L’amara vita dell’operaio intellettuale

Cari lettori,

mi scuso per l’assenza. Dovete sapere che quando uno è un freelancer comincia a mettere un prezzo su tutto: scrivere un’e-mail richiede tempo, tempo che potrei passare lavorando. Quindi le e-mail diventano succinte, si riempiono di acronimi come FYI, ASAP, BTW, EOB, SOB, EOD. Per fare ancor prima ho persino scritto dei modelli per dire “sì, sono disponibile” e “no, non sono disponibile”, ma ricamandoci attorno le solite frasi di circostanza: “Gentile XXX, grazie mille per avere contattato PROPRIO ME. È sempre ‘na gioia lavorare assieme; purtroppo, però ‘sta volta ho di meglio da fare / paghi proprio due fave.”.

A volte penso che dovrei fare un post introspettivo, di quelli che fa la gente “arrivata” intitolati Lettera a me stessa a inizio carriera, o cose simili. Leggo quelli scritti dalle altre, le invidio, e poi dico “e io? mi scriverò mai quella lettera?“. No. Ci ho messo parecchi anni a riuscire a diventare una freelancer nella testa e attraverso ancora fasi di risacca. Le ragioni sono varie: per prima cosa, noi donne siamo modeste. Ce lo insegnano sin da quando siamo bambine che non bisogna rubare la scena agli altri. Quando ci fanno un complimento, la risposta socialmente giusta è sminuirci anziché sorridere, gonfiare il petto e dire con orgoglio “grazie”. Lo stesso facciamo anche per i traguardi lavorativi. “Hai fatto un bel lavoro, brava!” “Ma no, sciocchezze“. Suona familiare?

Come italiani, poi, non siamo abituati ad andare a conquistare i traguardi a cui aspiriamo o a chiedere le cose che vogliamo. In parte perché siamo cresciuti senza meritocrazia: chi rompe dà fastidio e viene eliminato. Chi è incapace dà fastidio pure lui/lei, ma per il principio promoveatur ut amoveatur fa carriera.

Io ho fatto questo errore quando ero precaria in una grande azienda: gli ho detto “raga’, so’ sei anni che ‘sto qui, che so’ bbrava già lo sapete, ma voi continuate a fare i pirla  co’ i contrattini. È ora di smetterla di girarci attorno e di fare sul serio!“. Infatti sono stati seri e mi hanno mostrato la porta. Per davvero.

Capite quindi che quando ho cominciato a fare la freelancer a tempo pieno avevo ancora più paura ad alzare la voce quando volevo qualcosa. Molti freelancer come me lavorano per grandi agenzie. Se siete aspiranti freelancer sappiatelo: l’agenzia vi dà lavoro facile, ma comanda lei. Il vostro nome è quello scritto in blu all’inizio delle e-mail in font nero, quelle che copincollano ogni volta e sono lunghe mezza pagina. Non siete una persona, non avete una famiglia né una faccia, e non potete avere giornate no.

A volte si sbagliano il copincolla e il nome non è neanche il tuo. Alcune agenzie sono poi così sfacciate che hanno risolto il problema evitando di mettere il nome del tutto, stile email di massa. Come farti sentire una nullità.

Una delle cose più difficili, che ancora non mi riesce bene, è riuscire a farmi pagare quello che vorrei. Ci sto arrivando per piccoli gradi. A volte rispondo alle richieste di prezzo speciale solo-per-questo-progetto-che-il-nostro-cliente-non-ha-budget “o così o pomì“. Se vuoi pomì, io non vendo pomodori. Altre volte non rispondo affatto: vuoi che si accorgano che non ho scritto?!

A volte ho più pazienza e gli spiego che per fare quello che faccio come lo faccio ci vuole tempo e soprattutto non sono arrivata a questo livello all’improvviso, ci sono *anni* di duro lavoro, di notti passate davanti al computer, di fine settimana in cui no, non posso più farmi la domenica pomeriggio in famiglia perché devo lavorare, di corsi, di certificazioni. La risposta è sempre uguale: silenzio. Tanto chi sta dall’altra parte è un altro signor nessuno come voi, solo che lavora alle dipendenze dell’agenzia e subirà dai suoi superiori lo stesso trattamento che riserva a voi.

Le agenzie, in generale, hanno una gerarchia abbastanza semplice: il capo e gli altri. Questo vale che l’agenzia abbia 3 persone o 300. Il potere non è delegato, il potere è sempre imposto dall’alto e indiscutibile. Il riassunto della filosofia aziendale delle agenzie è: DELIVER. I project manager devono portare i risultati economici (margine), i freelancer devono consegnare il lavoro (scadenze). Il committente deve infine pagare (pagamenti).

Ma qualche piccola conquista l’ho fatta anche io e a volte riesco a intravedere dell’apprezzamento anche da parte dell’anonimo mostro dell’agenzia. Sia chiaro, niente complimenti. Semmai la disponibilità a spostare una scadenza perché sanno che se ci lavoro io, qualche garanzia ce l’avranno.

A volte leggo i blog di gente che fa il freelancer da poco e pubblicizzano la vita del freelancer come la vita di un giramondo che siccome è più figo di tutti ha scoperto come pagarsi le vacanze senza dover avere un lavoro da ufficio. Siamo seri: se fai un lavoro intellettuale, l’ultima cosa di cui hai bisogno è l’imprevedibilità. Quella se la può permettere solo il tuo cliente: tu ci devi essere quando serve e al prezzo che il cliente si può permettere. Non puoi rispondere “Ci vorrà una settimana in più perché sto per andare in un villaggino sperduto del Borneo dove non c’è l’elettricità”. A meno che tu non viva di consigli per i freelancer che vorrebbero fare i giramondo (eh sì, ci sono anche quelli!).

Sono un po’ arrabbiata con queste persone perché sminuiscono chi di questi lavori ci campa: quando arrivano loro, rientrati dal villaggino nel Borneo, e accettano dei progetti che non sanno fare per pochi soldi. Quando si propongono per due lire perché lo fanno solo per pagarsi i viaggi e non per mantenere una casa e una famiglia. Quando dicono di sì a tutto perché intanto due soldi glieli danno, ma fanno danno ai professionisti del settore.

La colpa, ovviamente, non è solo di questi “ingenui” freelancer ma anche delle agenzie che se ne approfittano. Nel corso degli anni ne ho viste di cotte e di crude.


Le pratiche più scorrette delle agenzie

  1. Contattarti e poi dirti che il lavoro è già stato assegnato, anche hai risposto UN minuto dopo aver ricevuto la loro richiesta. Motivazione probabile: qualcuno che costa meno di te ha risposto altrettanto velocemente. Altra motivazione probabile: ti hanno inviato l’offerta per sbaglio, non sono disposti a pagare la tua tariffa a prescindere, per cui… aria!
  2. Contattarti dopo settimane per dirti che il tuo lavoro non è piaciuto e quindi si vedono costretti a decurtarti il compenso per “recuperare” i maggiori costi in cui sono incorsi in fase di produzione. Per rimarcare il concetto, aggiungono una sviolinata sull’importanza CRITICA dell’alta qualità. Aggiungono che non hanno tempo da perdere in discussioni e ti fanno capire che l’ultima parola è la loro.
  3. Pagarti a 59 giorni, quando in Europa il limite è 60 giorni, ma offrirsi di pagarti prima a patto che tu accetti uno sconto sul TUO compenso. Preferisci essere pagato il 90% adesso, il 95% fra un mese o il 100% fra 59 giorni?
  4. Farti fare un test gratuito senza prima discutere delle tariffe. Questo è proprio un errore da principianti: se tanto non vogliono pagare la tua tariffa, risparmiate tempo. Tanto lo sappiamo che il test non serve per vedere di cosa stiamo parlando, ma solo se arrivi al 6. Che tu sia un 10 o un 6+ non fa differenza. Il budget è sempre quello.
  5. Sbolognarti un lavoro il venerdì pomeriggio e riaccendere il computer il lunedì a mattina inoltrata, incuranti delle tue domande. Certo, tu ci devi essere 24/7 come la stazione di benzina, loro invece nel fine settimana non lavorano.
  6. Affidare una parte del lavoro a un pivello improvvisato e contattarti per sistemarlo. Questo è davvero un classico. Molti professionisti non accettano più incarichi di questo tipo perché sono rimasti scottati troppe volte.

Di recente, ho letto una notizia interessante: un giudice olandese ha dichiarato illegali i sottotitoli di film e serie TV fatti dai fan. E sapete cosa? Sono d’accordo. Perché penso a chi ha dedicato anni e soldi a prepararsi a quella carriera e adesso si trova davanti a meno progetti, meno pagati e magari più affrettati perché deve fare i conti con orde di fan che traducono ciascuno un pezzo del film, senza alcuno standard, e poi tutti viene messo insieme alla bell’e meglio. Sia chiaro, gli hobbisti non lo faranno per profitto, ma l’effetto lesivo c’è lo stesso.

Ma il giro delle agenzie è così buono che persino i grandi distributori si sono lanciati direttamente con campagne di reclutamento massivo su internet: lo ha fatto Netflix per i sottotitoli, lo ha fatto Amazon per i libri e gli audiolibri. Certo, avranno degli standard. Ma non venitemi a dire che ne risulteranno lavori meglio pagati per i professionisti. Semmai, più novelli improvvisati, più concorrenza, compensi più bassi.

Penso a chi studia per fare il social media manager e poi si trova a dover convincere un impresario che no, anche se suo nipote sta sempre su Facebook e Instagram non è la stessa cosa che pagare un professionista. Mi immagino come debba giustificare il suo onorario di fotografo ora che chiunque ha in mano un cellulare in grado di scattare miriadi di foto gratis: un filtro e via! Crappy vs. Snappy è il geniale sito di un fotografo industriale canadese: stanco di sentirsi dire che chiunque poteva fare due foto al loro impianto, gli ha messo sotto il naso la differenza. Così si fa!

Un altro articolo che ho letto di recente su The Independent, molto illuminante, parlava della sharing economy e del reale impatto che sta avendo sui diritti dei lavoratori. Esamina il caso di chi lavora come autista di Uber, come “albergatore” di Airbnb, ecc. e che non è un dipendente, bensì un contractor, senza tutele ma con richieste di prestazioni altissime a fronte di profitti minimi per rimanere competitivi rispetto a un mercato di competitori virtualmente infinito. Le agenzie come quelle che ho descritto non sono diverse e riducono il lavoro intellettuale a una commodity.

Formal employment to varying degrees protects labour from exploitation and deprivation. The sharing economy transfers the risk of economic uncertainty from the employer to the employee with potentially tragic consequences.

 


Full disclosure: ho venduto su eBay, ho ospitato con AirBnB e una domanda o due a certi siti di reclutamento massimo l’ho fatta anche io. E certo, all’inizio ho lavorato per due spicci.

 

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7 pensieri su “L’amara vita dell’operaio intellettuale

  1. E’ un’analisi molto corretta; vale anche per il lavoro da dipendente in azienda, che non è a condizioni migliori. L’esperienza non vale più niente, conta solo il potere pagare poco e sfruttare al massimo le “risorse”. La qualità del lavoro non è più una priorità dunque perché pagarla, scegliendo un impiegato o un manager con maggiore esperienza, che magari ti viene pure a discutere invece di dire sempre di sì, anche di fronte ad evidenti cavolate? Siamo tutti convinti di vivere in un mondo di diritti? quelli dei lavoratori stanno sfumando, con il consenso di tutti.

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    1. Sono d’accordissimo, Pina. Ricordo la frustrazione dei miei colleghi più anziani nel vedere i cambi nell’azienda, che una volta era un faro d’eccellenza nel campo. Io li pregavo di INSEGNARMI e loro mi dicevano che avrebbero voluto, ma non c’era tempo. Quando loro erano giovani facevano MESI di affiancamento, mentre ormai si lavora per emergenze.

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      1. Infatti; nell’azienda in cui lavoravo, ad ogni dipendente che veniva assunto (con regolare contratto a TI) era previsto un programma di addestramento (Induction program) di tre mesi, nei quali girava nei vari reparti per imparare cosa faceva ognuno, e poi si focalizzava sul proprio; ore in aula e affiancamenti, gestiti dal reparto Risorse Umane (quello sì, che poteva sfoggiare un tale nome). Poi corsi di specializzazione…. altri tempi!

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    2. Una cosa però positiva dei dipendenti “classici” è che almeno in gruppo possono farsi sentire, mentre chi lavora a contratto è solo di fronte all’azienda (che sia un precario in un’azienda locale o un conducente di Uber).

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  2. Agenzia, fabbrica o ufficio che sia, ora più che mai le organizzazioni ed i loro membri (capi ma anche semplici colleghi) ce la mettono tutta per non riconoscere i meriti. Io ho sempre pensato due cose: il fatto di continuare a far parte di un’organizzazione è già un riconoscimento e se questa ha bisogno di te non può permettersi di tacerlo; il secondo è più importante, il vero riconoscimento è quello che deriva dalla passione per quello che si fa e per come lo si fa. Quest’ultimo non ce lo toglierà mai nessuno.

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