Incluse gli escluse

Da un bel po’ di tempo è tornata in auge la questione del linguaggio inclusivo per tutte le lingue romanze. Pare che sia un tema periodicamente riproposto, con più o meno forza, e che con la stessa regolarità perda il suo momentum e svanisca. Ma questa volta, con i social e internet di mezzo, la cosa sembra avere uno slancio più ampio del solito. Alimentato, come spesso accade, dall’informazione di parte, dalla manipolabilità di persone che non hanno una competenza specifica, dalla prevalenza del numero di opinioni sulla qualità e l’autorevolezza delle stesse.

Andiamo per gradi. Confesso la mia ignoranza sul linguaggio inclusivo: non mi ero mai posta il problema. Forse perché non mi sono mai sentita esclusa a leggere “gli studenti” o “i cittadini”, non ho mai pensato si riferisse ai soli studenti maschi o ai solo cittadini maschi. Tant’è che quando per la volta ho sentito parlare di linguaggio inclusivo avevo automaticamente pensato a una lingua semplificata e accessibile a tutti, anche a chi non fosse ben alfabetizzato. Insomma, io pensavo che l’inclusione fosse culturale, non di genere, una sorta di Simplified English, ma per le lingue romanze.

Di recente pure i francesi sono tornati alla carica. Da questo articolo sembra che la loro posizione sia sostenuta da motivazioni più grammaticali che di lotta di genere.

In passato, in francese si diceva gli uomini e le donne russe – l’aggettivo “russe” concordava con “donne” poiché vi era vicino. Poi hanno cambiato idea e hanno deciso che il maschile doveva prevalere quando il gruppo era misto, per cui gli uomini e le donne russi, come peraltro nell’italiano moderno.

Si poteva anche risolvere dicendo le donne e gli uomini russi, invertendo i sostantivi in modo che l’ultimo fosse maschile. Io preferisco fare così, perché leggere donne russi continua a suonarmi male, seppur corretto nel contesto dell’intera orazione.

Ovviamente questo esempio facile, con l’inversione dei sostantivi, non è sempre praticabile per ragioni di esposizione logica o di collocazioni.

In Argentina – che agli argentini gli piace proprio scendere in piazza, fare casino, dare interviste, organizzare movimenti, creare fazzoletti per ogni cosa, protestare, alzare il pugno (metaforicamente o meno) e sentirsi “un gruppo” – invece è da mesi che continuano a parlare di linguaggio inclusivo con toni molto accesi. E come sempre, prendono l’iniziativa in prima persona perché sono latini e impazienti (checché loro si sentano diversi dagli altri sudamericani, sono questi comportamenti che rivelano tutta la loro latinità).

Fa quasi arrossire il timido linguaggio inclusivo dell’ex-Presidenta Cristina Kirchner, nota per i suoi frequenti e lunghissimi discorsi alla nazione, trasmessi sulle reti nazionali integralmente. Duravano ore e non era parca del linguaggio inclusivo, che usava ampiamente per farcirli e allungarli a dismisura (si vedeva proprio che le piaceva avere avanti la folla come faceva Evita): ciudadanas y ciudadanes, trabajadoras y trabajadores, amigas y amigos, todas y todos… Nello scritto aveva iniziato a usare la x: altrimenti chi si leggeva tutto?!

Oggi, in questo articolo parlano pertanto di “conquista” riferendosi al fatto di avere eliminato la x come lettera dell’incognita, dell’indeterminatezza del genere. Si scriveva autorxs, per indicare sia gli autores che le autoras, ma non ho idea di come si pronunciasse. Per altro, secondo me aveva un senso dato che la X è il secondo cromosoma che determina il nostro genere femminile (XX) e le femministe forse avrebbero dovuto apprezzarla di più la x, anziché tacciarla di inutilità.

Poi venne proposta la “chiocciola” (la propriamente detta “a commerciale”, qui chiamata arroba) che nessuno sapeva come leggere, ad es. autor@s. Scartata pure quella.

Infine, si arrivò alla e, che già sta nell’alfabeto e che tutti conosciamo. Peccato che abbia un suono che non è né quello di a né quello di o e che se mi dicono les romanes (anziché los romanos) a me suona semplicemente francese e non spagnolo “inclusivo”, se leggo todes penso alla città di Todi e non a todos y todas.

Però è una scelta che piace ai sostenitori di questo linguaggio inclusivo perché nelle lingue latine ci sono parole che terminano con e (assente, ingegnere, interprete) che possono essere sia maschili che femminili, per cui lo considerano “un segnale” o comunque uno strumento già presente nella lingua, solo da estendere anche alle altre parole.

La posizione della Real Academia Española sull’uso della x e della e

La possibilità di introdurre un genere neutro è stata anche contemplata, ma scartata alla velocità della luce: il tedesco ha il neutro, ma non è vero che si usa solo per le cose. L’inglese non ha proprio il genere. Ma sono due lingue germaniche e le loro strutture grammaticali non possono essere facilmente riprodotte nelle lingue romanze.

Quello che più mi sorprende è che i sostenitori del linguaggio inclusivo non siano solo persone “non del mestiere”, che pure avranno diritto a un’opinione ma non ad avere voce in capitolo quando si tratta di cambiare il codice linguistico, ma anche professionisti della parola. Come quelli della neonata associazione (qui c’è un’associazione e un sindacato per ogni cosa) delle traduttrici e delle interpreti femministe dell’Argentina. A me sorge spontanea la domanda: perché non traductores e interpretes? sarebbe stato sia corretto secondo la grammatica attuale che in accordo con il dilagare della e asessuata. E avrebbe incluso pure i traduttori e gli interpreti di sesso maschile, che così sono exclusos (anzi, excluses).

E poi perché devono essere femministe? Perché non possono dare peso alla loro proposta semplicemente perché professioniste della lingua e della parola, che conta di più dell’essere femministe o di avere una vagina? Perché invece non avanzano una proposta linguistica strutturata, che tenga conto degli eventuali problemi e arrangiamenti che l’uso della e comporterebbe per dimostrarne l’efficacia e la bontà?

Come dicevo, il dibattito non è aperto. La soluzione è già imposta. E non dall’alto: dal basso.

Queste sono due comunicazioni sul sito del profesorado, la scuola universitaria che forma i docenti, di Buenos Aires.

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A volte chi scrive è inclusivo senza prendere l’iniziativa linguistica autonoma.

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Questo è un professore di storia cordobese che ha deciso di insegnare la sua materia utilizzando un linguaggio inclusivo:

Quest’altra ha deciso di salutare la classe con bienvenides.

Ma queste iniziative private non devono sorprendervi: qualche tempo fa balzò alle cronache un professore peronista che nei giochi di classe nascondeva messaggi politici contro il presidente e altri esponenti del suo partito.

Mauricio Macri, di Cambiemos, è il Presidente della Repubblica
Eugenia Vidal, di Cambiemos, è la governatrice della Provincia di Buenos Aires

Sul linguaggio inclusivo nello spagnolo e in Argentina:

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