Inclassificabile

Il classismo è una di quelle differenze culturali a cui non credo riuscirò mai abituarmi. Molto ricchi, molto poveri, molto bianchi, molto americani. Nella mia vita ho sempre frequentato gente come me (italiana) e con all’incirca lo stesso reddito, usi e costumi. Credo che il figlio dell’impresario edile non vivesse poi così diversamente dal figlio dell’infermiere o dell’operaio. Magari avrà avuto un bagno più grande, vestiti di marca e avrà fatto vacanze più belle, ma quelli molto diversi da me non li ho mai conosciuti. Per dire, un Agnelli non incrocia mai la vita di una Isa del blog di Versioneargentina.

Se penso alla persona più ricca che ho conosciuto, ricordo un’amica che aveva in classe la figlia di un industriale farmaceutico che andava a scuola con l’autista. Credo fosse la ragazzina più ricca della mia gioventù. Ma se non me lo avessero raccontato, non me lo sarei immaginata. E me lo hanno raccontato solo perché la poverina non poteva mai bigiare.

In Argentina questi contrasti sono più stridenti, amplificati. Chi è povero non ha le scarpe, chi è ricco le butta solo perché sono passate di moda. Il povero non ha mai dormito fuori casa tranne quando lo hanno sfrattato, il ricco fa le vacanze di Natale in Australia o a Miami. Per il povero, il lusso è un alfajor infimo, per il ricco sono le barre di Lindor da 300 g prese al duty free. Il povero a 10 anni lavora, il ricco lo farà a 30 e senza avere l’ansia di come sopravvivere il giorno dopo.

Questo classismo mi ha sempre fatto sentire in colpa. Io chiaramente sono messa molto bene qui in Argentina, rispetto alla media. Un bambino su tre vive sotto la soglia di povertà. Ho amici miei coetanei (tra i 30 e i 40 anni) che lavorano come muli per pochi soldi, che gli pagano pure in ritardo di mesi, ormai svalutati di fronte all’inflazione che incalza. Non hanno un futuro: il loro lavoro è quello. Non c’è una svolta che non sia prendere un aereo e sognare di trasferirsi negli Stati Uniti o in Europa. E che si fanno il mate con le facturas anziché cenare, un po’ come i miei nonni si facevano il caffellatte con il pane raffermo alle sei di sera.

Ma mi è capitato anche di avvicinarmi, anche solo per qualche ora, a persone messe moooooolto meglio di me. Gente con i milioni di dollari in banca, per dire. E che non ne fa mistero. Ecco, in quelle situazioni sono sempre stata a disagio. Più che altro perché ho percepito di essere considerata inferiore o comunque “meno” di quello che sono abituata. E mi ha fatto male.

Il fatto di essere europea, bianca, non obesa, istruita non contava più niente. Ero povera. Meno povera di chi rovista nell’immondizia, ma importante come lo zero nell’addizione. ZERO, appunto. Inutile, socialmente ed economicamente. I toni con cui mi ci si rivolgeva erano tra la sufficienza e il “definiamo subito chi comanda qui (risposta: io che ho la grana)“. Sia chiaro che nonostante i soldi che sfoggiano, non si fanno problemi a farti pagare la tua metà del conto.

Quando sono con i super-ricchi, poi, non so neanche come rapportarmi con le persone delle classi inferiori (personale di servizio, camerieri). Mi prende un attacco di socialismo estremo e parteggio per loro. Cerco di alleviarli delle incombenze (voi lo sapete che i ricchi non si fanno il letto?), ma non so fino a che punto devo trattarli come persone. Per esempio, se entro in una casa e c’è la donna di servizio a tempo pieno, devo salutarla o devo ignorarla? Devo presentarmi? Darle la mano? Posso chiederle delle cose direttamente (tipo un bicchiere d’acqua) o devo passare dal padrone di casa? Dargli il solito bacino che danno qui? Ci posso interagire o è prerogativa del padrone di casa? Devo lasciarle la giacca?

Una volta ho fatto una battuta a una mucama (donna di servizio) e lei non l’ha capita o non se l’aspettava o non sapeva come fosse giusto reagire. Forse non era abituata a ricevere un’orazione che non fosse un ordine. Mi sono sentita patetica. Poi ho pensato che i patetici fossero i suoi padroni.
Un’altra volta la mucama è scivolata sul tappeto, schiantandosi sul pavimento, mentre il padrone di casa chiacchierava con me sul divano. Io ho detto “portiamola a fare una TAC”, ma sono stata completamente ignorata. “Tutto bene, Juana?” “Sí, señor, solo me trepé.“.

Scavando con le persone che hanno il personale di servizio, ti rendi conto di come lo considerino l’anello mancante tra la scimmia e l’uomo. Si sentono pure magnanimi, anche se li pagano spicci. Io trovo incredibile che una persona possa circondarsi di un’altra di cui ha così bassa considerazione. Alla peggio, consideralo come un tuo dipendente ma non spogliarlo della sua dignità di persona. Non avrà potuto studiare o viaggiare, ma tu perché invece sì?

Anche se nel mio caso si è trattato di situazioni fugaci, hanno lasciato il segno. Per questo quando conosco qualcuno messo peggio di me cerco di comportarmi come avrei voluto vedere fare nelle situazioni di cui sopra. Alla fine regole sono poche:

  • se sei messo meglio, probabilmente è per fortuna e non per merito
  • non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te
  • pensa come vivono gli altri tutti i giorni e ringrazia per come stai

 

 

 

Un pensiero su “Inclassificabile

  1. Io nemmeno mi faccio il letto (resta sfatto), quindi posso considerarmi… ricca??? 🤣🤣🤣

    Pur rimanendo nello stesso posto da quando sono nata ho avuto modo di incontrare persone con possibilità economiche molto diverse.

    Ci sono persone molto molto abbienti così attaccate al denaro che non hanno nemmeno un aiuto domestico e usano la stessa auto per decenni o le stesse scarpe ad oltranza, finché non le perdono, per dire.

    Dal mio punto di vista l’approccio è diverso: io ho avuto la fortuna di poter studiare. Fortuna per disponibilità economica, ma non troppa, e per capacità. E le seconde, hai voglia: se mancano mancano.

    Il fatto di avere studiato non mi pone al di sopra di nessuno, ma spesso ti fa luce sui limiti altrui …

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