Giorni 1-3

Giorni 1-3 dell’arrivo in Italia. Impressioni a caldo.

Atterro nella foschia padana con il cielo grigio ufficio uniforme. Pioviggina pure. L’aria è umida. I brasiliani con cui ho volato si scattano selfie nel finger dell’aereo, con sullo sfondo la torre dell’aeroporto, i boschi della Malpensa e quello sfondo grigio deprimente. Mi chiedo se useranno quello scatto come copertina del loro album vacanze e accelero il passo verso il controllo dell’immigrazione.

Sfilo il passaporto con la copertina bordeaux dallo zaino. Per un attimo sarei tentata di usare quello blu ma temo il razzismo, per cui compio la scelta saggia mentre mi chiedo tra me e me “Ma tu vuoi complicarti la vita o uscire di qui il prima possibile?”. Mi chiedo se magari penseranno lo stesso che sono brasiliana con il passaporto italiano e mi tratteranno male. La poliziotta che mi capita ha lo sguardo scazzato, stanco. Sembra l’abbiano rinchiusa di malavoglia nel gabbiotto. Saluto con un “buon pomeriggio“, saluto che scelgo perché raramente uno straniero lo userebbe, per sicurezza. Bofonchia qualcosa di simile a un “‘ngiorno“. Guarda la prima pagina, mi sbircia rapidamente, e mi rischiaffa il passaporto sul banco senza dire niente. “Arrivederci, grazie” le dico e mi affretto, lasciandomi dietro il suo silenzio. Solito caloroso benvenuto. Non mi sei mancata, Italia.


L’auto procede lentamente sotto la pioggia che è diventata un acquazzone estivo. I tergicristalli gracidano rabbiosi gettando acqua a destra e a sinistra. L’autista del TIR che non riesce a infilarsi sul ponte troppo stretto per due veicoli ci fa il dito medio perché non l’abbiamo lasciato passare. Degno proseguo del caloroso benvenuto. Non mi sorprendo, è lo stesso film dell’anno scorso.

Osservo la campagna. Tutto uguale. Piattume e grigiume padano. Gli edifici tutti molto spartani, nessun fregio, nessun dettaglio storico, nessun cornicione che dia un minimo di carattere agli edifici. Villette tutte uguali, sembrano realizzate con lo stampino e infilate nell’erba. Persino nei paesini, dove dovrebbe vivere chi cerca il verde, le nuove case sono tutte vicine all’altra, come se l’erba facesse paura e per sicurezza coprono il davanti della casa di autobloccanti, così non devono tagliare l’erba.

Penso che non vorrei mai vivere qui. Mi chiedo dove sia l’entusiasmo degli argentini quando arrivano in Italia e vedono questo panorama desolato e poi tornano in patria sospirando “Pero, ¿que hacés acá? ¡Italia es un sueño!“. Il sogno dei Sims.


Sono entrata in un supermercato di paese, uno di quelli grossi della Bennet con qualche locale commerciale nello stesso edificio, tirato a lustro e sempre uguale. Pensionati sessantenni in braghette con le gambe pallide, la canotta e il marsupio. Provo a indovinare se in tasca hanno la tessera del sindacato o un volantino di Salvini. Madri sovrappeso con i capelli perfetti, lucidi, tutte truccate, ma comunque bruttine. Gente che se la passa bene.

Vedo tanta noia, tanta gente che spende solo per passare il tempo. Stessa gente che poi si lamenta della crisi, che non si sta bene come una volta. Pochissime auto hanno più di 10 anni. A me sembrano tutte nuove e scintillanti, fresche di concessionaria. Sarà che a Buenos Aires le auto così tendo a notarle subito nella folla di rottami di modelli vintage.

Le persone vanno per negozi cercando qualcosa che non gli serve e che credono darà sapore alla loro vita monotona e priva di stimoli. Perché non usano quei soldi per fare un corso, come fanno tutti a Buenos Aires? Perché non ci sono corsi, probabilmente, e se anche ci fossero non sarebbero d’interesse a queste persone il cui sport è navigare tra le offerte dell’Unieuro e pensare a quale sarà il loro prossimo acquisto.

Mi sorprende la quantità di nuovi capannoni di grandi negozi che si stanno mangiando la campagna, a fianco a capannoni uguali, ma meno nuovi e vuoti di ditte fallite. Mi chiedo se veramente ci sia tutta questa domanda di elettrodomestici, vestiti cinesi, brico e cibi di animali.

Noto che adesso ci sono dei ristoranti che aprono in queste isole di asfalto tra un brico e un negozio di elettronica e il magazzino cinese. Mi sento scorata al solo pensare di venire a mangiare in un posto che ricorda più il tarmac di Malpensa che un luogo pensato per le persone. Non ci si può neanche arrivare a piedi. Non c’è un posto vicino dove andare a mangiare un gelato dopo cena. Non c’è un bar per un caffè o un tè (il bar del centro commerciale alla sera è chiuso e tutti gli altri edifici commerciali diventano dei monoliti neri dopo le 20). Vuoto dentro e fuori.


Mia madre mi porta in uno di quegli outlet enormi. Aspettavo questo momento da almeno sei mesi. Da marzo, quando ho comprato il biglietto del volo, sto lavorando alla lista di cose da comprare. Cose che in Argentina non si trovano, o che si trovano di qualità infima o che si trovano di buona qualità ma costano il doppio che qui. Calze che si smollano al decimo lavaggio, mutande con i buchi dopo tre mesi, magliette di cotoni misto a sintetico che fanno sudare come le divise di calcio degli anni ’90. Cose così.

Entro in un negozio e mia madre è ansiosa di farmi comprare cose. Incluse quelle che non mi piacciono, non mi servono e in cui non ci sto. O che sono troppo ingombranti e pesanti per la mia valigia.

Dopo un tempo record di novanta minuti mi sono già rotta di fare shopping. Mi sembra tutto troppo. Troppi negozi, troppi modelli, troppi sconti, troppe commesse truccate e annoiate ma cortesi per contratto.

Mi fermo nella profumeria per comprare dei solari. Guardo i fondotinta. Sto ancora usando quello che comprai all’UPIM quando ho bigiato in quinta liceo – il che dice di quanto io usi i trucchi. Poi mi lascia la pelle sporca e tirata, sarà ben ora di buttarlo.

La commessa arriva pimpante ad aiutarmi. Io vorrei dire che non serve. Mi sembra che voglia farmi da sentinella perché stavo provando dei tester sul dorso della mano, non mi piace questo fiatare sul collo dei clienti. Mia mamma invece spiega che sto cercando un fondotinta liquido chiaro. Magari così risparmio tempo, mi dico e accetto l’aiuto.

La commessa alza le manine e tutta sculettante va a prendermi i flanconcini che potrebbero fare al caso mio. Mi fa accomodare a una postazione trucco tipo camerino di Broadway, New York. Non mi sono mai seduta su quelle sedie da regista alte e nere. La commessa inizia tutto un rituale con cui mi mette una goccia di fondotinta addosso, me lo toglie con lo struccante e me ne mette un altro. Già al primo tentativo mi dice “Signora (ARGH!), i fondotinta si provano sul polso, dall’altra parte“. Ai miei tempi le commesse se lo spalmavano sul dorso della mano. Vabbè. Mi sento vecchia più per il signora che per la tecnica di prova del fondotinta del 2018.

Ne trovo uno che non mi fa sembrare un troione della statale e comincia a mettermelo su mezzo viso soltanto “per vedere la differenza“, dice lei. Procede con il pennello (io l’ho sempre spalmato col dito, dopo che in un intervista a non so che grande truccatore, quello disse che è il metodo migliore. E sicuramente il più pratico, dico io). Lei aggiunge “stia tranquilla che non la mando in giro così“. A me sembra quasi uguale a prima, ormai sono nervosa di stare in mezzo al negozio alla postazione trucco. Mi sembra di peccare di vanità. Dove vuoi che vada il cliente medio di un outlet? Alla pizzeria del tarmac del centro commerciale al sabato sera, mi rispondo.

Lei procede a spennellare anche l’altra metà del mio volto di fondotinta. Aggiunge premurosa “tenga conto che non ha messo il primer”. Faccio un rapido controllo mentale e credo di capire a cosa si riferisca. Per i lettori maschi: si tratta di una specie di crema per il viso che serve a uniformare la texture della pelle prima di applicare il fondotinta, che invece uniforma solo il colore della pelle”. Son cose.

Io il primer non l’ho mai usato in vita mia e quindi sono felice così. Lei conclude con il fondotinta e trilla “adesso vado a prendere un po’ di cipria per fissare il trucco“. A me la cipria non interessa ma, rassegnata, dico “Va bene“. Torna e mi incipria tutta. Il risultato finale è come lo volevo: naturale e senza imperfezioni. Però so già che io non ho la pazienza di passare 10 minuti davanti allo specchio per uscire come ero prima ma meglio.

E ora, un bel blush!” aggiunge entusiasta la commessa. Le dico che no, il blush non serve, davvero. Più che altro perché la prima cosa che mi ha detto quando mi sono seduta sulla sedia è stato “Ha le guance rosse. Sono irritate” e dopo venti minuti che mi sbianca mi vuole mettere di nuovo del colore addosso. Mi sembra assurdo. Ma in questo mondo è tutto assurdo. Mi sento Alice nel Paese delle Meraviglie, dove niente ha senso ed è inutile cercarlo.

Finita la sessione, per lei bruscamente e per me al termine di un’agonia, le dico che la cipria non la compro ma il fondotinta sì. Mia madre è delusa. Come la cipria no? Io già mi immagino quella cipria nel mobiletto del mio bagno nel 2025 e io che penso alla cazzata che ho fatto a comprarla dato che non l’ho usata mai. Insisto che no, la cipria no. E neanche il primer e neanche il blush. Vorrei gridargli “ma se siete tutte ciofeche, cosa credete di diventare solo perché vi mettete tre dita di trucchi di Armani e Dior e YSL?!”. Lo grido internamente, paghiamo e andiamo.

Devo ancora comprare i jeans, quelli sì mi servono. Andiamo dalla Levi’s e dico alla commessa che ne voglio un paio come quelli che ho indosso. Mi chiede che jeans sono. Io penso che una che lavora in un negozio di jeans dovrebbe saperne più di me. Le dico che sono anche i miei Levi’s e mi giro per cercare di leggere il modello e la taglia che ho addosso. Mi risponde che lo stile bootcut non si usa più. Adesso vanno gli skinny jeans con i risvoltini. Penso ai commenti su FB contro i risvoltini e penso a come sarei ridicola vestita come un italiano modaiolo per le strade di Buenos Aires. Ma qui tra pappagalli, sono i piccioni a risaltare e non viceversa. Alice…, mi ripeto.

Mi guardo intorno e sono tutti vestiti strani, anche bene devo dire. Osservo le loro magliette e scarpe e penso che a Buenos Aires non ho mai visto niente così, neanche sulle scarse riviste femminili che ho sfogliato. Più che un altro mondo, mi sembra di stare in un’altra epoca. Nel 2018, mentre io vivo nel 1990 in Argentina. Poi penso a quanto sforzo c’è dietro ai quei look, a quanti acquisti “sbagliati” per arrivarci e mi vergogno per i soldi che ho fatto letteralmente bruciare a mia madre durante l’adolescenza italiana in cui cercavo di essere chi non ero.

Osservo i tailleur nelle vetrine e penso a quando credevo anche io che se non hai il vestito giusto non hai le chance per fare carriera. Penso a quando credevo di poter fare carriera. Mi sembra un mondo di idioti addormentati e chiedo di tornare a casa.


A casa comincio a misurare il volume e il peso dei miei acquisti. Penso a quanti capi sovrapponibili potrò infilarmi, ai quattro elastici per i capelli che mi metterò in testa anziché in valigia. Taglio le etichette e strapazzo un po’ la roba perché temo che in aeroporto a Buenos Aires mi controllino la valigia e realizzino che sono capi nuovi e quindi dovrei pagare il dazio sull’importazione. Mi incazzo perché all’Argentina mancherebbe così poco per diventare un gran paese, invece si perdono in queste stronzate da dittatura sudamericana. E si credono migliori degli altri paesi sudamericani, dove questa regola del menga neanche esiste. Sveglia!


La mia SIM argentina non funziona in Italia. Per il quarto anno consecutivo. Pensavo fosse normale, invece altri expat dicono che capita solo a me. L’operatore argentino non sa o non vuole risolvere. Oppure ci sono i mondiali. Che importa il motivo, quando quello che conta è il risultato? Immobile problema.

L’Italia è grigia senza mondiale. In Argentina ci sono bandierine ovunque. I commessi nei supermercati indossano la camiseta della nazionale anziché la divisa abituale. Le corsie sono costellate di escarapelas (coccarde) albicelesti. Le catene di elettronica fanno promozioni vantaggiose per comprare enormi televisori smart in 50 comode rate. I giornali fanno concorsi per premiare chi saprà predire il vincitore del mondiale. Secondo me la maggior parte degli argentini risponderà “Argentina”, perché ci sperano e perché amano davvero il loro Paese.

Le persone fanno programmi solo dopo aver consultato il calendario delle partite del mondiale. – “Possiamo fare lunedì?” – “Aspetta che vedo se c’è la partita“, funziona così. Negli uffici non si lavora quando gioca la nazionale. Ufficialmente sì ma ufficiosamente no. Si installano TV negli uffici solo per i mondiali, sapete? Si cancellano riunioni. Si chiudono i negozi. Si spostano le lezioni.

Quando ero appena arrivata seguivo in corso di spagnolo e la professoressa veniva da lontano. Venerdì, durante l’ultima lezione prima di Argentina-Germania, ci avvertì che se l’Argentina avesse vinto il mondiale domenica sera, lunedì non ci sarebbe stato lezione: non avrebbe avuto modo di attraversare la città e di venire a lavorare. E lunedì ci fu lezione.

Una volta sono andata al bar a vedere una partita, era un’emergenza. Eravamo arrivati sul binario del treno, ma mio marito non ha saputo resistere alle grida che venivano dal bar distante 100 metri. Era proprio una tortura per lui, così siamo usciti dalla stazione e ci siamo seduti nel bar. Il cameriere “funzionava” solo durante le moviole, anche lui imbambolato con il naso per aria fissando la TV. Il cuoco faceva capolino dalla finestrella della cucina. Il tempo si era fermato per 90′.

Mi manca l’Argentina e mi manca anche il mondiale della Selección. Io spero che l’Argentina vinca, dato che ho prenotato apposta il volo di ritorno proprio prima della finale dei mondiali. Ormai sono argentina anche por dentro.

14 pensieri su “Giorni 1-3

  1. Buon rientro, spero avrai modo di goderti anche qualche altra zona meno tristolina dell’Italia. Hai descritto molto bene l’atmosfera di quelle zone, della noia, della distrazione del centro commerciale…un aspetto dell’Italia che non mi manca per niente.

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  2. Bentornata in Italia!

    E grazie per i chiarimenti sono cosa sono Primer ed affini!

    Comunque si, Buenos Aires e Italia sono due mondi completamente differenti, io sono fresco e lo ricordo bene, stupito ti sia stupita!

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      1. eh gia, il bello di viaggiare.

        L’ unica cosa con cui non concordo è quando scrivi che la è come se fossero nel 1990.

        Non è cosi, non c’erano cellulari e social di cui abusano ad esempio.

        E’ semplicemente, un mondo unico e sè l’ Argentina.

        Un abbraccio. Ma in che zona di Italia sei in vacanza?? non per venirti a cercare ahaha tranquilla.

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      2. La moda Argentina a me sembra ferma di vent’anni e trovo che sia molto diversa dalla moda europea. Però mi piace che sia meno provocatrice ed erotica rispetto a quella italiana che a volte sfonda nel volgare. Sto girando nella zona del Ticino (il fiume) ma poi avanti farò una scappata dai parenti a Genova. Domani Germania.

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  3. Ci sta che sia diversa, intendevo solo dire che non è paragonabile.
    Altre cultura, altro mondo.

    Per fortuna come sottilinei la gente laggiù è leggermente migliore della nostra, anche se dipende da chi frequenti. La gente sui 30 anni rispecchia il mio modo di essere, ma ad essere onesto quando laggiù vedevo le ragazze più vicine ai 20, devo dire che ne ho viste di ragazze vestite da battaglia, tette quasi fuori, o vestiti aperti senza reggiseno, ho visto cose che ammetto mi hanno distratto parecchio.

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  4. mi è capitato di entrare in una profumeria per cercare non ricordo bene cosa e un commesso molto femminile mi ha ripreso per non conoscere (io) la differenza tra fondotinta, cipria, blush….

    morale in viso metto solo un leggero strato di crema idratante, io in giro conciata come un mascherone non ci riesco proprio ad andare, ma non è per la parvenza, è il fastidio di avere uno strato di patina addosso…

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