Linea sì, ma tratteggiata

Leggo volentieri i blog degli altri expat italiani e quelli emigrati in Germania hanno un posto speciale nel mio cuore perché, come molti italiani, anche io ho il mito della Cermania-fredda-ma-effizient! Per fortuna ci sono loro a smentirlo, così da rincuorarmi che non è tutto bretzel e fiori e che se anche ho virato 12mila km più a sud anziché qualche centinaio in più a nord quando è stata l’ora di emigrare non è facile in entrambi i Paesi.

Questo post del blog Germania solo andata, intitolato Lessico familiare, mi ha dato numerosi spunti di riflessione da quando l’ho letto. Parla di come nelle famiglie straniere all’estero si creino delle frasi ibride che solo nel nucleo familiare si intendono.

Ovviamente anche noi non ne facciamo eccezione. A volte il verbo spagnolo è più diretto, permette una costruzione attiva, mentre in italiano ci sarebbe da dire più parole, ricorrere a delle subordinate, o più semplicemente non viene in mente con la stessa velocità.

“Aguantami un attimo”, ho detto l’altro giorno a mio marito anziché “Aspetta un attimo”, mentre so voglio fargli capire che è un po’ pesantuccio e sarebbe ora di smetterla gli dico “Joder!“. O se voglio fargli capire che finalmente ha compreso una cosa che stavo cercando di spiegargli, sospiro con un ¡pues!, una parola che da quando l’ho incontrata me ne sono innamorata perché ho così tanti utilizzi, alcuni dei quali non riesco a rendere in italiano.

Per non parlare di questo mio post dove ho scritto (orrore!) “lasciare lo zaino sulla panchina della piattaforma del treno“. Chissà cosa avete capito. O magari ci siete sorvolati su pure voi?

Ormai l’itanglese e l’itagnolo si stanno impossessando di me. La cosa non sarebbe tanto grave se non dovessi scrivere in italiano corretto per mestiere. Perché un conto è giocare con la lingua, calibrare il linguaggio a seconda della situazione e dell’interlocutore, un conto è assimilare certe parole o costruzioni al punto da non saperle riconoscere come calchi, innaturali o semplicemente sbagliate.

Per esempio, mi sono abituata così tante volte a leggere frasi inglesi che iniziano con Finally… che in italiano ormai uso sia Finalmente (che è la traduzione in spagnolo) che Infine (ossia la traduzione in italiano). A scanso di equivoci, chiarisco che finalmente in italiano si usa con un’accezione differente, indica qualcosa che è avvenuto dopo una lunga attesa o sforzo, mentre in inglese (finally) e in spagnolo (finalmente) non hanno questa connotazione, introduce semplicemente l’ultimo di in una sequenza di eventi. Mio marito mi capisce lo stesso, ma il resto del mondo?

C’è poi una categoria tutta speciale, quella dei calchi dell’inglese che riguardano le costruzioni sintattiche e le preposizioni. Per esempio, vi suona strana la domanda “Lei è soddisfatto/a con il suo operatore telefonico?“. Dovrebbe, perché è un calco dell’inglese to be satisfied with, mentre in italiano si usa essere soddisfatti di.
E cosa vi pare la frase: “Avendo superato l’esame, Carla è uscita a festeggiare con gli amici”? Chi parla così?! Rigirandola è molto meglio: “Carla è uscita a festeggiare con gli amici poiché aveva superato l’esame”.

Nonostante le battaglie contro l’itanglese siano portate avanti da anni, sembrano non riuscire a placarne il dilagarsi. Ricordo ancora la mia smorfia di derisione mista a disgusto davanti a un consulente aziendale che parlava di efficientamento energetico con il significato di rendere più efficiente dal punto di vista energetico / migliorare l’efficienza energetica.

Un’altra parola inventata che però si sta diffondendo come la peste, è proattivo. L’inglese è proactive e il mio dizionario suggerisce di tradurlo con attivo. Io spesso lo traduco con propositivo. “A proactive approach” non è solo un approccio attivo, del fare; è piuttosto un approccio di chi propone di fare (e poi fa, ovviamente). Tuttavia mi sono sorpresa a sentirmi dire io stessa “adottiamo un approccio didattico più proattivo“; non ho fatto in tempo a mordermi la lingua. Ero troppo presa a voler fare bella figura. Chissà se chi mi ha sentito ha pensato “però, che persona colta, ha usato questa parola proattivo che non avevo mai sentito” oppure se mi ha sgamato e pensato “va’ che pallone gonfiato, che si riempie la bocca di paroloni sperando di fare colpo”.

Altre volte, invece, uso parole a sproposito solo per vedere la reazione del mio interlocutore: se non reagisce e non nota l’errore, lo prendo come un punto a suo sfavore. Ma quest’estate mi è anche capitato di avere usato una parola a sproposito e di essere stata colta in flagrante: mi sono beccata un’interrogazione scolastica sul significato della parola che avessi appena usato e la mia interlocutrice, una ex professoressa, non era per niente soddisfatta della mia risposta. Mi sono sentita come ai tempi del liceo durante una qualsiasi interrogazione in cui, inevitabilmente, mi veniva chiesto qualcosa che non avevo proprio studiato. Per chi fosse interessato, la parola era populismo: a quanto pare, qui in Argentina indica qualcosa di ben diverso che nel resto del mondo.

Ad ogni modo, la lingua cambia con l’uso e l’uso è quello sulla bocca di tutti, colti e non colti, monolingue o plurilingue, in Italia o all’estero. Leggiamo contenuti online prodotti da italiani in tutto il mondo, inevitabilmente “contaminati” da altre lingue. La linea di separazione tra italiano corretto e italiano evolvente è sempre più tratteggiata. Ma almeno quando devo lavorare: itanglese e itagnolo, fuori da questo corpo!

8 pensieri su “Linea sì, ma tratteggiata

  1. Avevo dei prozii emigrati in Australia; erano super orgogliosi della loro nuova vita e del fatto di vivere in un paese più progredito, dove avevano ‘imparato’ l’inglese.

    Per esempio mi spiegava che ‘da loro’ le parole avevano un significato diverso che da noi.
    Tipo se si diceva a una ragazza ‘what a nice figure’ non suonava offensivo mentre in Italia ‘che bella figa’ è più volgare.
    🤣🤣🤣

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