La fregola

Doveva venire il pittore a imbiancare. A novembre. L’otto di gennaio ha detto che sarebbe venuto il nove. Il nove è venuto, ha dato un’occhiata e ha detto di chiamarlo dopo dieci giorni. Dopo dieci giorni l’abbiamo chiamato e ha detto che sarebbe venduto dopodomani. Il dopodomani è arrivato, ma il pittore no.

Mar del Plata, domenica 27 gennaio 2019. Tramite Facebook vengo a sapere di un’aperitivo “tano” (così chiama(va)no gli italiani in Argentina) alle 19 in una birreria dall’altra parte della città. In preda alla noia, mi dico “perché no” e convinco il marito. Arriviamo alle 19.40. Non solo non c’è musica, ma neanche musicisti. Né il palco montato. La cameriera dice che ci vorrà mezz’ora. Ma chi ce crede! Torniamo a casa.

Il mio difetto è che sono impaziente e continuo ad esserlo a trenta e rotti anni suonati e dopo 5 anni di spazientamento forzato in Argentina. Quando ancora sedevo sui banchi di scuola verdi, quelli delle elementari con la barra nera sopra su cui allineare le penne (ma quanto erano belli?), ero impaziente di rispondere alle domande della maestra, allungavo il braccio fino a sentire male, quasi sbracciavo. Se la maestra dava la parola a qualcun altro, io rimanevo con il mio piantato in alto come una bandiera, sostenuto dall’altro a mo’ di cavalletto. Se le cose andavano per lunghe cambiavo braccio.

La scuola finiva alle 12.30 e io alle 13.15 avevo già mangiato e fatto i compiti. Allora ripassavo tutta la lezione con dei pupazzi, scrivevo cartelli e li attaccavo agli scaffali di metallo di camera mia con le calamite, riproducendo tutti gli schemi e i disegni che la maestra aveva fatto nelle quattro ore di lezione quella mattina alla lavagna.

Di conseguenza, ero brava a scuola, ma mi fregava sempre l’impazienza. Non solo dovevo prendere il voto più alto, ma pure dovevo consegnare per prima. Ed era proprio lì che inevitabilmente scivolavo: per fare in fretta commettevo sempre qualche errore e non consegnavo mai un compito in classe perfetto.

Sebbene crescendo il mio rendimento scolastico sia diminuito col progredire dei miei studi, anche quando ero retrocessa a “capra” di classe volevo consegnare il prima possibile per svincolarmi da quella situazione opprimente del compito in classe, che ci giudicava tutti non solo sul piano scolastico, ma inevitabilmente anche su quello sociale, perché io non avevo nessuna qualità spendibile nel gruppo: non ero figa, non ero brava. Ero però una grande rompiballe, caratteristica che è rimasta invariata nel tempo. Quello sì.

Annunci

8 pensieri su “La fregola

  1. La più grande differenza fra me e l’Argentina e allo stesso tempo il più grande insegnamento che ho ricevuto dall’Argentina sta nell’espressione “no pasa nada”.
    L’imbianchino che non viene.
    L’aperitivo che non comincia perché non c’è la musica.
    E poi, tutte quelle cose fatte all’80%, quel centesimo che sembra sempre mancare per arrivare a fare il peso (tralasciando che in periodi di inflazione come questa c’è poco da dire centesimo e peso), quello scarto minimo che incontro sempre fra il fare e il fare del tutto, che è così argentino.
    Per un italiano, tanto più per un lombardo come me, il ritardo dell’imbianchino, i musicisti che non arrivano, le cose quasi del tutto fatte ma non fatte del tutto, sono drammi esistenziali, sono il trionfo del super ego.
    In Argentina, invece, no pasa nada.
    Pase lo que pase, la vita continua, e tutti i microdrammi quotidiani sono riportati al loro posto dalle no pasa nada.
    Una frase che contiene allo stesso tempo serenità e rassegnazione, atarassia e fatalismo, capacità di vedere il buono delle cose e resa al loro brutto.
    No pasa nada: la distanza culturale in tre parole. Mi capita di invidiare la capacità di far fronte alle cose con un no pasa nada. Allo stesso tempo, soprattutto sul lavoro ma anche nelle relazioni personali, mi rendo conto di quanto per me siempre pase algo.

    Piace a 1 persona

    1. Anca mi sun lümbard! Pensa che ero (sono) pure convinta che per avere successo lavorativo qui fosse sufficiente continuare a fare come facevo: puntualità, puntigliosità, serietà, professionalità… sicura che sarebbero state mosche bianche in questo mare di “se me complicó”. Invece… neanche le notano. 😭

      Mi piace

  2. ahahaha, amici, quello che voi dite.. l’ ho notato in poche settimane di permanenza a BA.

    L’ amica con cui mi tengo ancora in contatto, e che sicuramente rivedro’ devo dire che mi ha aiutato molto.

    Io,bacchettone, puntuale e preciso, lavoratore: ecco, un po’ di “no pasa nada” argentina mi ha aiutato a vedere, qualvolta, le cose da un altro punto di vista

    Ma presumo, sia più facile dirlo per me che vivo e scrivo dal Bel Paese

    Piace a 1 persona

    1. Un po’ il “no pass nada” mi ha permeato, ma la reazione istintiva è sempre da milanese imbruttito. E poi ci sono cose che dopo 5 anni ancora mi fanno partire lo sclero come il primo giorno, e gli argentini continuano a fare gli argentini come il primo giorno pure loro. Tutto nella norma 😄

      Piace a 1 persona

      1. Beh, vivono bene cosi, invidia per loro ahahah

        E’ assurdo, ma ci facciamo più il sangue amaro noi, vedendo che non se la prendono per quasi nulla, che non c’ entriamo nulla.

        Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...