Inalcanzable

È inalcanzable, mi dico mentre sfoglio la mia bacheca di Facebook piena di tavole imbandite e affollate e di post che annunciano cene e pranzi pantagruelici. Siamo a Roma in una stanza. Ieri i padroni dell’affittacamere ci hanno regalato un pandoro. Mi sono commossa perché il giorno prima, verso le otto di sera, avevamo incrociato un nugolo di dipendenti che rincasavano con la classica scatola natalizia del datore di lavoro, quella con un panettone scarso e uno spumante sconosciuto, e una stecca di torrone che si spera non ci costerà un molare. Quando lavoravo a Milano a me non la davano perché non ero una dipendente. E così pure l’agendina, nonostante ci fossero decine di agendine che sarebbero finite inutilizzate nei cassetti grigio topo delle scrivanie aziendali dei miei colleghi. Per par condicio dovevano darla a tutti. Tranne ai precari. “Arrivavano contate. Sai com’è.

Abbiamo camminato per Roma di mattina, di pomeriggio, di sera. Ogni angolo mi lasciava a bocca aperta. Mi sembrava persino pulita, nonostante le polemiche sulla munnezza romana che si protraggono a mesi. Arrivo dall’India, capitemi.

Le lucine di Natale mi mancavano tanto: in Argentina le mettono ma non si vedono, perché c’è luce fino alle otto di sera inoltrate a Natale.

Saranno state le luminarie, le opere del Bernini o di Michelangelo, ma Roma mi ha davvero sedotto. Non me la ricordavo così bella. Stranamente non avevo mai fame, probabilmente la stanchezza era troppa per sentire appetito. 24,1 km camminati il 24 dicembre. E non di più solo perché non avevamo dove andare o che fare. Pure a cena abbiamo fatto in fretta e poi era tutto chiuso, tranne le chiese.

Ho provato a immaginare il cenone della vigilia con la mia famiglia e non sarebbe come quello delle foto degli amici su Facebook. Dal lato italiano le nostre famiglie sono troppo piccole e smembrate, sarebbero tavole identiche a quelle di qualsiasi altro giorno dell’anno. Dal lato argentino nessuno cucina e si fa un buffet freddo, sempre lo stesso ogni anno e tutte cose che si mangiano anche di consueto, che si ripete per San Silvestro. Comunque sia, qualsiasi cosa mi sembra meglio che stare in albergo con un pandoro che non ho modo di tagliare e di ricoprire senza mezze misure di crema di mascarpone.

Roma. Nel mio stile pratico di sempre ho cercato i prezzi delle case a Roma città. Se vuoi una qualche vista, parliamo di milioni di euro. Se invece ti accontenti di un appartamento seminterrato e ti muoiono tutti i parenti fino al secondo grado, hai qualche opzione. Le vetrine dei negozi strabordano di cibo e di borse in pelle a pochi euro. Cannoli, cassatine, sfogliatelle, brioche, bomboloni, ciambelle, crostate, cheesecakes, panne cotte, tiramisù… e i salati: focacce ripiene con ogni ben di dio di insaccati, verdure e formaggi, paninazzi che non sai da che parte iniziare ad addentare, pani e grissini. Trattorie Romane aperte e tutte le ore che servono porzioni giganti di pasta fresca sapientemente condita all’amatriciana, alla carbonara, alla gricia, ai frutti di mare, con i pomodori di Pachino, alle vongole… sul menù di un ristorante esplicitano che ogni piatto di pasta pesa tra i 170 e i 245 grammi. Ed è individuale.

Alcuni espongono i carciofi e i fiori di zucca. I fiori di zucca non esistono a Buenos Aires. O meglio, esistono, perché anche in Argentina le zucchine fioriscono, ma li buttano perché non sanno che farsene. Disgraziati!

I Romani sono ben pasciuti. Vorrei farmi adottare da una nonna romana. Mi viene in mente quella di Carlo Verdone, la mitica Sora Lella, e risento il suo accento romanaccio. Andrebbe benissimo.

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Vorrei chiedere ai Romani come vivono: tutta questa bellezza e questa abbondanza riescono a godersela o è solo per i ricchi? E come si diventa ricchi in Italia? Penso ai miei coetanei e nessuno “ha fatto i soldi”. Siamo tutti più o meno dove eravamo quando siamo nati.

Mi chiedo chi sono le persone più ricche che conosco: una ragazzina che veniva a scuola con l’autista e quindi non poteva mai bigiare. Figlia di un industriale farmaceutico. Un ragazzo il cui zio lo portava a fare un giro in elicottero la domenica pomeriggio. Così, per passare il tempo.

Stanno bene quelli figli di piccoli imprenditori edili del paesello: delle capre totali a scuola, ma ora in giro col Cayenne e gli abiti firmati. Già sapevano che sarebbe finita così. Hanno studiato tre anni in uno che neanche al Cepu…

Ricordo che dell’Italia mi dava fastidio il senso di stare “fuori dal giro”, del non potermi permettere tutti quei prodotti e servizi moderni e di qualità che venivano pubblicizzati a ogni angolo. In Argentina non esistono. Problema risolto.

O forse potevo permettermeli, a patto di spendere tutto quello che guadagnavo, non poter mettere da parte nulla e non avere quindi la pace mentale del “se dovesse andare male, ne ho da parte”. (I precari non possono permettersi di rinunciare a questo lusso mentale del tirare fino al prossimo 27 del mese.)

È bello passeggiare per Roma con il cellulare in mano e la macchina fotografica al collo, non avere paura a infilarsi in una stradina stretta e poco illuminata nel centro storico. È bella la tranquillità.

In un gruppo di expat a Buenos Aires proprio questa settimana avvisavano di fare attenzione nel mio quartiere perché si stanno verificando molti attacchi di motochorros. Sono delinquenti che arrivano in moto: uno guida e l’altro assalta.

A novembre hanno rapinato un ristorante indiano alle ore 22 di un venerdì. Nessuno aveva ancora pagato il conto, dato che in Argentina si esce a cena molto tardi, per cui nelle casse del ristorante c’erano poche centinaia di dollari, probabilmente del delivery che ordiniamo spesso anche noi. Però sono entrati nel salone e hanno derubato tutti i commensali dei portafogli e cellulari. E settimana scorsa hanno sparato a una ragazza colombiana sulla porta di casa perché aveva resistito a un tentativo di furto del cellulare. Il proiettile le ha sfiorato la spalla. Tutto questo nel raggio di cinque isolati da casa mia.

Su Facebook, un inglese riferisce che uscendo dal centro commerciale di Abasto è scampato per prontezza di riflessi a un tentativo di scippo del cellulare. Ricordatemi ancora quanto costa vivere a Roma centro.

È la mattina di Natale e alle sei siamo già svegli. Troppo stanchi per dormire e ancora ammezzati tra il fuso indiano e quello romano. Siamo quelli stronzi che avranno bisogno di un bar e un ristorante pure il giorno di Natale. A Roma sembra che non saremo gli unici. Fra 26 ore torniamo sul fuso argentino: sole, mare, 28 gradi. Buon Natale. 🎁💫🎄🏖🎠✈️

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