Perché io valgo

Quando ho iniziato a lavorare come freelancer mi sono registrata su tutti quei portali dove si trova di tutto: dal programmatore, al designer, al copywriter, al traduttore, al segretario, al data entry, al telefonista, all’architetto. Le pubblicità per chi cerca lavoro promettono guadagni facili e una pletora di clienti che cercano proprio te.

In realtà è una gara al ribasso, dove vince l’offerta più scandalosamente economica – di solito si tratta di lavorare per meno di 5 dollari all’ora. Passavo ore a candidarmi: metti un messaggio personalizzato, studia il cliente, crea il tuo portfolio, metti una tua foto… e una volta che avevo fatto tutto questo appariva un pop-up che recitava “ci sono offerte più competitive della tua: non perdere l’occasione per offrire uno sconto ai tuoi clienti!” o cose simili.

Mi sono tolta da tutti quei siti: non volevo che il mio nome fosse associato a lavoretti a poco prezzo. Il mio è un mestiere con cui campo, non un tappabuchi per avere un extra.

Proprio settimana scorsa parlavo con un’amica e collega: ci sono professionisti e docenti – nel senso di persone con la formazione specifica per esercitare un lavoro e formare gli altri – che si fanno pagare come tirocinanti. Forse loro non hanno bisogno di quei soldi, ma se chi è titolato prende meno di un principiante, che possibilità hanno tutti gli altri, da chi sta imparando ai colleghi avviati?

Se interpelli questi professionisti “al ribasso”, ti risponderanno che è meglio guadagnare pochi soldi ma sicuri, che hanno la retta della scuola dei figli da pagare, che altrimenti non arrivano a fine mese, che ormai hanno ereditato la casa, che poi t’abitui, che però sono poche ore e hai tempo per altri lavori più pagati, c’est la vie… insomma, un sacco di scuse motivi.

Eppure così facendo stanno distruggendo la professione. Stanno facendo terra bruciata tutt’attorno a loro. Quando un docente universitario prende meno di me, mi sta facendo fuori. E sta facendo fuori i suoi figli, quando sarà il loro turno di entrare nel mondo del lavoro.


Tornando alla pubblicità, dopo essermi tolta da quei siti per freelancer ho deciso di iscrivermi a varie associazioni professionali. Alcune “certificano” i loro iscritti, altre semplicemente ti annoverano nei loro elenchi e ti danno una pagina con il tuo profilo. Tuttavia questi siti non sono mai orientati al marketing e se googlo il mio nome più il nome dell’associazione non esce neanche il mio profilo. E questo è per chi già mi conosce e sa come mi chiamo, figuriamoci i clienti che ancora devono scoprirmi.


In Argentina il mio mestiere è ben visto e considerato una vera professione e non da improvvisati come in Italia, dove la formazione universitaria nel campo è ancora abbozzata e confusa e chi la pratica viene da una varietà di percorsi di studio, a volte neanche universitari.

In Argentina ci sono alcune associazioni professionali, ma una è più importante e forte di tutti. Purtroppo i requisiti per l’iscrizione sono pensati esclusivamente per argentini che hanno seguito un certo percorso di studi esistente solo qui, per cui noi italiani (e altri che hanno studiato in Paesi dove questa carriera universitaria non esiste) siamo tagliati fuori.

Le associazioni professionali argentine pubblicano dei listini con gli onorari minimi consigliati, ovviamente in pesos, e a metà anno ritoccano queste cifre per seguire il passo con l’inflazione. Secondo il regolamento deontologico di queste associazioni, i soci che applicano prezzi significativamente inferiori (ossia del 20% inferiori, secondo la loro definizione), possono essere denunciati alla commissione deontologica per concorrenza sleale.

Senza entrare nel merito di quanto sia appropriato definire delle soglie minime, su cui ho sentimenti ambigui, in giro si trovano foglietti pubblicitari e annunci su internet dove i prezzi pubblicizzati sono ben altri, spesso del 70% inferiori rispetto a quei valori! Così ho chiesto a qualche collega che partecipa ai direttivi di queste associazioni se esiste una statistica su quanto guadagnano i loro soci.

Tutti mi hanno risposto: “certo, guarda gli onorari minimi pubblicati sul sito dell’associazione“, tutti orgogliosi. E io ho ribattuto: “ma quello non mi dice cosa effettivamente succeda nella pratica“. Non capisco come si possa scegliere una carriera universitaria senza sapere che tipo di resa economica darà quella professione. Tutto in nome dell’associazione, del sindacato, della difesa dei lavoratori, parlando di conquiste, lotte, tutela della professione… con gli occhi puntati al minimo, facendo ovviamente i comodi propri nel privato, senza neanche badare a quale sia il risultato finale.

Argentina, io continuo a non capirti.

 

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