Soborno legalizado

Gli strascichi di 12 anni di precedente governo peronista, quello della famiglia Kirchner, continuano a farsi sentire. L’approccio politico dei K, come li chiamano qui, virava verso la sudamericanità dell’Argentina anziché verso la sua europeità, da sempre il punto forte e un po’ snobista del paese più bianco del Sud America.

Per farlo, sono state intraprese varie misure, tra cui la chiusura delle frontiere per il rilancio dell’economia nazionale, la famosa INDUSTRIA ARGENTINA che si vede menzionata su qualsiasi prodotto, dai dentifrici ai condizionatori. Sembra giusto e logico, ma non lo è.

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Per esempio, non si potevano importare libri dall’estero perché si diceva il loro inchiostro fosse carico di piombo e quindi non conforme secondo gli standard di salute argentini. BAM!

O ancora l’importazione di elettrodomestici era fortemente tassata, si può dire quasi sanzionata. Se avete soldi per pagare 3000 dollari un frigorifero che fuori costa 800, fatevi avanti, ma se siete comuni mortali è off-limits. Logicamente, non erano molti i rivenditori che potevano continuare a vendere merce importata, così hanno smesso.

Ciò che era nell’intenzione del governo era evitare che la gente potesse comprare prodotti importati per la cui realizzazione non era stato utilizzato neanche un minuto di manodopera argentina. Con l’obiettivo di rilanciare l’economia della Patagonia e “compensare” le sperequazioni sia economiche che demografiche del paese, i K hanno deciso che il nuovo polo tecnologico dell’Argentina sarebbe stato a Ushuaia.

Per chi non è pratico, ecco una cartina con indicato dove si trova Ushuaia:

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Esatto, la città nota per essere quella più a sud del mondo, dove i turisti si fanno la foto a fianco al cartello fin del mundo. La città da cui partono le crociere per il circolo polare, per intenderci.

Consapevoli che Roma non è stata costruita in un giorno, i K hanno anche deciso che nella Tierra del Fuego sarebbero dovuti arrivare dei prodotti pre-assemblati e che sarebbero stati gli operai argentini a dover finalizzare il prodotto.

Così le navi cargo si fanno quei 3000 km extra (fanculo all’ambiente!) per poi riportare al nord, dove vive un terzo della popolazione, i prodotti assemblati e pronti per essere venduti (altri 3000 km, ri-fanculo all’ambiente!).

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Ovviamente ciò non ha tenuto conto del fatto che per risparmiare sui costi, già altissimi per gli spostamenti della merce verso la Tierra del Fuego andata e ritorno e per l’acquisizione dei macchinari, c’era da preparare il personale. Ma non c’era né tempo né soldi. E che dire delle riparazioni e delle parti di ricambio? Per ridurle, è bastato ridurre l’assortimento di modelli.

Un gioco al ribasso che ha comportato che la tecnologia disponibile in Argentina avesse due caratteristiche: l’economicità e lo scarso assortimento. Già, perché se comprate una lavatrice elettronica, cosa fate quando si rompe la centralina e dovete sostituirla, se in Argentina non si produce la centralina e importarla è impossibile? Ordinarla come privati è rischioso: finirete col pagare il 50% del valore in dazio, sempre che vi arrivi e non la rubino in dogana; ordinarla tramite importatore non è attraente per l’importatore. Risposta: si smette di vendere lavatrici con la centralina elettronica e si ricorre a quelle analogiche vecchio stile.

Ma tutto questo non significa che i prodotti dell’INDUSTRIA ARGENTINA siano economici, anzi: tra i dazi sui componenti pre-assemblati, le spese di trasporto da e per Ushuaia e le tasse sulla vendita, i prodotti argentini sono più cari e peggiori dei prodotti entry-level disponibili all’estero. Qui un articolo esaustivo sul tema.

Non sorprende quindi scoprire che il maggior punto dolente dell’Argentina per chi viene dal nord America o dall’Europa sia proprio questo medioevo tecnologico. Noi, abituati ad andare su Amazon per qualsiasi esigenza o curiosità, qui in Argentina ci sentiamo tagliati fuori dal mondo.

E anche l’importazione come privati è impossibile: il primo scoglio sono i numerosi furti sia in Dogana che delle Poste, il secondo sono i dazi sulle importazioni e il loro pagamento (bisogna registrarsi sul portale dell’equivalente dell’Agenzia delle Entrate e compilare una serie di moduli a seconda della situazione, ma se sbagliate finite in un limbo non rettificabile).

Insomma, è una mazzetta legalizzata (soborno legalizado).

La prima cosa che un expat si raccomanda con la famiglia di origine è di non spedire niente. Niente giochino stupido per il nipotino, niente scatola con i vestiti che vi siete dimenticati di portare con voi, niente acquisti su internet dall’estero. È una condanna a farsi 4 ore di fila (giuro!) in una delle due dogane di Buenos Aires: quella di Retiro in centro città e quella di Ezeiza all’aeroporto internazionale, a 40 km dal centro della città.

A me sono capitate entrambe. 

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La dogana di Retiro

La prima volta mi sono fatta spedire della corrispondenza dagli Stati Uniti. Il mittente (li mortacci sua!) ha inserito una scatola con dei bigliettini regalo convinto di farmi un favore, invece la dogana ha pensato che, visto che c’era una scatola, sicuramente avrei dovuto pagare un dazio. Mi hanno quindi inviato una cartolina avvisandomi che c’era un pacco per me in giacenza all’ufficio di Retiro. All’epoca non ero ancora residente e pertanto non potevo registrarmi sul sito dell’AFIP, l’agenzia delle entrate locale. Inoltre c’era da presentarsi con un modulo specifico che fungeva da dichiarazione del pagamento dei dazi. Questo modulo, ovviamente, te lo dovevi portare da casa perché non lo mettevano a disposizione nell’ufficio della Dogana. Sì, lo fanno apposta per farti venire il sangue amaro, così ti rivolgi ai medici argentini e dài un altro giro all’economia nazionale!

Grazie al cielo esiste internet e ho saputo del modulo prima di recarmi in Dogana. Arrivo, pago 40 pesos per la cartolina che mi è stata inviata (grazie eh!), sventolo il famoso modulo alla guardia se no non mi fa passare. Intorno alla dogana ci sono dei venditori abusivi di moduli fotocopiati, giacché la dogana è in un posto isolato e non c’è un locutorio (internet point) dove andare a stamparsi il modulo.

Attendo 3 ore (mi è andata bene) e chiamano il mio numero: mi reco attraverso un labirinto a un lungo bancone, dove ufficiali della dogana con il camice bianco e i guanti aprono i pacchi. Quello che tocca a me potrebbe essere statunitense in quanto a simpatia. Prende la mia busta e mi chiede cosa contiene: “documenti, riviste” gli dico. Alza il sopracciglio come a dire “ma credi di farmi fesso a me?!” e mi dice “Apriamo?” e gli dico “Sì, PER FAVORE” (così la facciamo finita con questa farsa…).

Apre e c’è solo carta. Sconfitto, mi dice che non c’è niente da pagare. Me ne esco trionfante ma ho imparato la lezione: mai farsi spedire qualcosa in Argentina.

La dogana di Ezeiza

Alla dogana di Ezeiza, in verità, non ci sono mai andata. Il motivo è semplice: non ho l’auto. E il motivo principle è che stavolta la situazione era diversa.

Fast-forward nel 2016, nuovo governo, totalmente opposto al precedente, con promesse di riapertura delle frontiere commerciali. Su La Nación annunciano il nuovo piano del governo per ricevere i pacchi dall’estero: si potranno scegliere due strade. La prima, tramite le poste pubbliche, prevede che il cittadino faccia la registrazione sul sito di AFIP e paghi i dazi corrispondenti; le seconda, tramite i corrieri, prevede che siano i corrieri a gestire le pratiche doganali. Come nel primo mondo.

Ho bisogno di farmi inviare un certificato dall’Italia e con l’occasione mi faccio infilare nella busta anche la nuova carta di credito della banca italiana e tre laccetti di silicone. Servono per gli involtini ma il mio gatto li adora e ha distrutto i tre che avevo portato dall’Italia. dico quindi a mia madre di inviarmi i restanti tre che ha lei “tanto non fanno spessore”, e mi raccomando di usare il corriere.

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Morale: dopo cinque giorni mi suona il corriere, ma per me non c’è un pacco, bensì una comunicazione della Dogana argentina che mi dice che il mio pacco è stato trattenuto per Otros motivos e se lo voglio devo:

  1. andare in un ministero a farmi dare l’autorizzazione per importare il contenuto, che deve essere dichiarato non pericoloso (e se non sapessi cosa contiene?!)
  2. pagare 100 USD + IVA di gestione pratica
  3. pagare 400 pesos per le spese di notifica.

Alla faccia del corriere che doveva gestire la pratica! Alla faccia dell’apertura delle frontiere! Tre laccetti del valore dichiarato di €1 ciascuno mi costano 150 USD per essere “importati” in Argentina. 

Alla fine…

…alla fine ho chiamato la banca italiana, comunicando lo smarrimento della carta. Me ne sono fatta inviare una nuova direttamente da loro, per la modica cifra di 25 euro. Purtroppo l’hanno inviata con il corriere e con un valore dichiarato di circa 1 dollaro come “campione”. Questo ha scatenato una pioggia di dazi e spese di gestione e alla fine ho dovuto spendere circa altri 30 euro per poter ritirare la busta.

Il certificato me lo sono fatta spedire tramite le Poste Italiane. Ci ha messo 9 giorni ad arrivare. Per fortuna avevo il codice di tracking e ho potuto vedere che era in giacenza all’ufficio postale dietro casa (non mi è arrivata nessuna cartolina). Ho portato la stampata del tracking all’ufficio postale e li ho convinti a cercare la mia busta anche senza la cartolina del postino. Non ho dovuto pagare niente.


 

Inutile dire che tutto lo shopping avviene fuori dai confini nazionali, per chi può permettersi di viaggiare all’estero. Ma attenzione: l’AFIP impone che il valore della merce acquistata all’estero non possa superare i 300 USD per chi entra via aerea e i 150 USD per chi entra via terra o mare. Limiti davvero molto bassi, neanche un telefono cellulare! Infatti, i residenti in Argentina devono dichiarare i loro dispositivi elettronici non hechos in Argentina quando lasciano il paese, compilando un modulo di AFIP in cui indicare il numero di serie dell’apparecchiatura, da far timbrare in uscita dall’Argentina. Quando si rientra è sufficiente ripresentarlo per evitare di venire tassati.

Suona incredibile, invece è tutto vero.

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