6A

Il clima è teso: oltre i soliti scioperi dei trasporti (a cui anche in Italia siamo abituati: ogni anno ce ne sono almeno 2 o 3), anche la scuola pubblica è stata avviata in ritardo di un paio di settimane. I sindacati peronisti hanno dichiarato sciopero più e più volte, nonostante il governo si sia seduto alla tavola rotonda e abbia offerto un aumento del 15% del salario degli insegnanti, comunque insufficiente a fronte di un’inflazione annuale del 30-40%.

Mentre la metà peronista del Paese bloccava l’educazione pubblica, chi manda i figli alla scuola privata non ha sofferto disagi. Insomma, questi scioperi danneggiano i più poveri. Ne è seguita una marcia per la democrazia sabato scorso 1° aprile (1A) da parte della metà non peronista del Paese, che ha sfilato di sabato per ribadire che se uno vuole manifestare lo può fare anche nel fine settimana, senza impedire l’istruzione dei bambini. Il governo non ha appoggiato ufficialmente questa manifestazione però ha fatto capire “di non avere niente in contrario” se la gente manifesta pacificamente.

Il messaggio velato alla metà peronista del paese è che non hanno voglia di lavorare e vogliono vivere alle spalle di chi lavora, politica supportata dai Kirchner nei 12 anni precedenti di governo fortemente sussidiante. Il 6 aprile (6A) i sindacati hanno dichiarato lo sciopero generale e hanno fatto picchetto sulla Panamericana, l’equivalente del raccordo anulare a Roma e della tangenziale a Milano, in modo da impedire a chiunque di muoversi. Hanno scioperato le banche, i trasporti, le scuole.

Per sottolineare il concetto, i picchetti si sono vestiti da guerilleros centroamericani, con il volto bendato e tubi di ferro in mano. Questa volta, a differenza di ciò che succedeva in passato (gli scioperi c’erano anche ai tempi dei Kirchner, intendiamoci), è stato applicato il protocollo antipicchetto: ossia la polizia li ha fatti sloggiare. Inutile dire che la provocazione è stata forte e che per fortunasi è risolto tutto senza feriti né morti (proprio quello che aspettavano i peronisti).

È forte, fortissimo, il sospetto che dietro a questi scioperi ci siano i K (i Kirchnernisti, ossia i supporter della ex presidenta peronista Cristina) che vogliano fare cadere il governo. Eppure i 50% del Paese che ha votato questo presidente liberale, Macri, parla apertamente della propria posizione: l’Argentina vuole tornare a guardare all’Europa e agli Stati Uniti, non ripiegarsi nel convoluto isolamento sudamericano che il kirchnerismo si è impegnato tanto a ottenere negli anni passati e che ha gettato l’Argentina nella povertà e nell’analfabetismo, e che ha ampliato anche il numero di poveri.

Per dare un’idea del problema, Cristina aveva creato l’asignación universal por hijo, ossia un sussidio statale per ciascun figlio. Più figli uno ha, maggiore è il sussidio. Ed era un sussidio considerevole per gli stipendi locali, con il risultato che i più poveri hanno cominciato a figliare a più non posso per ottenere questo sussidio. Come poi facessero a mantenere quei figli era un altro discorso, il criollo vive nel presente, già lo sappiamo.

Il sussidio per figlio è un concetto avanzato, tant’è che persino in Germania, in Svezia e nelle società più moderne del centro e nord Europa lo danno. Però non deve trasformare fare figli in un lavoro, che è esattamente ciò che è successo qui. Non so dire se il problema fosse che il sussidio era troppo ingente o se è la mentalità locale del vivere nel presente che lo ha trasformato in uno strumento per aumentare il numero dei poveri. Però è successo.

E sono proprio quelle famiglie che, ora che il velo è stato sollevato da Macri, risentono più di tutti della crisi. Numericamente sono molti, e quindi sono tanti voti. Ma c’è anche un 50% del Paese che invece vuole uscire dal medioevo del kirchnerismo e che guarda con favore il nuovo presidente, nonostante l’inflazione sia alle stelle.

L’impressione che io ho avuto è che la gente volesse lavorare e non ha potuto farlo perché non c’erano mezzi pubblici. Chi ha potuto ha usato l’auto o la bici, ha organizzato carpooling e ha persino offerto passaggi agli sconosciuti; le celebrities locali e la gente comune ha twittato con l’hashtag . Insomma, è stata un’occasione in cui il 50% “europeo” del Paese si è ritrovata, mentre il restante 50%, spranghe alla mano e volto coperto, voleva rimanere nella folle dittatura sudamericana dei K.

 


Parole chiave: huelga, paro, gremio = sciopero

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7 pensieri su “6A

    1. Quello che tutti si chiedono è se l’Argentina ne potrà uscire. L’attuale presidente è andato in giro per il mondo per tentare di convincere gli altri paesi a investire in Argentina. La presidente che c’era prima arrivava in ritardo agli incontri di stato (si credeva una regina) e in sostanza diceva al mondo che il Sud America si basta a sé stesso. La cosa da ricordare è che l’argentina era stato un grande paese “europeo”, per cui non è un’utopia quella di Macri.

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    1. Macri lo hanno votato come “il danno minore”. Non è un personaggio amato e ci sono storie di debiti delle sue società pagati dallo stato, nonché addirittura qualcuno che giura che la famiglia Macri si arricchì per la vicinanza con il regime militare (quindi ai tempi dei desaparecidos). Qualcun altro dice che dietro al successo della famiglia Macri c’è lo zampino della mafia calabrese.

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  1. Ormai ogni Paese , è’ politicamente diviso in due metà’ diverse …vedi votazione negli USA , idem qui in Italia , sento che è lo stesso da voi ….
    Ormai , più che votare PER il candidato preferito , i suffragi sono CONTRO qualcun altro, e il risultato spesso è’ salvare il meno peggio…..

    Mala tempora currunt…!

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    1. Hai centrato in pieno. Chi ha votato Macri ha in realtà votato per il cambio rispetto a Cristina, non per Mauricio. Ma ora ottobre ci saranno le votazioni “midterm”. Non so bene cosa comportino, da noi in Italia non ci sono. Mi informerò e riferirò.

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