Lavorare in Argentina

Non ho molta esperienza di lavoro in Argentina e devo dire che è difficile averne un quadro completo. Da una parte ci sono persone che lavorano tanto, spesso hanno due o tre lavori, e a malapena arrivano a fine mese.

Dall’altra ci sono persone di famiglie storicamente ricche che sembrano generare migliaia di dollari per il solo fatto di respirare.

Nel mezzo, una pletora di lavoratori che fanno i mestieri più svariati. Per prima cosa, vorrei dire che qui la mentalità professionale è molto diversa dall’Italia, e questo è sia un bene che è un male.

È un bene perché chiunque abbia un’idea prova a lanciarsi in un progetto professionale o imprenditoriale, è un male perché a volte, in quanto cliente, uno si trova davanti a un prodotto/servizio che non è molto professionale e questo include sia il prodotto/servizio che l’approccio di chi lo vende.

Per esempio, qui le persone, soprattutto le donne, come hanno una minima capacità di fare qualcosa di hobbistico tendono a trasformarlo in un lavoro. Si va dal dare corsi di uncinetto al preparare pasti pronti da consegnare a domicilio, freschi o congelati. Credo che non vi siano regolamentazioni o controlli, per questo il grande successo di queste piccole attività che si svolgono semplicemente su Facebook, pubblicizzate sulle varie pagine di quartiere.

Ma le opportunità per far decollare una piccola attività “complementare” e trasformarla in successo, ci sono? A giudicare dagli articoli che appaiono su La Nación, sembra proprio di sì. Ma forse quelle sono mosche bianche in una marea di tentativi andati a vuoto e attività che a malapena restano a galla.

Le difficoltà che si incontrano in Argentina sono principalmente due: da una parte, la difficoltà di procurarsi materie prime di qualità e di importare i materiali necessari e dall’altra un mercato di clienti che non è avvezzo alla qualità e punta solo al risparmio.

C’è da dire che i lavoratori dipendenti si trovano a dover combattere contro l’inflazione e a percepire salari che risultano sempre in ritardo ad aggiornarsi in base all’inflazione. Il dipendente tipico argentino corre al supermercato a spendere tutto lo stipendio non appena lo incassa perché ha un’unica certezza: a fine mese con quegli stessi soldi potrà comprare meno prodotti. Di contro, non è raro che gli argentini tardino a pagare bollette e spese condominiali: gli interessi di mora sono comunque inferiori all’inflazione.

Per chi vorrebbe avviare un’attività, valgono queste considerazioni: ci sono molte marche “famose” e meno famose che in Argentina non sono mai arrivate ma che sono presenti in Uruguay e in Chile, due mercati che, anche presi insieme, non sono grandi quanto quello argentino. Perché? Politiche per scoraggiare le importazioni, principalmente. Dazi altissimi, procedure lunghe e incerte, “meccanismi da oliare”. L’attuale presidente sta cercando di ridurre questi dazi, di riaprire il Paese al mercato mondiale. Ma una buona fetta di argentini è contraria perché sostiene che getterà il Paese nel baratro.

E chi non ha pensato a esportare gli economici prodotti argentini all’estero? L’Argentina ha tasse persino sulle esportazioni, nonché, anche qui, “meccanismi da oliare”. Pure qui il Presidente dice di volere intervenire, ma incontra molte resistenze interne. Chi controllava i punti di ingresso e entrata al Paese si è arricchito alquanto negli anni scorsi e non vuole mollare l’osso.

Ne risulta che l’Argentina sia un buon mercato dove produrre beni intellettuali: disegnatori grafici, pubblicitari, scrittori, traduttori, revisori, docenti, social media manager, disegnatori di siti web, programmatori, progettisti di software, videoproduzioni, musica… tutti settori che a Buenos Aires e nell’intera Argentina riscuotono successo sia in patria che all’estero.

Nel mio settore, quando ancora lavoravo in Europa, era noto che gli argentini fossero bravi e costassero poco. Quello che mi sorprende ancora è che gli argentini non si siano resi conto che potrebbero guadagnare di più se solo lavorassero maggiormente con l’estero. E quello che mi ha sorpreso ancora di più è stato realizzare che a loro non gliene frega niente dei soldi. Vi racconto un aneddoto.

Poco tempo fa ero a un evento di networking del mio settore qui a Buenos Aires. Era la mia prima volta lì ed ero l’unica straniera. Ancora una volta, ne sono uscita sconfitta: non ho capito niente della logica lavorativa del professionista argentino.

La discussione al tavolo inizia con una collega che si lamenta del fatto che i neolaureati siano impreparati alla professione. Un’altra si aggancia e dice che è d’accordo e che la facoltà dovrebbe includere un tirocinio obbligatorio per dare agli studenti un’idea di cosa li aspetta.

Ho colto la palla al balzo per cercare di trovare risposta a una domanda che mi cruccia da tempo: quanto guadagnano i miei colleghi argentini?

Mi sono infilata nella discussione e ho chiesto quali fossero le aspettative dei neolaureati: quanto si aspettano di guadagnare?

Sguardo della mucca che guarda passare il treno. Rincaro la dose: in Argentina come si fa a convincere uno studente a studiare per questo mestiere se non gli si sa anticipare che stile di vita aspettarsi alla fine della carriera?

Silenzio. Rincaro la dose di nuovo: confesso di essere stata opportunista quando ho scelto che facoltà frequentare, ma che lo ritengo opportuno dato che ormai ci sono moltissimi laureati. “Mi sarebbe tanto piaciuto studiare filosofia”, ho spiegato, “ma poi che avrei fatto?”. Annuiscono tutti.

Ho continuato spiegando che ho chiesto alla principale associazione di settore se ci fosse una statistica del salario medio, ma di avere ricevuto una risposta negativa. Ho chiesto ai presenti se sapessero dell’esistenza di un numero, magari dell’istituto di statistica. No.

Allora ho chiesto loro “Come fate a sapere se vi sta andando bene? Se avete possibilità di carriera e di far crescere il vostro business? Se siete sfruttati o se percepite un compenso equo, se non vi confrontate con i colleghi? Come sapete dove state andando, professionalmente? Come fate a sapere se vi sta andando bene?“. Risatine nervose.

Una interviene: “Se il lavoro non manca, mi sta andando bene”. Io ribatto: “Ma se dimezzassimo le tariffe avremmo lavoro per 24 ore al giorno, ma non è quello il punto”.

Interviene un’altra “Ho scelto questo lavoro perché mi piace”. Te felicito, però è un lavoro. “A parte pagarci le bollette, ci sarà qualcosa di più che volete ottenere, no?”.

E lì li ho persi.

trenoemucche

 

 

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