Un giorno argentino, un giorno straniero

Dopo un mese di pausa in Italia nel 2015, il mio spagnolo ha fatto balzi da giganti. Chissà, forse il mio cervello aveva bisogno di staccare la spina e riorganizzarsi in santa pace.

Non mi viene ancora naturale parlare spagnolo in casa, però almeno mi ci sto avvicinando. Ho cominciato con qualche incursione infilando parole spagnole in frasi italiane, per poi dire direttamente l’intera frase in spagnolo.

Però essere costantemente a contatto con l’italiano continua a tirarmi verso riva, impedendomi di prendere il largo con lo spagnolo. È difficile una full immersion nello spagnolo quando scrivo il blog in italiano, parlo in italiano in casa, scrivo in italiano con gli amici e la famiglia,… anche se loro sono a 12.000 km di distanza.

Nel 2016 ho finalmente introdotto il congiuntivo (subjuntivo) e il futuro nel mio spagnolo. Vi sembrerà assurdo aver potuto stare un anno senza poter esprimere cosa farò o cosa avrei fatto se… ma qui per il futuro non si usa molto il futuro semplice come in Spagna (la semana que viene veré una película nueva), bensì il futuro prossimo (la semana que viene voy a ver una película nueva) che ha il grande vantaggio di non dover saper declinare il futuro, dato che basta che usare il presente del verbo ir + infinito.

Ho cominciato a comprendere alcuni “errori” o localismi argentini che vorrei essere in grado di scartare selettivamente se mi dovessi trovare a parlare spagnolo fuori dall’Argentina. Cerco anche di parlare uno spagnolo più pulito e meno callejero (di strada), di mantenere un certo registro quando parlo. Se in Italia la distinzione tra slang e italiano standard è ben netta, qui tutto ciò che viene “dal basso”, dalla lingua ai vestiti ai comportamenti, viene assorbito anche nelle fasce intermedie ed alte della popolazione senza alcuna remora.

Il mio vocabolario è adesso abbastanza completo da lasciarmi parlare con precisione di tutti gli oggetti della vita quotidiana, e di poter almeno descrivere quelli di cui non conosco il nome esatto. Riesco a tenere conversazioni in spagnolo di ore con gli amici o la famiglia, capisco il 95% di quello che si dicono tra loro le persone che parlano bene (cioè niente slang, abbreviazioni, giochi di lettere, niente lunfardo), ma mi costa ancora parlarlo a lungo e se posso passo all’italiano.

Non so ancora esprimere gli stati d’animo nelle nuances che vorrei, quindi le mie conversazioni sono abbastanza superficiali o comunque non riflettono al 100% ciò che vorrei dire.

Nell’ultimo mese abbiamo guardato su Netflix i 74 episodi della serie colombiana su Pablo Escobar – El patrón del mal (da vedere, merita!) e il mio spagnolo ha fatto ancora dei passi avanti: sono stata in grado di seguire la serie e pure di scovare gli errori di grammatica degli attori e di scrittura nei sottotitoli.

Ricordo la prima volta che ho tentato di vedere un film argentino: ero ancora in Italia e, in vista della partenza, avevo decretato che dovevo cominciare a imparare lo spagnolo. Fu un dramma. Ogni due battute mettevo pausa e chiedevo “Cosa vuol dire?” “Non ho capito la battuta…” “Ma perché ha detto così?“. L’anno scorso ho finalmente rivisto quel film e non solo l’ho capito tutto, ma pure l’ho trovato divertente e ho riso alle battute. Son soddisfazioni.

Eppure…

Eppure ci sono giorni in cui mi sento straniera come il primo mese.

Nonostante il tempo passi e la mia pronuncia migliori, è incredibile come nella stessa giornata possano convivere situazioni in cui converso in scioltezza e senza fraintendimenti, ed altre in cui ho difficoltà anche nelle comunicazioni più banali tipo “Sono venuta a ritirare…” oppure “Vorrei 100 grammi di prosciutto cotto“.

Credo che sia in parte colpa dei pregiudizi di chi mi incontra, non solo per la questione linguistica. Sono straniera, si vede e si sente. Più di una volta ho avuto l’impressione che il problema non fosse il mio essere straniera, quanto il mio essere scambiata per statunitense (una buona parte degli argentini nutre una forte antipatia per gli USA).

Io no ho ancora capito come possano scambiarmi per un’anglofona che dico le R senza smosciarle come fanno loro. Secondo me la R è la lettera che più tradisce uno straniero quando parla: rotolante come gli anglofoni, poco pronunciata come i francesi, lunga come i tedeschi, trillante come gli italiani.

Mio marito dice che non è un fatto di lingua ma di classe: qui il modo di parlare (pronuncia e grammatica) tradiscono la classe sociale: più si scende più la lingua diventa biascicata e incomprensibile e quando due persone di classi diverse si trovano a interagire possono avere difficoltà di comprensione.

Ci sono delle volte che entro in un posto e la persona che si trova a interloquire con me va nel panico ancora prima che io abbia aperto bocca. Ce n’è una commessa in particolare che fa un respiro profondo per farsi coraggio ogni volta che entro nel suo negozio. All’inizio mi offendevo, adesso mi fa un po’ pena. Nelle verdulerias boliviane non ci metto più piede se non accompagnata perché mi ridevano letteralmente in faccia. Chiedevo una banana (banana) e mi davano un aglio (ajo)…

Quando sono in un negozio e non riesco a farmi capire, vado contemporaneamente in panico e in modalità vipera perché mi sento offesa se mi parlano come se fossi ritardata, e questo empasse mi porta una grande frustrazione: ho paura a pronunciare male e finisco con il pronunciare male, trovo che qualsiasi cosa dica non sarà incisiva e farò una figura di cacca, mi si lega la lingua, la gente si gira a guardarmi…e mi sento senza speranza.

Ci si potrà incazzare e protestare in una lingua che non è la propria?

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3 pensieri su “Un giorno argentino, un giorno straniero

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