Meno tre

Il mese è volato e mancano tre giorni al rientro a Buenos Aires. Dopo un inizio lento, non ho avuto difficoltà a riadattarmi al ritmo italiano. Sono stata travolta in una girandola di eventi mondani (si fa per dire) al ritmo di un chilo e rotti per settimana guadagnati.

L’Italia mi sembra sempre più moderna: pensare che in metro a Milano si può pagare con la carta contactless anziché fare il biglietto, oppure si può fare il biglietto con la app dell’ATM. Roba dell’altro mondo. A Buenos Aires ti fottono il telefono. E la mia carta non ha il contactless.

Ho preso BlaBlaCar, un servizio di car sharing. In Argentina hanno provato a fare qualcosa di simile ma si sono scontrati con un paio di problemi: il primo è che la capacità di pianificazione degli argentini è “mai pervenuta”, per cui nessuno offre i viaggi con debito anticipo (vedi: “ehi raga, parto tra due ore per Mar del Plata, qualcuno viene?”), il secondo problema è che agli argentini “se les complica” sempre, per cui non sono mai in orario e sono facili bidonatori.

Ho rivisto i soliti amici e parenti di tutti gli anni e ce ne sono altri che non sono riuscita a beccare. Qualcuno è corso dietro a me (grazie!), qualcuno mi ha offerto un letto (grazie!), qualcuno si è liberato anche se aveva già preso altri impegni perché sa che il mio tempo qui ha una fine (grazie!), tutti mi hanno offerto pasti e cene (grazie!), tutti mi hanno fatto capire che mi vogliono bene (grazie!).

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Esslingen am Neckar

Sono andata nel Baden-Wurttemberg, ho visto la vera ricchezza (altro che il mio post sul benessere e la noia del nord-ovest), ho visto anche la sicurezza e mi sono lasciata trasportare facendo cose arrischiate come lasciare lo zaino sulla panchina della banchina del treno per andare a buttare una carta, infilare il cellulare nella tasca posteriore dei pantaloni, prendere i mezzi pubblici con lo zaino dietro, parlare per telefono per strada, fare foto da turista tutto il tempo. Una vacanza al limite, per i miei standard argentini.

Purtroppo ho visto anche l’Argentina perdere agli ottavi del Mondiale, proprio mentre ero in Germania, pur essendo in un girone in cui sarebbe passata persino la squadra amatoriale del mio paesello. Ho visto Maradona urlare, pregare e quasi svenire sugli spalti. Ho sentito la nostalgia dal mio (nuovo) Paese prendere il sopravvento mentre ero in mezzo a gente che non poteva capire cosa si prova a vivere un mondiale da argentini. Ho ricevuto i video degli argentini che esultano per il gol di Marcos Rojo contro la Nigeria e ho pensato che come gli argentini non ne trovi… siamo i migliori! [☞ assolutamente da vedere il video qui sotto fino alla fine!]

Dopo l’eliminazione ho fatto promettere a mio marito che saremmo andati a Montevideo se l’Uruguay fosse arrivato in finale, io che una vittoria del mondiale l’ho anche vista (Italia 2006) ma ero presa a scrivere quanto non me ne fregasse niente su Internet. Poi Cavani si è infortunato e l’Uruguay ha perso. L’ammirazione degli argentini per gli uruguaiani (non corrisposta) è simile a quella degli italiani per la Svizzera, ma con caratteri più blandi: gli uruguaiani non ci odiano, solo ci considerano incivili. Gli Svizzeri invece sanno essere antipatichelli con gli italiani, come nel video qui sotto (attenzione che l’accento del frontaliero è contagioso!).

Nei miei pellegrinaggi ho sempre tenuto gli occhi aperti in cerca di “casa”: ho avvistato uno stabilimento balneare a Spotorno con la bandiera argentina che si stagliava contro il cielo terso e un negozio di empanadas dietro casa di mio padre (!). L’insegna diceva solo “EMPANADAS” pero la lavagna fuori (altro tratto tipico argentino) diceva “specialità argentine“. Mi è mancato il fiato: le empanadas le fanno in tutto il mondo latino, ma quello era chiaramente un posto argentino. In più lo avevano chiamato pure come una catena di bar/ristoranti tipici di Buenos Aires, solo che l’insegna non era ancora pronta.

Quando ho visto questo locale mi è mancato il fiato e ho cominciato a tremare, come se avessi appena rischiato di essere investita. Respiravo profondo per calmarmi. Volevo assolutamente entrare a vedere di cosa si trattasse ma in quelle condizioni avrei spaventato anche me stessa: non stavo più nella pelle. Ho fatto il giro dell’isolato cercando di calmarmi, ma non ce l’ho fatta. Ma ci dovevo troppo andare e mi restava poco tempo, così sono entrata per prendere qualche empanadas da far provare a casa.

Il ragazzo sulla porta era chiaramente sudamericano ma chissà poi se era argentino, ormai sono abituata ai sushi cinesi e mi ero promessa di non farmi illusioni. Allora gli ho chiesto se potevo parlare spagnolo “perché mi manca” e due empanadas de pollo.  Ora, se voi siete stati dei bravi e assidui lettori, già sapete che nello spagnolo che si parla a Buenos Aires la doppia ll si pronuncia “ssshhh” (come nel francese jour), per cui quando io ho detto “possshhhhho” anziché “poglio” come direbbero tutti gli altri ispanofoni ho in pratica fatto coming out.

Ci scambiamo le reciproche storie di vita e lui non ci può credere che vivo a Buenos Aires. Me lo chiede due volte perché gli sembra assurdo. Dice che è la prima volta che incontra un italiano che è andato a vivere in Argentina (in tempi moderni, sottinteso). Sono dieci anni che non torna in Argentina e gli dico che deve assolutamente tornare. Non si può stare dieci anni lontani dall’Argentina. Non se apri un locale di empanadas e metti le foto del Diego e del Papa e incornici lo scudo dell’argentina con il gorro frigio sulla parete… significa che all’Argentina ci pensi tutti i giorni e che ti manca. Nessuno dovrebbe soffrire così tanto.

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Viene fuori che il tipo viene proprio da Buenos Aires (è un porteño) e sua madre vive a qualche isolato da me. Roba da far accapponare la pelle. Ci guardiamo emozionati come se fossimo fratelli ritrovati e lui mi dice che ha la piel de gallina (pelle d’oca) e io pure e mi sforzo di limitare il numero di ¡no te lo puedo creer! / ¡increíble! che pronuncio. Sono così emozionata che mi mangio le parole in spagnolo e probabilmente ne invento di nuove. Gli chiedo se posso abbracciarlo e ci abbracciamo alla maniera argentina. Penso che uno non può mai smettere di essere argentino. Gli italiani all’estero mica si baciabbracciano così.

Lui è felice qui in Italia, ha una famiglia italiana e la sua famiglia argentina viene a trovarlo. Gli dico che mi sento a casa a Buenos Aires e che tra poco ci torno e che mi manca. Ci aggiungo che per me l’Argentina è il Paese più bello del mondo. Ormai lo dico a tutti (ma sottolineo sempre “per me”, prima che qualcuno prenda una sbandata e molli tutto per cercare fortuna a Buenos Aires e poi finisca sotto a un ponte).

Voglio tornare alla mia vita ma non voglio che la mia estate italiana si concluda qui bruscamente. Voglio rivedere la mia famiglia argentina ma non voglio dire addio alla mia famiglia italiana. Vorrei comprare il magazzino di Amazon in preda all’ansia dell’isolamento commerciale dell’Argentina ma penso a quanto tempo risparmio in Argentina perché non penso mai allo shopping dato che non c’è niente da comprare per sfizio (è tutto basico e di scarsa qualità). L’unica consolazione è che per la prima volta entrambe le mie valigie sono entro il limite dei 23 kg ciascuna. Oppure si è starata la bilancia.

Non ho paura di volare e non patisco il fuso orario, non mi pesa il volo, non mi impauriscono le turbolenze. Mi fido del pilota, del suo vice, delle hostess, della Boeing. Le fasi traumatiche del mio viaggio sono i problemi con il bagaglio al check-in (per ora 4 volte su 5 a Malpensa) e il terrore dell’AFIP (agenzia delle entrate che ispeziona le valigie al rientro in Argentina per vedere se hai fatto acquisti oltre i 300 USD 500 USD [dal 8/11/2018] all’estero per chiederti il 50% di dazi sul valore locale della merce).

Questa storia dell’AFIP è la più stressante per me perché almeno con i bagagli c’è rimedio: misurare e pesare prima, alla peggio togliere roba dalla valigia al check-in. Mentre per l’AFIP non c’è rimedio: se dichiari, paghi. Se non dichiari e ti fermano per un controllo, ti sequestrano la roba. In pratica è come se Dio (notoriamente argentino) facesse vivere gli argentini in un mondo spoglio di ogni lusso e li mandasse a viaggiare nel paradiso terrestre, ma guai a raccogliere le mele!

Ci risentiamo sulla Terra.

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7 pensieri su “Meno tre

  1. Non so perché ma questo post mi ha fatto venire la piel de gallina (per citare la tua frase :P).
    Io lavoro in un negozio e quando sento quella cadenza che amo così tanto, a volte riesco a racimolare un po’ di coraggio e a lanciarmi in un tentativo di conversazione, anche solo in italiano. Tra l’altro, mi stavo informando per chiedere la cittadinanza per essere sposata con un argentino ma ho scoperto che purtroppo non lo posso fare perché risiediamo in Italia =( Quando poi gli italiani mi chiedono cosa me ne possa fregare, non perdo nemmeno tempo a rispondere, se non la vivi (anche solo attraverso gli argentini, come faccio io) non puoi capire.
    Ogni tanto provo a cercare su internet se nella mia zona abbia aperto qualche posto di specialità argentine ma purtroppo ancora nulla, mi tocca farmi venire la buona volontà e prepararle da sola. Anche se, come ben sappiamo, non c’è niente di meglio che compartir!

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      1. Io gli ho proposto di andare a vivere almeno 2 anni in Argentina (requisito per ottenerla) ma lui non è d’accordo 😬 sicuramente se avremo dei figli gli farò avere subito la doppia cittadinanza 😁

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      2. Se chiedi la cittadinanza per matrimonio non è necessario aspettare due anni, puoi richiederla immediatamente. Quell’attesa di due anni è richiesta per gli altri casi (residenti, illegali, ecc). Detto ciò, i tempi burocratici per ottenere la cittadinanza sono abbastanza lunghini (1-2 anni) e bisogna andare a più riprese in tribunale a presentare la documentazione, mentre la residenza permanente si ottiene in 6-8 mesi e basta andare una volta a Migraciones con tutti i documenti. Comunque puoi anche avviare le due cose contemporaneamente (residenza e cittadinanza).

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