Domingo

Le domeniche, incredibilmente, riescono ancora ad essere giorni differenti da tutti gli altri, persino nelle metropoli di milioni di persone. Il mio momento preferito per girare a Buenos Aires è la domenica mattina: le strade sono vuote, il rumore del traffico non sopraffà come al solito, per strada si trovano solo i poliziotti intirizziti dal fresco e la giornata da dedicare al riposo e alla famiglia deve ancora cominciare.

L’unica pecca della domenica mattina è che i bar aprono tardi, alle 10, e per i mattinieri come me non c’è molto da fare se non passeggiare ammirando l’architettura e gli uccellini che giocano, di solito sono piccioni, ma non mancano i passeri e le cotorras (pappagallini).

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Una calle alberata con la jacarandá

Per strada, sui marciapiedi sconnessi, ci sono i resti del sabato sera di baldoria. In questa zona è pieno di teatri e locali che i giovani riempiono le sere del fine settimana e i più grandi e i turisti tutte le altre. Appoggiati sui davanzali delle case antiche e ai piedi degli alberi ci sono lattine di birra, bicchieri di platica e bottiglie di Coca.

È primavera, e finalmente non lo dice solo il calendario ma lo dicono anche le fronde degli alberi che costeggiano le calles e le avenidas di Buenos Aires e l’aria freschetta ma che lascia intuire che la temperatura salirà nel corso della giornata.

Nel quartiere di Palermo Soho ci sono molte case antiche: alcune sono state restaurate e hanno recuperato il loro splendore originario: finestre strette e altissime, protette da elaborate sbarre di ferro, porte di legno a due battenti addobbate con ottoni e ferri, muri dritti ma scanalati per regalare un po’ di movimento e putti e decorazioni su finestre e balconi.

Queste case private, costruite tra la fine del 1800 e il 1930, spesso hanno l’anno indicato sulla facciata, insieme al nome dell’architetto che lo disegnò. I recuperi più classici riportano i palazzi allo splendore originario, con facciate monocromatiche dipinte di beige chiaro, bianco, grigio o crema e le sbarre di grigio, nero o antracite. Gli architetti moderni più audaci hanno invece dipinto le facciate di rosa shock, giallo, arancione, o motivi geometrici che sono un mix di tutti questi colori che catturano l’occhio, e le sbarre sono di colore blu elettrico, verde chiaro, giallo.

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Cabrera y Álvarez

Qualche casa ha lunghe pareti cieche che danno sulla strada e i maestri della street art bonaerense li hanno saputi decorare in modo originale, al punto che nella città esistono anche tour guidati dedicati interamente ai graffiti di Palermo, sia gratuiti che privati.

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Uriburu y Santa Fe
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Gorriti y Gascón

Cammino sperando di trovare un bar aperto dove comprare qualche medialunas da portare a casa per la colazione, anche se vorrei sedermi a un tavolino e leggermi l’edizione della domenica di La Nación, che la domenica esce in edizione gigante (perfetta per quando si deve dipingere casa) e con dieci allegati, incluso un inserto in spagnolo del New York Times.

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Torno a casa e trovo La Nación tirata per terra: in Argentina i giornali (i due nazionali, La Nación e Clarín) hanno trovato il modo per continuare a esistere nonostante il sopravvento dell’editoria digitale. Abbonandosi al giornale si ottiene una tessera fedeltà che dà diritto a cospicui sconti in molti ristoranti e negozi (soprattutto gelaterie, e ben sapete quanto gli argentini adorino il gelato) di tutto il Paese. Ci si può abbonare a due giorni settimanali o a un giorno del fine settimana, e visto il numero di allegati dell’edizione della domenica tutti si abbonano all’edizione domenicale.

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La maggior parte della gente non legge il giornale, che giace abbandonato per terra finché l’encargado o il portero non lo butta ancora intonso il lunedì mattina, e sono anni che studio spagnolo la domenica recuperando le voluminose edizioni di La Nación e Clarín che trovo nell’androne condominiale. Nascosti nelle pieghe del giornali ci sono dei volantini di esercizi commerciali del quartiere: l’idraulico, il delivery di pizza, la scuola di yoga, la succursale di una catena di empanadas,…

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Medialunas e tovaglioli quadrati e ricamati

La mia domenica continua sfalsata rispetto a quella dei locali: alle 11 del mattino mi bevo il secondo o il terzo caffè, studio spagnolo e preparo la lezione di italiano del martedì. Alle 12 comincio a preparare il pranzo, e a quell’ora le finestre dei miei vicini sono ancora ben tappate e con le tende blackout ancora abbassate: stanno dormendo tutti.

La domenica mangiamo più tardi, ma il nostro tardi italiano settentrionale (13.30) corrisponde alla colazione argentina, e quando noi abbiamo già lavato i piatti e sparecchiato la tavola comincia a insinuarsi dalla finestra l’odore delle braci e delle prime carni sulla parrilla.

Ogni volta mi viene l’acquolina in bocca nonostante lo stomaco pieno. Suppongo sia un riflesso atavico perché ho mangiato una sola grigliata sola negli ultimi 12 mesi, non digerisco più bene la carne. L’olorcito de parrilla (odore di griglia) ha rimpiazzato le campane della domenica della mia vita italiana. Mi accontento con l’odore e mi immagino le famiglie che alle 15 si troveranno attorno al tavolo per il pranzo della domenica.

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Ci sarà una grande tavolata realizzata con più tavoli, tutti ad altezze differenti e di varie misure. Ci sarà un patchwork di tovaglie, un mare di bottiglie di soda (non mancheranno la Coca Zero e l’acqua alla mela), un’insalata con il pomodoro per fingere che si tratti di un pasto salutare. In ritardo, arriverà quello del gruppo che porta il ghiaccio (qui si comprano i cubetti al supermercato o alla stazione di servizio), compariranno le bottiglie di Fernet.

L’asador sarà magicamente alle prese con la brace da un’ora abbondante (ma non dormiva?!), qualcuno comincerà a coccolarlo preparandogli un Fernet con Coca-Cola (a volte chiamato affettuosamente “Fernandito” o “FerCola”) e abbondante ghiaccio. Qualcun altro sarà tornato dalla carnicería con la carne (qui la macelleria è aperta la domenica mattina, essendo la domenica il giorno di asado) e l’asador sceglierà i tagli più spessi che richiedono la cottura più lunga.

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Quello dell’asador è il compito più difficile, tutto il pranzo dipende da lui: è vero che ci sarà l’insalata, il chimichurri e il pane, ma sarà la carne a dover sfamare tutta la famiglia, poche storie! A differenza mia che ho l’ansia da prestazione, l’asador sembra essere sempre disteso, sicuro che anni e anni di pratiche consolidate non mancheranno di dare i loro frutti. Ripete religiosamente il processo ogni domenica; ogni asador ha le sue idee e le sue tecniche per l’asado perfetto: quando iniziare a scaldare la brace, come accendere il fuoco, come girare la brace, in che angolo della parrilla tenere la brace nuova da aggregare a poco a poco, come tenere a bada le fiammate (la fiamma non deve esserci MAI, ma quando capita va “tappata” quanto prima).

Qualcun altro, in genere una donna (l’asador è sempre uomo), si occuperà delle verdure. La preparazione è abbastanza semplice: si prende un peperone rosso e lo si taglia per il lungo, si toglie l’interno, si lava, si mette sulla griglia e ci si versa dentro un uovo crudo.

Se il pranzo inizia alle 14 o oltre, alle 17-18 ci sarà la sobremesa. Qualcuno sarà uscito a comprare facturas. Magari si andrà a portarle dai parenti per una merienda se non c’è stato l’asado de domingo in famiglia.

 

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