Quanto vale un professore

Perché il lavoro intellettuale è così poco considerato?

Un tempo, così dicono – io non ero ancora nata, il lavoro intellettuale godeva di un certo prestigio. Che si trattasse di una maestra di scuola elementare, di un medico, di un ragioniere o di uno scrittore, era pur sempre gente che “aveva studiato”.

A un certo punto le cose si sono ribaltate: il maestro è chi non è abbastanza bravo per fare qualcos’altro, i medici sono ormai troppi e mediocri, il ragioniere è un mancato commercialista, lo scrittore è un buono a nulla.

È difficile dare valore al lavoro intellettuale, nonostante richieda più studio di uno manuale. Probabilmente risulta difficile perché è difficilmente apprezzabile da chi ne sa di meno. In alcuni casi, poi, ci sono diversi percorsi che possono portare a una professione intellettuale e questo genera confusione tra il pubblico (ma anche ricchezza di risultati, nella mia opinione personale).

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Chi segue il mio blog già sa che mi piacciono le lingue, mi piace studiarle (quelle tre che parlo) e mi sembra straordinario poter parlare due lingue straniere considerando da dove sono venuta. Chi ha questi interessi, solitamente inizia con un “oh, come vorrei poter parlare in [lingua]. Sembra che chi parli [lingua] sia così figo e faccia cose così interessanti, che gli si aprano un sacco di porte che a chi parla solo italiano sono precluse!” e finisce con “adesso che so bene [lingua], come la posso usare?“.

Se poi è stato particolarmente interessante il processo di apprendimento, ci interesserà più l’aspetto linguistico di quello utilitaristico. Ossia, non ci interesserà solo usare la lingua straniera ma vorremo anche lavorare di lingue, magari ricambiando il favore aiutando qualcun altro ad apprendere una delle lingue che sappiamo.

Le professioni classiche che attirano gli amanti della lingua sono: insegnante, traduttore, interprete, con le varianti “multimediali” di sottotitolatore, doppiatore. Tutte carriere in cui possiamo trovare sia gente che ha studiato all’università per prepararsi, chi ha fatto un corso breve e chi semplicemente s’è buttato e ce l’ha fatta.

Questa varietà di background lascia disorienta la clientela, in particolare modo poiché non è necessariamente vero che chi ha seguito un percorso accademico sia più efficace di chi ha seguito un corso breve o nessun corso (più preparato senz’altro, ma l’efficacia è un’altra cosa – tutti abbiamo avuto l’insegnante preparato ma soporifero o incapace di spiegare). Chi fruisce dei servizi di queste figure, è in grado di coglierne le differenze? Sembra proprio di no, a meno che non si sia misurato a sua volta con quel lavoro e sappia quindi riconoscere lo sforzo.

Anche io ho difficoltà a capire se c’è davvero differenza tra chi insegna una lingua dopo anni di studi universitari, chi ha fatto un corso per diventare insegnante per stranieri e chi invece lo fa e basta.

Come ho già raccontato, appena arrivata in Argentina avevo seguito un corso di spagnolo che non era un vero e proprio corso, bensì varie lezioni pratiche gratuite tenute dai corsisti del corso ELE (Enseñanza de Español como Lengua Segunda). Ogni corsista aveva 30-45 minuti per esporre un argomento, per cui ad ogni incontro c’erano 3-4 esposizioni di altrettanti aspiranti “insegnanti di spagnolo per stranieri”. Noi stranieri, le cavie, potevamo partecipare gratuitamente.

La prima lezione a cui ho assistito riguardava il preterito perfecto e si partiva con l’analisi di un testo sugli indiani Querandíes, una delle popolazioni native dell’Argentina. Non ci capivo niente: io neanche sapevo il presente! Siccome vivevo a due isolati dall’istituto di lingue dove si tenevano questi corsi ELE, ne ho seguiti almeno 4-5 cicli durante un anno, anche perché non c’erano molti stranieri nel posto dove abitavo a quell’epoca e quindi l’organizzatrice del corso contava sulla mia presenza. In qualche occasione sono anche stata l’unica alunna-cavia. Sfortunatamente per gli aspiranti insegnanti, ero una molto interessata alla lingua e alla grammatica, mentre loro ne avrebbero fatto volentieri a meno.

C’erano una traduttrice, una psicologa, una pasticcera, un cameriere, una volontaria che faceva le missioni in Africa, ecc. Oltre al differente background, avevano anche motivazioni diverse per frequentare quel corso. Nel 95% dei casi era solo per avere un pezzo di carta da usare all’estero per avere una chance in più di trovare un lavoro per arrabattarsi. Credo nessuno fosse veramente interessato a insegnare.

A parte la traduttrice, gli altri non sapevano neanche le basi della grammatica spagnola, non sapendo cosa fosse un pronome, un avverbio, né distinguere un preterito perfecto da un preterito indefinido. Molti facevano errori ortografici che neanche venivano corretti dalla professoressa che teneva il corso (probabilmente, aveva gettato la spugna da molto tempo anche lei). In un paio di occasioni, la professoressa-capa ha fatto qualche lezione dimostrativa ed era davvero brava: simpatica, coinvolgente, preparata.
Sfortunatamente, la maggior parte dei suoi alunni non riusciva a imitarla. Semplicemente, non avevano né la stoffa né la voglia.

I suoi corsisti avevano anche diversi caratteri. Ne ricordo uno, in particolare, che più che il professore sembrava uno studente: se gli facevi una domanda non sapeva mai la risposta e faceva scena muta. La classe piombava quindi in un silenzio imbarazzante. Io distoglievo lo sguardo e lui passava all’argomento successivo. Un’altra, la pasticcera, invece rispondeva sempre “porque es así” con sguardo a metà tra il benevolo e il condiscente, ma mai vergognandosi per non sapere la risposta: ero io che non ci arrivavo, poverina. Però portava sempre dei dolcetti fatti in casa.

A volte le classi erano poco efficaci perché io avevo un livello ormai più avanzato di altri partecipanti, oppure perché la mia madrelingua era così simile allo spagnolo che già partivo con un vantaggio che un anglofono avrebbe impiegato un semestre o un anno a colmare.

Ad ogni modo, credo che sia difficile soddisfare uno studente come me, che si figura nella categoria esigente pedante. Adesso mi piacerebbe avere un tutor che sappia correggere nei miei punti deboli: ossia che sappia trovarli e poi mi martelli su quelli, senza avere il timore di approfondire l’aspetto grammaticale (in cui io ci sguazzo come Moretti nella Nutella).

Ma come trovare l’insegnante giusto per me? Sarà quello laureato? O sarà quello che è appassionato? O magari quello che è stato dall’altra parte della barricata e s’è trovato a dover imparare l’italiano e conosce quali sono i punti deboli degli italofoni nell’apprendimento dello spagnolo?

Se avete avuto un insegnante di lingua o se insegnate/avete insegnato lingue, postate la vostra esperienza!

4 pensieri su “Quanto vale un professore

  1. Leggo sempre con piacere i tuoi articoli. Sto concludendo la magistrale in Lettere Moderne e mai avrei immaginato, al momento dell’iscrizione, di laurearmi in letteratura spagnola. Ho sostenuto due annualità di letteratura spagnola e ora sto seguendo un laboratorio che mi porterà al B1. Complici l’insegnante di letteratura e quella di lingua (peraltro argentina!), mi sono innamorato di questa lingua complicata e della cultura ispanofona che fino a qualche anno fa mi era completamente ignota. L’insegnante di lingua ci fa scrivere tantissimo, fin dall’A1/A2, e questo mi aiuta a memorizzare il lessico e i verbi.
    Negli anni ho studiato anche francese e inglese, ma, mentre in francese ho avuto un’esperienza fortunata simile a quella dello spagnolo, con l’inglese ho sempre trovato insegnanti che assegnavano pochi esercizi e che trascuravano completamente lo scritto. L’ultima esperienza è stata il colmo. Il “professore” era un madrelingua sui 25 anni che doveva gestire una classe molto eterogenea per età e obiettivi, in cui la maggior parte rispondeva in italiano alle sue domande o non faceva i compiti. Lui si vantava di non essere laureato e per fare conversazione ci riferiva le sue opinioni su cosa andasse male in Italia. L’unico problema è che si trattava di un B1 e puoi immaginare in che modo potessimo partecipare alla discussione. Aggiungo che lui non faceva mai delle domande dirette, per cui uno poteva stare pure zitto per le due ore di lezione.
    Diciamo che, guardando le sue lezioni, ho memorizzato tutto ciò che non farò se dovessi insegnare!
    A presto

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    1. Ciao Gianpiero, io non ho mai studiato letteratura di nessuna delle “mie” lingue (tranne l’italiano perché obbligata a scuola) e non ne sono molto entusiasta, a dire il vero. Quando ho studiato inglese ho trovato molto utile trascrivere dei brani inglesi “alla mia portata”, cercando di scrivere a memoria una frase per volta: mi aiutava a notare se ci andava la -s alla fine, che preposizione ci voleva, l’ordine delle parole. Che libro stai usando per lo studio della grammatica spagnola? È specifico per italofoni?

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  2. Ciao Isa ! Grazie per il consiglio riguardo l’inglese, non ci avevo mai pensato. Per spagnolo sto usando un manuale per italiani “¡enhorabuena!” Della Zanichelli curato da Maria Vittoria Calvi

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