La bella

All’età di sei anni, come tutti, ho cominciato ad andare a scuola. Già sapevo scrivere, il primo giorno di prima elementare. Il mio problema era che sapevo sempre già più degli altri. Le spiegazioni della maestra (ne ho avuta una sola per 5 anni di elementari) erano noiose e ripetitive, però accurate, tant’è che me le ricordo ancora.

Il primo giorno di scuola siamo dovuti andare in aula con un genitore. Ricordo la mia  aula: sembrava un laboratorio di chimica: era rivestita di piastrelle lucide gialline e aveva dei grossi lavandini in fondo, sovrastati da finestroni grandi e pesanti. Sulla parete opposta c’era la lavagna. Ai lati, delle stecche di legno per infilzarci poster e disegni con le puntine.

La mia cartella era una cartella rigida di Barbie. Per chi non lo sapesse, le cartelle scolastiche sono rigide, sono gli zaini che sono morbidi (lo diceva la maestra, per cui è vero). Credo che al giorno d’oggi nessuno usi la cartella: lo zaino è molto più comodo. La cartella, dalla sua, era più ordinata. Ricordo la cura con cui scelsi i primi quaderni e la delusione di doverci mettere su la copertina di plastica dopo aver scelto con inutili riflessioni “di chi” dovesse essere il mio quaderno: di Barbie? a fiori? dell’Invicta? della Best Company? di Charro?.

barbie.jpg
La mia cartella di prima elementare la ricordo così

Avevamo con noi il corredo di base che era stato diffuso mediante un elenco scritto a mano e fotocopiato e appeso alla porta della direzione didattica e ripartito alle tre cartolerie del paese: l’elenco scolastico. C’erano due matite: una HB e una 2H, c’era una penna a sfera blu o rossa, un certo numero di quaderni piccoli con le righe “da prima elementare” con altrettante copertine colorate per indicarne la materia, la gomma tipo Staedtler, un temperino,… Avevamo anche un punteruolo e il relativo tappetino di feltro per le attività creative (!). Ovviamente abbiamo atteso per un anno l’unica lezione in cui abbiamo potuto usare il punteruolo per ritagliare una sagoma di carta.

Mia nonna aveva una cartoleria e 15 giorni prima della scuola io ero già pronta con il mio corredo: ho controllato innumerevoli volte di avere tutto ciò che era previsto dall’elenco scolastico, ho perso ore a scegliere le matite “più perfette” (ossia senza ammaccature lungo l’impugnatura, senza vernice sbeccata), le ho temperate con precisione certosina, ho dibattuto internamente sul colore del punteruolo (alla fine lo scelsi rosso) e su quello del tappetino (c’era solo grigio da mia nonna, ma sapevo che esisteva anche di altri colori). Ho vagliato gli astucci e ho scelto l’astuccio completo di Barbie, quello che era come un libro con le pagine e le matite e i pennarelli infilati nell’elastico, tipo questo:

rachael-hale-cagnolino3-228x228.jpg

Il primo o il secondo giorno di scuola, quando i genitori hanno lasciato l’aula, la maestra ha subito detto che noi la biro non l’avremmo usata. Quella era per i bambini di seconda; ma se saremmo stati bravi e capaci, forse alla fine della prima avremmo potuto usare la biro “in qualche caso speciale”.

La transizione dalla matita alla biro è stata graduale. Innanzitutto si scriveva a matita, ché facevamo troppi errori e andavano corretti, e poi si ricopiava “in bella” a biro. C’erano due modi per farlo: il primo, più da incerti, consisteva nel ricalcare con la penna il tratto della matita, poi cancellando la traccia della mina (e inevitabilmente sbavando l’inchiostro e creando un bruttissimo alone bluastro su tutta la pagina). Il secondo era più ordinato: si memorizzava il testo a matita, lo si cancellava e lo si riscriveva a penna: più laborioso e impegnativo, ma con un risultato migliore. Questo è stato un grande insegnamento: le cose fatte bene, richiedono più tempo. E poi ci sono le scorciatoie per i pigri, per chi – come diceva la maestra – fa le cose “alla carlona”.

La maestra era l’unica che poteva avere una biro rossa. La sua calligrafia era regolare ed elegante, mai incerta. Non sbagliava mai e i nostri errori li segnava con un tratto dritto, preciso, deciso ed elegante. I nostri avrebbero dovuto esserlo con un tratto altrettanto pulito: niente zigzag furiosi, niente pagine forate. Una semplice riga dritta orizzontale, da fare col righello, in modo che lei potesse vedere il nostro errore e la nostra correzione.

Se l’errore veniva notato immediatamente (cosa preferibile), a fianco alla versione barrata potevamo proseguire con la versione corretta. Se invece ci si accorgeva dell’errore in un secondo momento, e la sostituzione era minore (1-2 parole), si poteva tentare di scriverla sopra alla parola sbagliata, senza sforare la riga. Infine, se invece si trattava di una correzione lunga, magari di un’intera frase, bisognava indicare con un asterisco il rimando alla fine della pagina, dove avremmo potuto scrivere, in carattere più piccolo, la correzione.

Capite che se a trenta e rotti anni mi ricordo ancora queste cose, alle elementari mi annoiavo molto. La scuola iniziava alle 8:20 e finiva verso le 12:30. Alle 13:15 io avevo già mangiato e fatto i compiti (efficienza milanese). Da lì in poi, il pomeriggio era lungo e noioso, e le mie uniche compagnie erano le televisione e le merendine del Mulino Bianco.

Da qualche parte, probabilmente nel primo o nel secondo rotolo che vedo guardandomi la pancia, le ho portate con me fino a qui. Le merendine del Mulino Bianco erano diaboliche: la pubblicità martellante in TV, le gommine in regalo in ogni confezione, la raccolta punti per la casetta, la dimensione della merendina che non saziava mai – anzi! – invogliava a mangiarne ancora (possibilmente tutta la confezione).

La filosofia scolastica della “bella” era però ormai ben stampata nella mia testa: “sei troppo imperfetta per sprecare inchiostro per la bella”. Così le gommine non sono mai state usate, conservate illibate per un’occasione importante, per “la bella”. Verso la terza elementare ho cominciato a leggere Topolino: altre gommine, però più colorate, anch’esse conservate con religiosa perizia perché Topolino era americano, per cui ancora più prestigioso delle merendine “italiane”.

Verso la fine delle superiori, con la ribellione dell’adolescenza, ho rimesso in discussione tutto ciò che sapevo e ho finalmente afferrato le gommine (confesso con un minimo di pudore e riverenza, nonostante andassi per i 18 anni) e le ho usate. Ormai dure, non servivano a nulla. Ho dovuto buttarle. Anche da questo episodio avrei dovuto trarre un insegnamento esopeo: chi troppo attende, nulla stringe.

Eppure l’ossessione della bella è un male tutto italiano: alzi la mano chi non ha mai conosciuto un italiano che ha il servizio “buono” coi calici di cristallo ma usa i bicchieri della nutella 360 giorni l’anno, la tavola da pranzo “per gli ospiti” ma mangia stretto su un tavolino in cucina, la cucina “bella” e il fornelletto di tutti i giorni nel tinello.

Ma perché?!

 

 

10 pensieri su “La bella

  1. Ciao Isa, come stai?

    Non c’entra nulla col post, ma qui in Italia si iniziano a leggere articoli di un altro crollo economico in arrivo, è vero?

    Non chiedo ai miei amici Argentini, perchè per loro è sempre crisi laggiù

    Piace a 1 persona

    1. Ciao Alex, qui è siamo sempre sull’orlo della crisi. Nessuno ha mai capito niente dell’inflazione, di cosa la causi, di cosa la influenzi e di come se ne esca. La gravità della situazione sembra sempre molto umorale: qualcuno scrive una statistica drastica e sembra di essere sull’orlo della crisi, qualcun altro scrive un articolo che parla di frenata dell’inflazione e sembra che forse ce l’abbiamo fatta. Quello che però si contesta a Macri è che le sue modifiche sono state tutte alle sfere alte (investimenti, rating delle agenzie creditizie, ecc.) e non a vantaggio delle sfere popolari. Anche chi lo ha votato sta cominciando a spazientirsi perché i consumi costano di più e non c’è stata nessun’altra miglioria (la sicurezza è sempre quel che è, l’apertura all’esterno non è stata la rivoluzione copernicana che si preannunciava).
      Queste fluttuazioni (sia in positivo che in negativo) schiacciano alcuni e fanno fiorire altri. Resta poi da vedere cosa significa “tirare la cinghia” per diversi tipi di argentini: per me significa non andare al ristorante spensieratamente, ma per qualcuno significa non potere fare la spesa. È decisamente un periodo di vacche magre, ma prima era un periodo di vacche incredibilmente grasse.

      "Mi piace"

      1. Solito insomma.

        Capito, grazie per la spiegazione. Dalla notizie sui vari siti negli ultimi giorni, sembrava foste veramente vicinissimi come non mai, a tornare in una brutta spirale, per l’ennesima volta.

        Mi auguro, prima o poi, l’ Argentina torni un posto bello come dovrebbe essere, sotto tutti i punti di vista.

        "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...