La fatica

La vita a Buenos Aires è faticosa. Lo dicono molti argentini che se ne vanno, lo dicono gli expat che ci vivono. “Non ce la facevo più, ogni giorno una lotta”.  “Non sopporto più il pressappochismo”.

Quali sono le difficoltà della vita urbana bonaerense. Beh, considerato che siamo una decina di milioni capirete che è ben affollato. Per fortuna i mezzi pubblici passano spesso e sono anche puliti, nel limite della pulizia che si può ottenere quando un autobus trasporta giornalmente migliaia di persone. Non hanno le scritte, le cicche o le bruciature come in Italia. Anzi, molto spesso c’è pure tutto il necessario per pulirlo: secchio con l’acqua, straccio, aria compressa.

Però capirete che l’ora di punta è l’ora di punta anche qui: gli autobus si riempiono, se sono pieni non fermano a fare salire gente e voi dovrete aspettare il successivo. Idem per la metropolitana: sulla banchina c’è la doppia fila: se il treno e arriva e voi siete indietro, verso la parete, ora che sarà il vostro turno la carrozza sarà piena.

I marciapiedi di Buenos Aires sono tutti piastrellati. E le piastrelle si rompono o vengono distrutte durante i lavori alla rete stradale, o durante il carico e lo scarico di merci, o ancora perché le radici degli alberi le sollevano. Le buche che restano, o restano tali e si riempiono di spazzatura, o qualche anima pia ci butta dentro i resti di una colata di cemento. Che si rompe perché troppo sottile e in cui qualche burlone ci infilerà la scarpa o ci inciderà il suo nome. (Ci sono anche cani burloni che non sanno leggere e ci infilano la zampa. – Fido è stato qui.)

I marciapiedi di Buenos Aires sono piedi di deiezioni canine. Ossia merde di cane, se lasciamo da parte i francesismi per un attimo. Voi direte: possibile che sia pieno di randagi? Beh, in alcune periferie sì. Ma a Palermo, Recoleta, Belgrano… sono merde di cani con padrone. E il padrone? Porta a passeggio il cane sciolto, così quando caga finge di non conoscerlo e non deve pulirne la merda.

Merdini, merdoni, merdacce. E prima o poi ne pesterete una, come è successo a me l’altro giorno mentre camminavo il pomeriggio sotto la pioggia. La merda era in agguato sotto alla foglia e me ne sono accorta solo dopo averla portata in casa. Voi non ci crederete, ma le merde di cane sono davvero antipatiche. Alcuni quartieri sono quasi privi di merde di cane, in genere se il quartiere è ricco e gli edifici che si affacciano sulle strade hanno tutti il portiere o sono negozi. Ma nelle zone più residenziali, come la mia via, i padronacci dei cani cagosi l’hanno facile: aiuole, casette private, piccoli condomini senza portiere.

Le merde di cane sono una delle cose più fastidiose per gli expat. Nei paesi civili è difficile concepire come la gente possa tollerare di vivere in una città infestata di merde di cane. Perché oltre a dover fare fare slalom tra le buche, bisogna fare slalom tra le merde di cane. E le merde di cane puzzano anche, per cui una passeggiatina per una calle arbolada si trasforma presto nell’esperienza olfattiva “giro al canile”.

Provate a dire a un padrone di cane di raccogliere la merda del suo cane: vi manderà a fare in culo, con quel modo rabbioso, maleducato e arrogante che gli argentini nascondono alla perfezione. Chi si aspetterebbe che quella vecchia con i capelli tinti malamente di biondo e lo sguardo addormentato si possa trasformare nella Madre-di-Sgarbi con riflessi olimpionici? Eppur succede.

Lo sporco e lo schifo sembrano non tangere gli argentini. Un giorno stavamo passeggiando e a fine isolato c’era la solita scena: vecchia maltinta che fumava e il cane libero che le correva, libero, ora indietro, ora in avanti. La tipa fumava e si guardava intono, come uscita da un personaggio dei Simpson. Il cane le trotterella di fronte, si accovaccia e SQUAAAAT caga. La tipa è in modalità “Filtro: non ho un cane” per cui non registra l’azione canina e prosegue la sua passeggiata. E pesta la merda. La merda del suo cane. Con le infradito.

Però siccome ha il “Filtro: non ho un cane” non se ne accorge neanche. Ancora una volta, l’Argentina mi sorprende.

Mi sorprende persino per la quantità di rifiuti per le strade: tra i rifiuti in sacchetti che vengono tranciati dai poveri per vedere cosa c’è dentro, o dai cani per lo stesso motivo, i rifiuti che erano stato correttamente tirati nel cassonetto ma che qualche villero ha buttato fuori per rovistare tutto il cassonetto, i rifiuti che invece sono semplicemente buttati lì dalla gente normale… a Buenos Aires si cammina tra fazzoletti, pannolini di bambini, pacchetti di siagrette fuori, plastiche varie, involucri di alfajores. Ricordatevi che qui fa caldo 8 mesi all’anno e quindi si sta in infradito: quanto è grazioso camminare facendosi sfiorare i piedi dalle cartacce? Per me, un incubo. Per i locali, la normalità.

Anche nei quartieri benestanti, anche gli anziani: tirano fuori un fazzoletto per asciugarsi gli occhiali e poi lo lanciano per terra; prendono una merendina per il nipote che esce da scuola e tirano la carta al suolo; comprano un pacchetto di sigarette, svolgono il cellophane e finisce per terra; comprano un hotdog e il secondo dopo che hanno finito di mangiarlo, buttano cartoncino e tovagliolo sui loro stessi piedi. Sui loro stessi piedi! In infradito pure…

In Argentina ci piace fare la fila. Lo dice La Nación. Molte imprese di pubblica utilità (telefono, luce, gas) stanno passano alla bolletta solo digitale. Gli anziani sono persi: come faranno a sapere quando è ora di pagare? Non lo so, vedete voi se in settant’anni di vita ancora non avete memorizzato la cadenza bimestrale o mensile delle bollette.

La Nación ne ha intervistata una, che ha commentato “adesso dovrò farmele stampare da mia figlia”. Non era questo l’obiettivo, signora. Ma complimenti per aver trovato il modo di aggirare “l’ostacolo” aggiungendo un nuovo step.

L’articolo continua spiegando che i pensionati argentini, al contrario di quanto si possa pensare, non prelevano tutta la pensione in un botto, bensì si recano in banca almeno una volta alla settimana. E con “recarsi in banca” si intende andare allo sportello dove c’è impiegato, con cui fare due chiacchiere. Gli ATM, dice un responsabile della digitalizzazione, incutono paura: gli anziani temono di pigiare il tasto sbagliato e che tutto scoppi. E poi gli piace fare la fila. Sì. Gli piace fare la fila. Si sentono utili. L’ironia…

In Argentina ce l’abbiamo l’addebito in banca, ma molta gente lo vede con sospetto. Teme addebiti doppi, dice che pagando di persona e avendo la ricevuta di carta si sente più sicura in caso di contestazioni. Queste obiezioni le ho sentite anche in Italia. Per questo ricordo di avere pagato 40 euro di mora sulla bolletta del gas: lo scettico che le voleva pagare col bollettino se n’era dimenticato.

Da una parte, va riconosciuto che con il cambio ballerino, la gente aspetta sempre l’ultimo momento per pagare qualsiasi bolletta o fattura. Il che significa che intorno al 10-15 del mese, vedrete code e code di gente fuori dalle tabaccherie, in fila per pagare le bollette.

A volte il sistema di pagamento va fuori servizio, ma nessuno si spreca a mettere fuori un cartello. Così io vado a cercare un altro negozio dove pagare, e trovo chiuso anche quello.

Una cosa comune a Buenos Aires è camminare. Camminare. Camminare. Dicevamo con mio marito che di vestiti ne abbiamo a bizzeffe ancora come nuovi, ma di scarpe ne buttiamo un paio all’anno perché si sfasciano da tanto camminiamo. In Italia, ci spostavamo sempre in auto e a piedi ci si limitava a camminare nei centri commerciali o storici. A Buenos Aires, invece “solo 6 cuadras” sono 600 metri all’andata e altrettanti al ritorno. Aggiungeteci un paio di giri per tentare di pagare una bolletta e sono già raddoppiati.

Il cellulare di mio marito ha una di quelle app di monitoraggio dell’attività fisica: un giorno abbiamo camminato più di 7 km senza neanche accorgercene. Non lo facciamo tutti i giorni, ovvio, però un giorno dedicato a fare commissioni si trasforma in un allenamento senza volerlo.

Certo che abbiamo il commercio virtuale, ma ci sono due grandi ostacoli: la malfidenza e il cambio ballerino. La malfidenza è sia dei commercianti nei confronti delle tecnologie, sia degli acquirenti nei confronti degli acquisti “non di persona”. Il cambio ballerino è il motivo per cui i commercianti sono restii a pubblicare i prezzi.

Ogni volta che un’attività posta i propri articoli o servizi, il prezzo è sempre “Por privado” / “Te contestamos por inbox” / “Te escribo”. Perdiana! Voglio solo sapere quanto costa un mese di corso di portoghese (questo mese, ovvio…. non dicembre 2018): invece devo scrivere “Hola, ¿cuánto sale el curso de portogués?” e aspettare qualche ora per avere la risposta. A quel punto ho già perso l’interesse o trovato un altro corso.

Sono davvero pochissimi gli esercizi con il negozio virtuale. Per avere un negozio virtuale ci vogliono i prezzi. E i commercianti non li pubblicano. Persino nelle librerie i libri non hanno prezzo: bisogna prendere il libro e passare il codice a barre sotto al lettore: a quel punto sapremo quanto costa.

In questi giorni, il cambio ha ripreso a fluttuare, segno di un’economia che si sta incrinando. La questione è così complessa che neanche gli economisti la capiscono, per cui figuriamoci se ci provo io a capirla e spiegarla. Diamo per assodato che il cambio è ballerino, dopo essere stato forzosamente fermo per molti mesi. (Forzosamente = il governo lo manteneva fisso anche se l’economia andava male). Panico.

A livello micro, a livello della gente, cosa cambia? Cambia che certi prodotti, i distributori non li distribuiscono più. Ce li hanno lì a magazzino, ma perché dovrebbero venderli oggi a 1000 pesos (44 USD) quando magari domani 44 USD varranno 1100 pesos e dopodomani 1200 pesos? Questi sono numeri piccoli che ho sparato a caso, ma il ragionamento di fondo è quello.

Il verduriere che dice “oggi al mercato centrale quelle patate pregiate non le hanno volute vendere” o il cartolaio che spiega “sono andato dal distributore, ma ha detto che le risme di carta non c’erano più, ma so che è una palla”.

Sempre per questo motivo, adesso che c’è il cambio ballerino ci stiamo mangiando le mani per avere cambiato un sacco di soldi quando il cambio era stabile e ci stiamo affrettando a fare compere prima che il prezzo della merce aumenti. L’aumento dei prezzi non è mai proporzionato all’aumento del cambio, tutto aumenta “a sentimento”. Per questo motivo ci sono molte differenze di prezzi tra un negozio e l’altro e all’inizio impazzivo girando tre supermercati per capire quale fosse più conveniente. Risposta: nessuno. Consumavo solo la suola delle scarpe.

9 pensieri su “La fatica

  1. “La Nación ne ha intervistata una, che ha commentato “adesso dovrò farmele stampare da mia figlia”. Non era questo l’obiettivo, signora. Ma complimenti per aver trovato il modo di aggirare “l’ostacolo” aggiungendo un nuovo step.” Qua m’hai fatto piegare! 🙂

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    1. Cmq io la capisco la signora… Stanno digitalizzando tutto e chi è fuori, è davvero fuori. L’articolo spiegava che questa digitalizzazione ha portato alla nascita di nuove figure professionali, una sorta di intermediari digitali: se le pratiche per le pensioni si fanno solo online e tu non sai usare il computer, come fai?

      Va anche detto che qui nei chioschi/tabaccherie di pagamento /banche è pure vietato usare il cellulare, per cui se anche mi tengo la bolletta sul dropbox, poi mi guardano male quando detto il codice cliente dal cellulare. Io l’ho detto che è faticoso vivere qui!

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  2. Amo questo tipo di articoli, perchè nonostante sia venuto solo 3 volte a Buenos Aires mi rispecchio completamente in quello che scrivi, ho avuto le stesse sensazioni.

    Lasciamo perdere le merde di cane, in 2 mesi ormai le vedevo anche al buio, e non per vantarmi, non ne ho mai pestata nemmeno una 🙂

    Mi dispiace che i 10 pesos che mi sono portato indietro come ricordo non varranno più nulla ahaha 🙂

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  3. Comunque la cosa peggiore di Buenos Aires, a parte le merde e cartacce ovunque, sono le cucarachas, quanto odio le cucarachas mamma mia.

    Ero a casa della mia amica Jesica durante l’ultimo soggiorno, stava facendo dei lavori in bagno, e c’era un buchetto che dava all’ esterno, INVASIONE, me le sognavo di notte.

    Poi verso gli ultimi giorni avevo reso la casa a prova di entrata, ma che incubo.

    Il massimo è stato quando ho infilato il piede in una scarpa, ho sentito che c’èra dentro qualcosa….non aggiungo altro.

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    1. Oddio! È un racconto dell’orrore! Sugli scarafaggi ogni tanto scrivono anche su La Nación. Io per fortuna non ne ho esperienza (ho sempre vissuto ai piani alti), però nel primissimo appartamento c’erano le formiche. Piccolissime e agguerrite. Spuntavano da buchetti nel muro (ad es. da dove uscivano i tubi dell’acqua e del gas) e si impossessavano della lavastoviglie.

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