questa settimana, inaspettatamente, e ne approfitto per una riflessione.

Chi mi segue sa che in Italia ho lavorato come precaria-dipendente per diversi anni, mentre ora vivo di freelancing. In Italia il freelancing è ancora visto con molto sospetto e secondo me ci sono due motivi principali: uno è l’ovvio retaggio culturale. L’Italia è il Paese dei titoli e dei professionisti titolati, e i freelance di solito non hanno seguito un percorso accademico convenzionale, non fanno un lavoro che esiste dal medioevo e hanno un approccio molto più informale e snello, anche perché si confrontano con realtà internazionali dove le cose vanno a un’altra velocità.

L’altro motivo è che in Italia la legislazione, già farraginosa di per sé, nel caso delle professioni freelance equivale a morte certa o quasi: i freelance sono la categoria più tartassata di tutti: alta tassazione, zero tutele e rischio imprenditoriale elevato. Quindi sono visti come dei falliti su due gambe, incapaci di trovare di meglio.

Confesso che spesso invidio i lavoratori dipendenti perché quando escono dall’ufficio hanno chiuso con il lavoro e i fine settimana sono liberi. Io trovo molto difficile dire di no a un lavoro solo perché è già sera tardi o perché avevo programmi per il weekend. Forse posso permettermi di fare così perché non ho figli.

Sono anni che leggo blog con consigli su come ritagliarsi del tempo personale quando si lavora come freelance, di tecniche di work-life balance, sull’importanza della corretta postura, dell’esercizio fisico, della vita sana e variata, ecc. Poi mi contatta un cliente per un lavoro, e inevitabilmente dico “Eh però sono soldi…” e tutti i buoni propositi vanno a farsi benedire.

Forse dovrei fare una prova e, per una settimana, lavorare rispettando degli orari ufficio che mi do io. Non devono essere necessariamente 9-13 e 14-18, però diciamo 8 ore al giorno liberamente fissate.

Quali sono le difficoltà del lavoro freelance?

Per me ci sono varie difficoltà che rendono difficile digerire il lavoro freelance e viverlo serenamente. Ecco le principali:

  1. Carriera? Limitata: è vero che su internet si può entrare in contatto con moltissimi altri freelancer di tutto il mondo, ma a volte è difficile un confronto obiettivo per via dei diversi contesti professionali, legislativi, economici e culturali. Per me è molto importante avere un obiettivo di crescita continua, quella che in ambito dipendente si chiama “la carriera“: quando mi sono laureata sapevo dove volevo arrivare (al massimo grado in azienda), ma ora che sono freelance so che in forma autonoma più di tanto non si può fare, a meno di non associarsi… e cioè ricadere nella formula del lavoro aziendale (e perdere la parte free): dover rispondere a qualcuno, rispettare scadenze e impegni a lungo termine, cercare compromessi ecc.
  2. Solitudine: non solo personale per le ore passate al computer, ma anche professionale. Quando sei un freelancer non puoi dire “oggi no, non ho testa, lo faccio domani” perché non c’è nessun altro che lo fa per te; non puoi chiedere aiuto a un collega, non puoi farti tirare su il morale da qualcuno sulla tua stessa barca, perché su quella barca ci sei solo tu. È vero che se ne può parlare/chattare tramite computer, ma non è la stessa cosa di avere davanti un collega in carne ed ossa, che magari ha i tuoi stessi problemi quotidiani e conosce esattamente la tua situazione lavorativa.
  3. Scarsa stima professionale: se da un lato gli altri ti invidiano perché lavori in autonomia, magari da casa, dall’altro resta sempre quello strascico di pregiudizio che li porta a considerarti uno non abbastanza inquadrato per un lavoro di ufficio che può solo arrabattarsi così. Io per prima non ho una grande stima professionale di me stessa ora che sono freelancer, viste le possibilità di carriera limitate e i forti pregiudizi della mia famiglia e dei miei amici in Italia. È vero che sono all’estero da un po’, ma non li ho rimpiazzati con altri colleghi o altri amici perché sono passata a un altro stile di vita quasi interamente “virtuale”.
  4. Una volta che lo provi, è difficile tornare indietro: in questi anni ho ricevuto alcune richieste di colloqui per lavori da dipendente, sia in Italia che in Argentina, ma sembrano sempre così ridicole… quanto vale rinunciare alla mia libertà? Di sicuro dovrebbero pagarmi almeno un 25% meglio di quanto guadagno da freelancer, e questo non avviene mai. In parte sempre per via del punto 3: ti vedono come un poveraccio che si arrangia con dei lavoretti a cui fare la carità, non come un professionista da convincere ad andare a lavorare per loro.
  5. Stress: okay, non cominciate a insultare. Lo stress del lavoro-dipendente è diverso dallo stress del lavoro-freelance. Come freelancer, manca lo stress legato all’ambiente-ufficio: non ci saranno denigrazioni e insulti aperti o un ambiente ostile. Rimangono però gli stress legati alle scadenze e alle difficoltà di esecuzione di certi lavori, per cui si può contare solo su se stessi. In particolare, io trovo molto stressante il dover fare bene quello per cui mi pagano, ma essere anche brava nel marketing, non sgarrare nella contabilità, pensare a come mantenere l’interesse dei clienti e un’immagine che rispecchi la mia attività. Inoltre come dipendente, se sgarri c’è sempre un capo sopra di te che può addossarsi almeno parte della responsabilità o darti consigli, mentre come freelance sei tu da solo. Come dipendente, sbagliare non ti costerà il posto, ma come freelance ti potrà costare il cliente.

Come ovviare?

Ho trovato qualche modo per ovviare, almeno in parte, alle difficoltà di cui sopra.

In primo luogo sto provando ad affiliarmi ad associazioni professionali: vedere istituzionalizzato il proprio lavoro aiuta con la stima, conoscere persone che fanno il tuo stesso lavoro da una vita ti aiuta a pensare che non è così stravagante ciò che stai facendo. Inoltre parte delle mie difficoltà sono date dal lavorare come freelancer interamente online, mentre i freelancer che lavorano localmente si conoscono e sono più vicini al lavoro “tradizionale”.

Diversificare le attività è un altro obiettivo che mi ero proposta che però mi risulta difficile: mi riesce meno bene, ho più dubbi ancora e conosco ancora meno “l’ambiente”. Inoltre essendo “nuova” in quel campo, la stima altrui è ancora più debole, perché non c’è neanche la scusa “se lo fa da tempo e riesce a viverci, le riuscirà bene” e viene visto da chi già lo fa come “ecco un’altra che pensa che sia facile…“. Inoltre diciamocelo: lo faccio per diversificare e non per un reale interesse in quel lavoro.

Per esempio, mi risultano terribilmente ostiche tutte le attività artistiche ed espressive: scrivere e-mail per proporsi a nuovi clienti, inserire nelle e-mail una battuta per sdrammatizzare una situazione difficile, decidere che grafica usare sui biglietti da visita… [Piuttosto pulisco casa!]

Darsi orari: un’altra idea per cercare di limitare lo stress che non ho mai messo in pratica perché “se rileggo ancora una volta magari trovo qualcosa da correggere…” oppure “Però con questo lavoro potrei comprarmi un biglietto aereo per la prossima vacanza…“.

Fissare degli obiettivi economici. Sto pensando da molto tempo a questo aspetto: lavorare tanto e stringere la cinghia per qualche anno e poi investire il denaro per avere una piccola rendita e scalare la marcia, lavorativamente parlando? Oppure lavorare giusto il necessario e godermi subito la parte “free” di freelance? Oppure ancora lavorare per arrivare a un certo reddito mensile, ma con meno investimento di tempo (cioè trovare clienti che pagano meglio)? E qual è la soglia a cui ambire? Chi la decide? A che punto sono di questo percorso? Dove si collocano le persone che hanno già raggiunto questo obiettivo? Quanto tempo ci hanno messo ad arrivarci? E io come posso riuscirci?

Sapere quando dire “basta”. Attivare una sorta di modalità di autoprotezione, sapere quando sto correndo troppo e rischio di lavorare male e di perdere il cliente. Mi è capitato di ricevere un’e-mail con scritto che hanno notato un calo nella qualità del mio lavoro, e che secondo loro era dovuto a un lavoro frettoloso. Avevano ragione. Come posso prevenirlo? Imparando a dire “basta”. Per ora ho imparato a dire “Non ne vale la pena” e a rifiutare certi lavori, ma ci ho messo anni.

 

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9 pensieri su “Due giorni di pausa

    1. Una condanna che ci accomuna tutti. Il freelance è un lavoratore, non è un uomo libero. Un uomo libero si chiede “Se avessi già soddisfatte le mie necessità di base, cosa farei del mio tempo?” e vive di conseguenza. Ho conosciuto gente con l’obiettivo di pensionarsi a 35 anni anagrafici!

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  1. I giorni di pausa servono proprio a fare riflessioni così accurate. Un punto positivo è sicuramente la consapevolezza dei propri limiti e degli spunti di miglioramento. Il feedback da parte dei clienti aiuta in questo, senza dubbio. Così come per un dipendente ricevere feedback dai propri colleghi o dai propri superiori è fondamentale, diversamente ci si appiattisce e non ci si muove.
    In un certo senso, sebbene in contesto molto differente, è la solitudine del manager. Parlavo con un collega, il quale diceva che quando è diventato General Manager della filiale (prima era il responsabile vendite) si è reso conto di come sia stato “abbandonato” dai colleghi. Prima lo invitavano a pranzo, si trovavano e si scambiavano anche opinioni, ora è visto come il capo, per cui è come se il livello di confidenza si fosse automaticamente ridotto. Per cui, considerando la tua ambizione, se fossi in azienda in una posizione apicale, ti troveresti nella stessa situazione attuale. Certamente, con le spalle probabilmente più coperte da un punto di vista economico, ma comunque sempre sulla graticola, perchè se i risultati non ci sono, quella è la porta!
    Grazie della riflessione, utile anche per me.

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    1. Non l’avevo mai presa in questo senso: saremo anche entrambi al vertice della piramide, io e il GM, solo che la mia è praticamente piatta. Quando ero “dipendente” era arrivato un direttore giovane, la cui moglie aveva pochi anni di differenza con me, con cui avevo molta sintonia, ma ho realizzato col tempo che doveva sempre frenarsi perché doveva mantenere le distanze (con me come con altri colleghi affini). Io gli ho sempre dato del Lei, lui mi ha sempre dato del “tu”. Però un giorno mi ha messo le chiavi della sua auto aziendale in mano. Per me è stato un grande gesto; ho poi saputo che mi stimava (ma io testarda volevo una prova concreta, mica sentire i pettegolezzi di corridoio di cui mi fidavo poco). Ho potuto avvicinarmi al personaggio e ho visto la solitudine di quel ruolo: peraltro, lui era nuovo (veniva dalla stessa azienda, ma da un altro stabilimento) e lontano dalla sua famiglia appena formatasi. Alla fine io per i miei motivi e lui per i suoi abbiamo dovuto fare entrambi gli stronzi l’uno con l’altro, perché i ruoli ci obbligavano. E adesso credo ci stiamo sulle balle reciprocamente: lui sarà ancora da qualche parte in Italia a fare quello che già faceva e io sono a 12.000 km e faccio un’altra vita. Non so chi viva meglio…

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      1. Spesso non è facile esprimere la stima verso i propri collaboratori, così come gli stessi non percepiscono gli attestati di stima. In un rapporto professionale, vale molto la reciprocità: non è solo il capo che deve dirti “bravo”, ma il collaboratore deve essere abile a intuire i messaggi che il capo invia.
        Capisco molto bene quella situazione, io la vivo giornalmente.

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  2. Cara Isa,

    anch’io sono un freelancer e quindi posso capire tutte le difficoltà che stai affrontando.

    Però non cambierei mai quello che faccio con un posto fisso.

    Non mi sento uno che si arrabatta. Anzi sono pieno di entusiasmo ed ogni giorno per me è una nuova avventura.

    Quello che pensano gli altri della mia situazione lavorativa non sono affari miei.

    Inoltre, come chi gioca in borsa ho diversificato la mia attività su diversi progetti tra cui una startup. Ovviamente, sono tutti collegati dal medesimo fil rouge.

    Ma la cosa più importante è che sono felice.

    Questo solo conta.

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  3. Mi ero persa questo post, quanti punti in comune con la lista che ho appena pubblicato!
    Come ti dicevo sul mio blog, il freelance “puro” forse patisce ancora di più il senso di solitudine e la responsabilità dell’autonomia del proprio lavoro.

    Mi spiace molto invece leggere il punto 3, della scarsa stima professionale: spero riesca a pensare meno ai pregiudizi degli altri, che come ti giri c’è sempre qualcuno che ha da ridire – anche con il lavoro dipendente, e a raccogliere le forze per darti nuovi stimoli lavorativi.
    E se provassi il passo del lavoro da remoto per una società estera? Ci hai mai pensato? Magari potrebbe aiutarti a mantenere le parti positive dell’essere freelance e diminuire quelle che ti stanno appesantendo tanto.

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    1. Ci ho pensato, specie perché qui ho conosciuto vari statunitensi ormai sui 40 anni che lo fanno e con stipendi più che decenti (ben lontani dai 20enni squattrinati che si lanciano sul web sperando di guadagnare 1000 dollari al mese). Devo mettermi a cercare con calma e vedere se questa opzione è fattibile anche per chi non è cittadino statunitense (proprio per le considerazioni che facevi tu nel tuo post di oggi).

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