Criceta

È sabato pomeriggio inoltrato e sono qui che mando applications per potenziali collaborazioni freelancer. Che sarebbe l’ultima cosa da fare secondo i guru del freelancing, questa di scrivere il sabato mattina. Primo perché un professionista sa gestire i suoi tempi e il fine settimana non dovrebbe lavorare. Secondo perché il lunedì mattina nelle inbox dei destinatari ci saranno email ben più importanti della vostra candidatura spontanea da leggere.

Io durante la settimana lavoro e non ho tempo per compilare moduli su moduli dove scrivere le stesse informazioni venti mila volte che tanto nessuno ti risponde, eccetto quelli che hanno messo l’auto-responder e quelli che poi ti chiedono persino lo scan della patente (giuro!), tutti i certificati a partire dalle pagelle scolastiche fino alle vaccinazioni, le date di inizio e fine università precise al giorno (machisselericorda!) e il giorno esatto in cui ti sei laureato (machissenefrega!), infine ti fanno fare un test non pagato e poi quando gli dici quanto prendi ti rispondono che sei fuori dal loro budget perché avete la stessa tariffa.

Dicevo, ieri sera alle ore 17:30 ho consegnato l’ultimo lavoro, quello che aveva scadenza domenica mattina (maseiserio?), poi mi sono fiondata a prendere l’autobus sbagliato, ma che stranamente finiva nello stesso posto dove dovevo andare, sono arrivata con 3 minuti d’anticipo, completamente bruciati nel giro di bacini-bacetti di rito e ho fatto la seconda supplenza di italiano per adulti (un favore per un’amica che è in vacanza). Uscita da lì alle 20.40 ho ripreso due autobus e sono andata direttamente a casa di un’amica argentina a mangiare una fugazzeta rellena. Per i nuovi del blog, è questa cosa qua:

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Questa mattina mi son svegliata che la fugazzeta rellena era ancora lì nel mio stomaco che fluttuava con il litro di pepsi che mi ero sgolata prima di andare a letto nel vano tentativo di corroderla digerirla. Ho persino saltato il caffè. E poi ho realizzato l’incredibile: non avevo niente da fare nel fine settimana. Nessuno mi ha scritto alle 18 del venerdì per un lavoro da consegnare per lunedì mattina ora di Greenwich. Un fatto che non ricordo dai tempi del Natale 2016.

Credo di avervi già spiegato che adesso chi lavora in ufficio il venerdì sera ha la frenesia che il lavoro vada avanti mentre loro si fanno il weekend in santa pace, e quindi fanno outsourcing, termine figo per indicare “trova qualcuno che lo faccia per meno di quanto lo faresti tu e quando tu non puoi/vuoi farlo”. Da diversi anni io ho barattato i miei fine settimana per il lavoro e quindi le email del venerdì sera me le aspetto, ci sono affezionata. Il lunedì hanno tutti la inbox piena di email importanti e in genere ci mettono mezza giornata per uscirne e cominciare a ri-sputare email di offerte di incarichi ai freelancer, per cui in genere il lunedì mattina vado a fare la spesa.

Questa mattina ho studicchiato spagnolo, che superato il livello “mi so far capire e capisco” non è mica una lingua semplice – è forse peggio dell’italiano, pieno di regole “se la reggente è un verbo di desiderio, ma se non contiene questo avverbio, o se l’avverbio è prima usi un tempo, altrimenti ne usi un altro”. Ma sono mentalmente stanca e quindi ho deciso di cercare qualche nuovo corso da fare (!), giacché il professionista moderno non può fermarsi di formarsi.

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Ne ho trovati un paio: uno a distanza della durata di 4 settimane, dal titolo che suona come “Traduzione italiano-spagnolo-italiano sfide”. Non si capisce quante ore duri, quale sia la modalità didattica (skype in diretta? registrazione di lezione in classe? podcast?) ma il fatto che sia a distanza lo rende meno pesante. Se solo non fosse che io in quelle 4 settimane devo traslocare e non so se avrò internet, una scrivania, un computer e il tempo per sedermi. Costo: 85 euro. Dimenticavo: a me non interessa fare traduzioni, però penso possa fornire un’analisi contrastiva italiano/spagnolo utile per il mio fine di parlare spagnolo senza difficoltà.

Poi ho trovato un corso gratuito sulle moderne tecniche per un efficace insegnamento della lingua italiana. Durata: 3 mesi. Modalità: presenziale. Quando? Tutti i venerdì dal 1 settembre a metà novembre, dalle 18 alle 21 più o meno, in una scuola di lingue pubblica che sta a quasi due ore da dove vivo io adesso e da mezzora da dove andrò a vivere. L’argomento mi interessa relativamente poco. Ho letto sfogliato un libro sul tema (per i dotti: glottodidattica) e il sunto è questo: in epoca moderna si predilige l’approccio “butta l’alunno in acqua e se non vuole affogare imparerà a nuotare”. Che tradotto in un esempio pratico significa: tu, insegnante, non spieghi niente. Semplicemente proponi materiali autentici (ossia non semplificati per studenti) e vedrai che questi, grazie ai poteri paranormali e allo spirito di sopravvivenza, prima o poi capiranno che c’è scritto.

Per esempio, ieri sera ho dovuto consegnare a una classe A2 un articolo di Gino Cataldo, il critico musicale, preso da La Repubblica di vent’anni fa. Ho avuto difficoltà a capirlo pure io perché accennava allo strapaese, movimento degli anni ’20 a me sconosciuto e contrapposto allo stracittà. Ho detto alla classe di non avere idea perché gli dessero una lettura così difficile ma di non spaventarsi che è solo una tecnica didattica moderna.

La grammatica, lo studio graduale con testi di difficoltà via via maggiore sono roba noiosa. L’importante è mantenere vivo l’interesse, per esempio con avvincenti aneddoti culturali sull’Italia, e non far sentire frustrato l’apprendente dalla complessa grammatica italiana. Infatti nei programmi dei corsi di italiano in Argentina c’è sempre la lezione sulla pasta, gli spaghetti e di come il sugo di pomodoro in Italia si faccia con aglio o cipolla, pomodoro e olio d’oliva e non con tutte le schifezze che ci mettono qui, seguito da un discorso di mezzora “Ma dai! Ma non ci credo! Ma possibile che con tutti gli italiani che sono venuti qui non si sappia?!”. Tagliando corto: possibile e reale. Cui segue l’approfondimento: “e a casa tua come lo fai il sugo?“. E via dicendo.

Ho guardato il programma di un corso di portoghese per confronto, per capire se qui le cose si studiano così o che, ed era tutto di grammatica: il presente, il passato, il congiuntivo, ecc. Non si menzionavano il churrasco, le coxinhas e il menù di un intero ristorante turistico brasiliano. Come già vi raccontavo, insegnare italiano paga poco ma fatto al livello di pizza, spaghetti e mandolino sembra facile e indolore: in pratica vi pagano per chiacchierare in italiano senza troppe spiegazioni.

Per fortuna ora che ho terminato di scrivere il post sono le 21, attacco Netflix e domani ricomincio daccapo.

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