Metamorfosi

Quando si diventa stranieri? In quanto tempo?

È una domanda che tutti gli espatriati si pongono. Qualcuno non ci tiene affatto, qualcun altro lo diventa suo malgrado e alcuni ancora lo desiderano e si impegnano per diventarlo.

Non sto parlando della doppia cittadinanza, che pure romanticamente io considero un segnale di accettazione del nuovo paese e della propria nuova identità culturale (salvo ove la doppia cittadinanza rechi con sé vantaggi pratici, come un passaporto europeo).

Ho conosciuto espatriati che erano in sostanza lavoratori in trasferta: pur senza una ditta dietro a dargli un supporto, bensì imprenditori autonomi, si sono rifatti da sé in terra straniera. Qualcuno ci tiene a conservare la sua italianità e a mantenere un atteggiamento da “vengo in conquista in terra straniera”, qualcuno invece decide di abbandonarsi e abbracciare senza riserve la nuova cultura e il nuovo Paese.

Mi sorprendono i primi, credo si comportino così perché intrappolati in un sentimento ambivalente verso la madre patria: l’Italia, il Paese di mafiosi in cui non si può lavorare – l’Italia, il Paese più bello e avanzato del mondo. Gli “accettazionisti” li ho sempre guardati con sospetto, ma se dovessi identificarmi con una fazione sarebbe la loro. Credo c’entri l’età.


Sono tornata in Italia per le “vacanze”. Virgoletto perché sono state settimane stressanti. Sono tornata nel cono sud più stanca di prima che sognavo le spiagge del Brasile, invece mi è toccata l’influenza e Buenos Aires piovosa e umida come Londra.

In Italia ho trovato due matrimoni e due divorzi. I soliti eterni precari-disoccupati (a seconda di quando li incontro), gli autonomi frustrati dalla burocrazia e da uno stato che pretende anticipi di tasse ma ci mette anni a rimborsarti il credito d’imposta. I giovani (20-30enni) che vedono nell’espatrio l’unica luce per il futuro, l’unica possibilità di cambiare il loro destino; provano all’estero e poi non riescono a tornare indietro – il nostro Paese è troppo indietro. I meno giovani che rassegnati tirano avanti, spesso con l’aiutino della famiglia (30-40enni) o altrimenti che vedono nella pensione l’unico approdo (50-60enni). Gli unici sistemati sono i pensionati (60-70enni) che ringraziano dio di avere una buona pensione e dei risparmi, ma che guardano sconsolati al loro Paese che cambia in peggio.

Genitori ormai avvezzi all’idea che i figli se ne debbano andare per avere un futuro, figli che sono contenti di essersene andati ma che sentono la mancanza della famiglia e il non poter condividere anche le piccole cose, dovendo riservare tutto in quelle settimane di visita in Italia, in cui per forza di cose non c’è tempo o voglia di raccontare tutto, di raccontare cose che sarebbero comunque impossibili da afferrare per gli interlocutori.

Ormai ho messo due piedi fuori dalla porta. Non torno indietro. Non c’è nessun “indietro” a cui tornare, mi spiace. La porta s’è già chiusa dietro di me.


Sono arrivata in Italia che bacio-abbracciavo tutti, come se fosse il giorno del loro matrimonio. Sono diventata da padana ad argentina, in questo senso. La gente ci rimaneva un po’, non abituata a vedermi così affettuosa, o magari non abituata al contatto fisico così tanto. Uno studio rivela che gli argentini sono il popolo con le minori distanze interpersonali.

Anche se con le persone a noi vicine italiani e argentini mantengono le stesse distanze, è con i conoscenti e gli estranei che gli argentini marcano la differenza.

Ieri ho preso un paio di metro sature di corpi, e anziché lanciarsi occhiate di odio e grugnire di disapprovazione, tra i passeggeri era tutto un disculpe, lo lamento, no hay problema, por favor e sorrisini come a dire “checcevoffà”.

Io voglio diventare argentina.

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Ho preso la metro a Milano e sembrava una trincea urbana. Innanzitutto tutti fingono di non vedere gli altri, anche se siamo in 80 in una carrozza. Nessuno chiede permesso o scusa, semplicemente si usa il gomito per farsi strada nella folla. Gli unici che sorridono sono alcuni turisti. Non ho visto nessuno cedere il posto, anzi, tutti che puntavano a un sedile come rapaci, e chi si siede per primo al massimo ha l’indecenza di dire all’altro “voleva sedersi?” con sguardo sadico.

Mi sono presa un caffè in Moscova, anzi, due caffè in due bar diversi. La barista a malapena mi ha guardato. Parlava solo con la sua collega. Gente mala onda y amargada. Ho cercato altri argentini a Milano e grazieaiddio li ho trovati. Mi hanno detto che di Milano gli piace il clima rilassato e la gentilezza della gente. ¡¿QUÉ?!

Ripeto: voglio diventare argentina. Perché vivere meglio ogni giorno si può.

Suggerimenti per diventare argentini (ovvero, per diventare buena onda):

  1. Non farsi ossessionare dal denaro/dal lavoro. Quello che conta è disfrutar de la vida (godersi la vita). Moriremo tutti, ricchi e poveri, di successo e semplici servi della gleba. La differenza è come si vive il proprio tempo.
  2. Se non è preciso o bello o ipermoderno, va bene lo stesso. Un mobile non perfettamente dritto, un design non alla moda, un gadget senza l’ultima tecnologia. Sono sfizi. Non vale la pena di perdere tempo dietro a queste qualità. Probabilmente il mobile dopo qualche giorno sarà così parte dell’arredo che non gli farete più caso, le mode passano e resterete con un pezzo fuori moda tra qualche mese, le tecnologie si evolvono di continuo e nel momento in cui ne comprate una, già vale la metà di quanto l’avete pagata.
  3. Gli altri siamo noi. Prendo in prestito il titolo del successo di Umberto Tozzi perché calza a pennello. Ogni vecchietto potrebbe essere tuo nonno, ogni signora con bambini potrebbe essere tua sorella, ogni uomo potrebbe essere tuo padre. Quando i tuoi familiari e amici ti raccontano delle brutte esperienze con sconosciuti per strada, non resti amareggiato per loro? Cerca di non essere la brutta esperienza per qualcun altro.

 

Che la metamorfosi abbia inizio! O forse è già cominciata… in tal caso

AVANTI TUTTA!

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3 pensieri su “Metamorfosi

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