Cortocircuito linguistico

In questo post raccoglierò alcune osservazioni sulle interferenze linguistiche tra italiano e spagnolo e quali sono gli aspetti che tradiscono la madrelingua di chi parla. Niente di scientifico, sono solo riflessioni personali. Siete liberi di suggerirne altri nei commenti!

Errori da italiani

Alcuni errori che fanno i madrelingua italiani quando parlano lo spagnolo rioplatense:

  1. Non pronunciare le -s alla fine dei plurali. Questo è il mio punto debole. In italiano sono pochissime le parole che finiscono per consonante ed in genere si tratta di elisioni e troncamenti di fronte a una parola che inizia per vocale; per questo la mia lingua “inciampa” quando invece il suono è consonante-consonante. Per dire anche una banalità come “las mujeres” devo mettermici d’impegno, altrimenti mi esce “la mujeres”.
  2. Dire le vocali troppo aperte. Lo spagnolo rioplatense usa le vocali molto chiuse e bisogna abituarsi a cambiare il suono delle o e delle e se ci si vuole avvicinare alla pronuncia locale. Anche se i suoni tra spagnolo e italiano sono simili, non è detto che lo sia la loro apertura.
  3. Intonare le frasi come se fossero in italiano. Ovvio che le due lingue sono molto simili, ma l’intonazione è leggermente differente nello spagnolo rioplatense, che è noto per il suo suono molto soave e dolce. A molti stranieri piace più dello spagnolo di Spagna, che invece suona molto “mitraglietta” a confronto. Oltre all’intonazione, la particolare pronuncia di y, ll e c-s-z rende lo spagnolo rioplatense molto fluido all’orecchio. Lo spagnolo rioplatense tende a ponere enfasi alla fine della frase, mentre l’italiano è più scandito e meno musicale.
  4. Confondere ser con estar. Devo dire che questo l’ho quasi superato. Per me la chiave è stato concentrarmi sul fatto che si tratti di una condizione temporanea o permanente. Ser enfermo significa essere malato come condizione permanente, in genere si riferisce a un malato di mente; estar enfermo significa essere ammalati temporaneamente, per esempio se ho l’influenza. Ci sono solo due cose da tenere a mente: 1) anche se la morte è per sempre, si dice estar muerto; 2) ser vivo significa “essere vivente” (anziché inanimato) mentre estar vivo significa “essere vivo” (anziché morto). Attenzione a non confondere ser vivo con “ser un vivo“, che in Argentina significa essere un furbacchione, un approfittatore.
  5. Usare proprio come in italiano. In spagnolo, propio si usa esclusivamente per esprimere possesso e non per enfatizzare. Per cui sì a espressioni come “estacionamiento propio” (parcheggio privato), “su propio coche” (la sua auto personale) ma non in espressioni come “proprio così!”, “è proprio vero”, “mi è successa proprio la stessa cosa”.
  6. Usare soltanto al posto di solamente e solo come avverbio in italiano. In italiano, soltanto, solamente e solo sono equivalenti. In spagnolo soltanto non esiste, mentre solo come avverbio si usa meno spesso e rigorosamente con il significato di unicamente. Da evitare quindi di tradurre letteralmente “volevo solo dirti che…”. Dato che per noi italiani questi tre avverbi sono equivalenti, ci scappano spesso e tradiscono la nostra origine! Per frenare la lingua penso a come lo direi in inglese: se dicessi “just”, evitare, ma se dicessi “only”, sì.
  7. Infilare i connettivi dell’italiano. I connettivi sono quelle espressioni che diciamo quasi senza accorgercene per riempire lo spazio orale tra due affermazioni. Possono anche non servire a molto (in molti casi si potrebbero proprio omettere), ma sono usati per occupare attimi imbarazzanti di silenzio che sfruttiamo mentalmente per elaborare cosa ci apprestiamo a dire ad alta voce. Per la loro funzione di “tappabuchi” dell’oralità, i connettivi ci escono senza neanche pensarci, dato che la loro funzione è proprio quella di non rubarci risorse intellettuali. Per questo motivo tendiamo a utilizzarli tradotti anche nelle altre lingue, in cui il loro uso potrebbe essere meno frequente o risultare strano a un madrelingua. Sforzatevi di imparare i connettivi dello spagnolo rioplatense (o della zona dove vi trovate), dato che sono contagiosi e molto regionali. Tra i connettivi più usati a Buenos Aires mi vengono in mente:
    1. A metà frase: es decir, como que, o sea, lo que pasa es que, y bueno, igual, claro que, bueno
    2. A fine frase: ¿entendés?, ¿me entendés?, claro, ¿no?, ¡dale!,  ¡genial!, ¿te parece?, por supuesto
  8. Confondere traer con llevar. Traer significa portare qui e llevar significa portare via da qui. Siccome in italiano si dice sempre “portare”, bisogna soffermarsi qualche istante a pensare se si vuole portare via qualcosa o portare qui qualcosa. Al cameriere ricordatevi di chiedere “¿Me podría traer la cuenta?” e non llevar, come invece ho fatto io più di una volta, ricevendo occhiatacce in risposta.
  9. Abbondare col congiuntivo. Ci si potrebbe scrivere un libro sulle differenze nell’uso del congiuntivo nelle varie lingue romanze. L’uso del congiuntivo in spagnolo dipende molto dal contesto, per cui mi limiterò all’esempio più banale e generico: creo que es así (presente, nelle affermative), no creo que sea así (congiuntivo, nelle negative). Noi italiani invece siamo abituati a esprimere tutte le opinioni (credo, penso, mi sembra, ritengo…) con il congiuntivo, che per noi è il modo dell’incertezza, del dubbio della possibilità.
  10. Confondere mucho con muy. mucho+sostantivo, verbo+mucho; muy+aggettivo, muy+avverbio. Dopo un po’ vi verranno naturali, ma memorizzate qualche esempio banale a cui riferirvi in caso di dubbio come muy caliente, mucha calor; muy bonito, me gusta mucho.
  11. Confondere todavía con tuttavia. Todavía significa “non ancora”. È un falso amico molto insidioso per gli italiani.
  12. Non usare tampoco nelle negative. In italiano abbiamo anche e neanche, ma spessissimo usiamo anche sia che vogliamo sottoscrivere in senso positivo o negativo qualcosa appena detto. In spagnolo “anche” si dice también se è in senso positivo (Me gusta el chocolate. – A mí también.) e tampoco se è in senso negativo (No me gusta el chocolate. – A mí tampoco.), però spesso non è così evidente la negazione. A volte si tratta semplicemente di privazione, as esempio “tampoco me resulta que es así” (con il significato di neppure, né).
  13. Usare el cual o del cual anziché cuyo. Quando in italiano formale pensiamo del cui o il cui, pigramente usiamo del cual anziché cuyo. Tendiamo a dire erroneamente El libro (d)el cual el autor es colombiano anziché El libro cuyo autor es colombiano.
  14. Confondere por e para. Dato che in italiano usiamo sempre per, spesso ci assale il dubbio. L’elenco delle funzioni di ognuno è abbastanza lungo, per cui vi rimando qui. Ci sono poi alcuni casi in cui si può usare sia por, sia para, a seconda di cosa si voglia esprimere. Ad esempio: canto por/para ti. Se usiamo il por indichiamo la causa oppure una sostituzione (“canto a causa tua/per colpa tua” oppure “io canto al posto tuo”), mentre se usiamo para indichiamo la finalità (canto rivolgendomi a te).
  15. Non sapere distinguere por que da por que / porque / por qué / porqué. Questo è così difficile che non ve lo sto neanche a spiegare. La RAE registra persino perqué. Ve ne avevo già parlato qui. Comunque rassicuratevi, che persino il madrelingua medio va in cortocircuito al momento di scriverlo!

Errori da argentini

Li chiamo “da argentini” perché tradiscono la madrelingua spagnola nella variante rioplatense e perché sono gli unici ispanofoni con cui ho avuto a che fare finora.

  1. Usare i connettivi tipici dello spagnolo rioplatense. È il reciproco dell’errore degli italiani. Ho visto anche insegnanti di italiano dire ogni due per tre Ossia… ossia… ossia… a inizio frasema in italiano non lo usiamo tanto spesso; noi preferiamo cioè, specie al nord dove è quasi una piaga, oppure allora o anche bene. Risulta anche molto irritante (quasi insultante) alle orecchie italiane sentirsi dire ogni due per tre capisci? mi capisci?, calco di ¿entendés?, ¿me entendés?. [Sì, ti capisco. Non sono idiota… mentre tu invece mi sembra che non sappia leggere la mia faccia quando annuisco mentre parli, segno che ti sto capendo e seguendo…eeehhhhh! – Scusate, questa di “capisci” mi davvero è insopportabile perché anche nei film americani gli italiani dicono sempre “capisc” e quindi gli americani quando mi scrivono chiudono ogni frase con “capisc”, così, mozzato, come un moncherino, quasi a darmi della scema. Qualcuno faccia qualcosa!!!]
  2. Non pronunciare le doppie. Tutte le prime lezioni di italiano esordiscono con l’importanza delle doppie, con i soliti esempi sono-sonno, caro-carro, ano-anno. Bisogna essere spietati quando si insegna l’italiano a un ispanofono e martellare la questione delle doppie sin da subito, altrimenti non li correggerete più. E non lasciateli nascondere dietro alla scusa dei veneti che non dicono le doppie: i veneti parlano con un accento tutto loro, che non si limita alle doppie mancanti.
  3. Pronunciare le b e le v alla stessa maniera. Data l’omofonia di b e v in spagnolo, è uno degli errori più comuni e anche questo va fissato sin da subito, altrimenti vi troverete davanti ad avviamo anziché abbiamo per sempre.
  4. Non scrivere gli accenti a fine parola. In spagnolo non esistono gli accenti a fine parola, mentre in italiano li scriviamo praticamente solo se sono a fine parola (tranne nei casi di omografia per evitare equivoci). Gli argentini omettono spesso l’accento in è, già, però, più, città, perché,… ma lo pronunciano correttamente.
  5. Non formare correttamente le preposizioni articolate. In spagnolo gli articoli determinativi el, la danno origine a preposizioni articolate spesso slegate: en el & en la, sobre el & sobre la, por el & por la, ma del & de la. Quando gli spagnoli parlano italiano, tendono a tradurre pigramente parola per parola le preposizioni dello spagnolo. Errori comuni sono “del acqua” anziché dell’acqua, “su la tavola” anziché sulla tavola, “de la casa” anziché della casa. A volte l’interferenza dello spagnolo porta a complete omissioni dell’articolo e l’ispanofono usa la preposizione semplice anziché articolata, come lo spagnolo “de Italia” anziché dell’Italia. Anche l’uso di de al posto di di è molto frequente.
  6. Confondere andare con venire. È il reciproco di traer/llevar per noi italiani. una punizione ciascuno!
  7. Confondere gli ausiliari essere e avere. È la vendetta per ser/estar. In spagnolo l’ausiliare è uno solo: haber.
  8. Dire come che. Un altro errore frequentissimo è usare con Come che… un chiaro calco di como que al posto di siccome (“come che era troppo piccolo” anziché “siccome era troppo piccolo”) o al posto di come se (“come se fosse stato troppo piccolo”) per introdurre le subordinate che vogliono il congiuntivo trapassato in italiano (ma non in spagnolo).
  9. Essere parchi col congiuntivo. Analogamente al problema degli italiani illustrato sopra, anche gli argentini tendono a tradurre parola per parola e a usare il congiuntivo troppo poco, ma dalla loro hanno il fatto che è sempre più bistrattato anche dagli italiani medrelingua, per cui riescono a farlo sembrare un colloquialismo e non un errore da stranieri. “Credo che è così” è il primo esempio che mi salta in mente, ma esce anche dalle bocche di molti italiani.
  10. Dire como anziché come e porqué anziché perché. Data la somiglianza e la frequenza con cui si usano in entrambe le lingue, dovrebbe uscire spontaneo dopo un po’ che si parla italiano. Eppure è uno degli errori che ascolto più spesso anche da chi ha un livello intermedio di italiano.
  11. Fare giri di parole pur di non usare il ci e il ne. È uno dei primi scogli con cui si misurano gli ispanofoni quando cominciano a esprimersi in italiano con una certa scorrevolezza. Usatissimi e con svariati significati in italiano, poiché non hanno un parallelo con lo spagnolo spesso tendono a essere evitati come la peste nella produzione attiva, pur non essendo difficili da comprendere quando incontrati.
  12. Sbagliare le preposizioni. Qui possiamo solo chiedere scusa agli ispanofoni: l’italiano è molto irregolare nell’uso delle preposizioni, a differenza dello spagnolo che ha delle regole ben definite. In italiano dipende sempre dal caso specifico. Questo discorso vale sia per decidere se ci vuole la preposizione, sia quale preposizione ci voglia eventualmente. Il mio consiglio è quello di impararsi il verbo con la relativa preposizione, perché no queda otra!
  13. Confondere li con gli. A me sembra molto banale, ma è una delle sviste più frequenti anche da chi ha un livello C2 di italiano, nonostante la pronuncia di gli e di li sia distinta. Nel parlato è difficile da notare, ma nello scritto molti ispanofoni prendono molti granchi quando si tratta di decidere se scrivere li pronome diretto (= loro) o gli pronome indiretto (= a loro). Il tipico errore è “li ho scritto”.
  14. Usare se, sé e si, sì come in spagnolo. Sia lo spagnolo che l’italiano hanno le parole se, sé e si, ma con significati spesso incrociati. In spagnolo, se è il pronome riflessivo (ella se viste de rojo), è la prima persona di sapere (no lo sé) e il si è invece la congiunzione ipotetica (si te parece bien, nos vemos el domingo), mentre è l’affermazione (sí, quiero casarme contigo); caso particolare è sí mismo, corrispondente al nostro sé stesso. Raramente sento gli ispanofoni usare se no (come in “se no, facciamo un’altra volta” = “altrimenti facciamo un’altra volta”). La mia ipotesi è che già in spagnolo spesso fanno confusione tra sino (tutto attaccato, che significa ma, bensì) e si no (che corrisponde al se non in italiano), quindi se ne stanno bene alla larga. Spero non abbiate perso il filo, perché molti ispanofoni a questo punto sono già andati in cortocircuito!

11 pensieri su “Cortocircuito linguistico

  1. Mi riconosco molto nei punti 1, 5 e 7. Le -s finali ogni tanto si smorzano, tanto che a volte mi viene fuori una pronuncia quasi venezuelana. Traer e llevar continuano a essere fonto di dubbio, e abbandonare il soltanto è proprio difficile 😀
    Ci aggiungerei anche la differenza fra “ser” e “estar”, che con la traduzione letterale italiano fanno un po’ a botte e a volte diventano falsi amici 😉

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      1. Ho aggiunto ieri questi due nuovi punti! Credo me ne sovverrà qualcun altro. Per me è stata un’illuminazione vedere un’altra italiana parlare spagnolo, altrimenti sono tutti “i miei” errori soltanto!

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    1. È vero! Ma anche io faccio più errori quando scrivo con il cellulare e a volte il correttore è davvero stupido. Ho un iPhone e il correttore tende a correggere tutte le “e” con “è”. Mi è successo di scrivere via whatsapp a mio marito (ero al supermercato e dovevo spendere almeno un certo importo per poter pagare la bolletta alla cassa, anziché andare in tabaccheria): “Se prendessi un vino e una cagata?” e mi è uscito “Se prendessi un vino è una cagata?”. Al che lui ha risposto di sì perché in quel supermercato i vini sono carissimi. Ci sono anche altre correzioni insidiose, per esempio in spagnolo esistono sia ésta (pronome dimostrativo) sia esta (aggettivo dimostrativo) sia está (verbo estar) e il correttore tende a correggere sempre con está. A volte mi sorprendo di come sia ancora arretrata la tecnologia dei correttori dei cellulari

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      1. Si io non riesco mai a digitare so una sola volta perché per l’iPhone è sempre sto arrivando

        Mi riferivo comunque a colleghi che usano word e posta elettronica e davanti a una mancata doppia sottolineata in rosso tirano innanzi 🙄

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  2. Aggiungo altri “errori” degli italiani:
    Dire però invece che pero. Come invece che como. E invece che y.
    Preposizioni: Usare le stesse che in italiano, tipo: Dire di sì > decir de sì. Ti chiedo di mettermi, te pido de ponerme. Diverso dal solito > distino de lo habitual.
    E’ di origine italiana > es de origen italiana.
    Per caso > a caso
    Tenere compagnia > tener compañía

    🙂 ciaooo

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    1. Le preposizioni sono davvero insidiose, bisogna farsi il favore di imparare al memoria il verbo+preposizione perché se si tenta di imparare la regola sperando poi di poterla applicare con assoluta certezza, si finisce per fare figuracce. Questo vale in entrambi i sensi, ma soprattutto per gli ispanofoni che imparano l’italiano in quanto, a mio avviso, almeno lo spagnolo è abbastanza coerente con l’uso delle preposizioni (specie per quanto riguarda l’oggetto diretto e indiretto), mentre l’italiano è una selva… le preposizioni sono davvero l’ultimo baluardo dove si è costretti a chiudere la discussione con “perché è così” abbandonando ogni filo logico.

      Per fare un esempio, parlando con un’insegnante di italiano argentina, mi sono trovata a spiegare la sottile differenza tra “Festa di pronomi” e “Festa dei pronomi” (era il titolo di un’attività di didattica ludica). La prima suggerisce che facciamo festa *con i* pronomi, mentre la seconda suggerisce che stiamo facendo una festa *ai* pronomi.

      Nonostante questo, ho più amici argentini che riescono a farsi passare per italiani in Italia che amici italiani che riescono a farsi passare per italiani in Argentina. (La casistica è alquanto limitata, va detto.)

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      1. Già, imparare per bene una lingua non è semplice. Le regole/non regole sono un incubo.
        A me è successo con l’italiano invece che lo sapevo grammaticalmente meglio appena arrivato perché l’avevo appena studiato, mentre col tempo ho dimenticato la grammatica teorica e sono diventato quasi soltanto pratico.
        Nella mia casistica, sono veramente pochissimi gli argentini che parlano “bene” l’italiano, la maggior parte lo parla più o meno, se riescono a parlarlo abbastanza bene poi è l’accento/pronuncia a tradirli. Devo dire a sua volta che i pochi italiani che ho sentito parlare in spagnolo li ho sgamati subito 😀
        Ciao

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