Si Salvi-ni chi può

Qualcuno dei lettori mi può spiegare qual è il razionale dietro al requisito di conoscenza dell’italiano per i coniugi di italiani che intendono richiedere la cittadinanza italiana?

Perché qui, questo nuovo requisito ha indignato molti. Persino gli insegnanti di italiano argentini che ne beneficeranno concretamente.

Credo che a Salvini non gliene freghi niente dei coniugi degli italo-argentini, per questo chiedo: qual è la giustificazione dietro a questo nuovo requisito che hanno fornito in patria?


Il concetto di cittadinanza viene spesso confuso con quello di nazionalità. La cittadinanza riguarda lo stato civile di un individuo nei confronti di uno stato sovrano, mentre la nazionalità esula dai confini politici di un territorio e riguarda la sfera culturale.

Secondo la mia personale opinione, anche se dal punto di vista ontologico si possono considerare concetti indipendenti, la nazionalità dovrebbe essere una condizione necessaria ma non sufficiente per la cittadinanza. Invece la situazione attuale circa l’ottenimento della cittadinanza italiana indica esattamente l’opposto: uno può essere cittadino italiano ma non condividerne la cultura e la lingua. Sarà che sono ancorata a un concetto romantico di patria, che è un’altra cosa ancora, ma faccio fatica a considerarli indipendenti e non nascondo un certo fastidio per il trattamento che viene riservato alla mia cittadinanza: un semplice passe-partout per viaggiare comodi e poter vivere in Europa.

Dato che quando mi è capitato di parlare di queste cose in Italia ho riscontrato il vuoto, di seguito spiego cosa ho osservato all’estero. Partiamo da Adamo ed Eva…

Iure sanguinis

Per la legge italiana, tutti i figli di cittadini italiani, indipendentemente dal luogo di nascita, sono italiani alla nascita. Ma molti degli italiani emigrati tra fine ‘800 e metà ‘900 hanno reciso ogni legame con il Bel Paese (forse non era così bello?) e non hanno più comunicato all’Italia cosa ne è stato di loro una volta emigrati: matrimoni, figli, divorzi, decessi… un grande buco nero.

Da quanto c’è l’Unione europea, avere il passaporto di uno stato membro ha acquisito un valore altissimo per gli extracomunitari ed è cominciata la “caccia alle cittadinanze”. In più, a differenza che in passato, adesso molti paesi consentono di avere la doppia cittadinanza, per cui non c’è “rischio” di perdere la prima. Il fenomeno non interessa solo i discendenti di italiani, ma anche di spagnoli, portoghesi, francesi, polacchi, tedeschi.

La Spagna si è messa al riparo in fretta limitando la trasmissione della cittadinanza da nonni a nipoti, mentre l’Italia è ancora ferma dove era prima che esplodesse questa moda: non c’è limite generazionale purché l’avo fosse italiano all’epoca dell’Unità d’Italia (1861) e non vi siano state interruzioni nella trasmissione della cittadinanza tra le generazioni.

È ovviamente giusto poter trasmettere la cittadinanza ai propri figli anche se si vive all’estero per non “rompere” le famiglie in caso di rimpatrio, ma qui parliamo di cittadinanza trasmesse a nipoti, bisnipoti, trisnipoti, tetranipoti, pentanipoti…

Ecco spiegato perché a distanza di cento-centocinquantanni spuntano i pronipoti che richiedono il riconoscimento della cittadinanza. Persone che spesso non hanno mai messo piede in Italia, non sanno nulla dell’Italia, non parlano italiano… ma hanno più diritto ad essere italiani di un bambino nato in Italia da genitori stranieri, che ha frequentato le scuole italiane e che parla italiano.

Per assurdo, abbiamo più familiarità con la cultura statunitense noi ex-ragazzi italiani cresciuti a Happy Days, Beverly Hills 90210, Friends… che pur non parlando una parola di inglese ci siamo sempre sentiti così americani, che gli italoamericani di terza, quarta o addirittura quinta generazione che però sono giuridicamente italiani.

Tam tam di consigli su internet

A fronte dei ritardi nell’elaborazione delle pratiche di cittadinanza da parte delle Autorità italiane, su forum e gruppi di FB si possono leggere commenti spaccati da parte degli aspiranti: quelli che lo vedono come un diritto negato dato che per legge sarebbero italiani di nascita, e non riuscendo a prenotare l’appuntamento in Consolato gli viene negato di godere dei loro diritti di cittadini italiani; quelli che lo vedono come una sfida e usano questo “percorso” per fare gruppo, dandosi virtuali pacche sulle spalle, consigli su come organizzare i raccoglitori con i documenti necessari e postando foto davanti al consolato con il passaporto bordeaux a “traguardo” raggiunto, seguito da scambi di congratulations; quelli che vorrebbero trovare delle scorciatoie perché, chiariscono, a loro non interessa neanche andare a vivere in Italia e quindi che gliela facciano breve che non recheranno disturbo una volta ottenuto l’agognato passaporto; quelli che sono presi da sindrome tipo-Zelig e raccontano che loro si sono sempre sentiti italiani anche se non ci hanno mai messo piede, hanno persino canzoni in italiano preferite di cui non capiscono il testo ma non sanno menzionare un presidente della Repubblica Italiana e vagheggiano di trasferirsi in Italia quando saranno in pensione o magari un giorno chissà…

La maggior parte non ha alcuna intenzione concreta di stabilirsi in Italia. Semmai, in un altro Paese dell’Unione europea che offra migliori prospettive di lavoro, come la Germania o la Spagna. O semplicemente per viaggiare in USA senza avere bisogno del visto o avere una migliore assistenza consolare all’estero in caso di problemi (bisognerà poi vedere come comunicheranno con la rappresentanza diplomatica italiana all’estero senza parlare italiano…).

Io sono per il diritto di emigrare e stabilirsi dove si voglia, ma la cittadinanza italiana non deve essere l’escamotage per vivere in Europa. Se qualcuno ha piani concreti, che venga e trovi il modo di restare legalmente.

A onor del vero, per una volta l’Italia mi ha sorpreso: ha previsto questa possibilità. Chi vuole trasferirsi in Italia può fare la pratica di ricostruzione della cittadinanza direttamente nella penisola: basta prendere la residenza in un comune italiano e presentare con gli stessi documenti che si sarebbero altrimenti dovuti presentare al consolato estero.

Da questo spiraglio, concepito originariamente con le migliori intenzioni, si è aperto un varco: quello delle false residenze. Ossia di gente che va in Italia, affitta per qualche mese, prende la cittadinanza e leva le tende per non fare la “fila” nel consolato italiano nel loro Paese di origine. Forse vi sarà capitato di leggere di qualche clamoroso caso di funzionari comunali che intascavano mazzette per “sistemare” sudamericani, come in provincia di Teramo, a Napoli, nel Bellunese, nel Lodigiano, a Siracusa, in Abruzzo.

Nei gruppi di FB leggo di gente che cerca “amici” in Italia disposti a lasciargli prendere la residenza a casa loro, ovviamente pagando o in cambio di servizi (pulizie o simili), “giusto il tempo di ottenere la cittadinanza”.

Che cosa danno all’Italia queste persone, a parte una mole di lavoro burocratico? Alcuni degli aspiranti lo ritengono un atto dovuto perché il loro Paese di nascita ha sfamato gli emigranti italiani del secolo scorso. Peccato che queste generazioni di “italiani dormienti” non abbiano contribuito affatto all’Italia (ma niente rimostranze su questo punto, si sarebbero mangiati tutto i politici lo stesso, lo sappiamo).

Qualche anno fa è stata introdotta una tassa di €300 per persona per i richiedenti maggiori di 18 anni nel tentativo (inutile) di frenare le richieste e finanziare questa mole di lavoro extra. In altre parole, chi tiene aggiornata la propria situazione anagrafica e registra i figli minorenni, non paga niente. Chi si sveglia a 60 anni e chiede il riconoscimento tramite il bisnonno, paga.

Consolati e comuni sommersi

Già nel 2017, La Stampa scriveva che sono 80 milioni i potenziali “italiani” all’estero, rispetto a 60,6 milioni di italiani abitanti in Italia. I Consolati più grandi sono intasati di richieste, specie in Sud America (Brasile, Venezuela, Argentina).

Anche lì i problemi non mancano. Prendiamo ad esempio gli appuntamenti per la pratica di ricostruzione della cittadinanza: in passato il sistema delle prenotazioni degli appuntamenti presso il consolato era autogestito, mentre da qualche anno a questa parte il Ministero degli Affari Esteri ha istituito il sistema Prenota Online centralizzato, a cui si sono allineati quasi tutti i consolati, per democratizzare la procedura ed eradicare il fenomeno dei favoritismi e delle amicizie e della rivendita degli appuntamenti. Eh sì, c’erano “gestori” che prenotavano online tutti gli appuntamenti disponibili e poi li rivendevano a chi ne avesse bisogno; adesso all’appuntamento deve presentarsi chi ha prenotato e mostrare un documento.

Una volta ottenuto l’appuntamento, si va in consolato, dove un funzionario controlla la documentazione (costituita da atti anagrafici per dimostrare la discendenza) e se la ritiene soddisfacente la gira al rispettivo Comune italiano dell’ultimo antenato con la cittadinanza, il quale dovrà farsi carico dell’onere di individuare l’avo nei propri archivi, esaminare la documentazione inoltrata dal consolato e, infine, iscrivere i nuovi cittadini nell’anagrafe comunale. Questo iter può richiedere fino due anni, che è il tetto fissato per legge per rispondere alle richieste di riconoscimento. Se il Comune non risponde entro 2 anni, l’istante può presentare una diffida.

Sia chiaro che non ce l’ho con chi chiede la cittadinanza italiana approfittando della permissiva legge italiana, anche se di certo non gode della mia stima per approfittare di un sistema, che io ritengo pensato con le migliori intenzioni e a vantaggio degli italiani. Vorrei che lo Stato italiano si svegliasse!

Iure matrimoni

Esiste poi la strada della cittadinanza per matrimonio, altro diritto sacrosanto a mia detta, rivelatosi però anch’esso l’ennesimo cavallo di Troia nella legislazione italiana. Fino al 22 settembre 1922, una donna che si sposava con un cittadino italiano uomo diventata automaticamente italiana. In seguito l’acquisizione della cittadinanza non era più automatica (infatti per alcuni stranieri comportava la perdita della cittadinanza di origine, come conseguenza di acquisizione di quella italiana) ma andava richiesta esplicitamente; attualmente la cittadinanza italiana può essere richiesta dopo un certo numero di anni di matrimonio a seconda che si risieda in Italia o all’estero o che la coppia abbia avuto figli.

Ed è proprio per i coniugi di italiani che vale questo nuovo requisito di conoscenza dell’italiano ad almeno un livello B1 secondo il quadro di riferimento europeo, equivalente a intermedio di base.

Il che si traduce in una situazione ridicola quando il discendente italiano di n-esima generazione è italiano pur senza parlare italiano, però suo marito / sua moglie deve sapere la lingua!

Grazie e chau

Devo ancora trovare un italiano che mi tessa le lodi del fenomeno delle cittadinanze italiane all’estero. Non ho mai incontrato nessuno che non storcesse il naso quando la conversazione verte sull’italo-straniero che vuole / ha il passaporto italiano e riceve il plico elettorale ma non sa cosa farsene, eppure poi si lamenta che è impossibile rinnovare il passaporto. In genere la reazione tra italiani all’estero è non siamo solo un passaporto!

Gli unici italiani che sono a favore sono quelli che ne hanno beneficiato loro stessi senza avere mai contribuito: chi ha lavorato in Italia e se ne è andato, non è di certo contento di questo saccheggio.

Quando ho provato a spiegare la situazione a qualche italoargentino, loro erano assolutamente incapaci di capire le mie ragioni. È stato sufficiente “localizzare” l’esempio descrivendo la situazione di un altro sudamericano che prende la cittadinanza argentina solo per approfittarne, avvalendosi della scusa della cultura ispanica comune. A quel punto, sembrano capito magicamente cosa dico, ma non cambia il risultato: fuori i sudamericani e datemi il passaporto italiano, grazie!

È anche tipico che chi ha la doppia cittadinanza non mantenga aggiornata il proprio stato civile con il consolato, comunicando nascite, matrimoni e decessi. Comportamento che dimostra il loro rapporto con la cittadinanza italiana. A cosa gli serve? Se non ne ricavano alcun vantaggio, non lo fanno. Spesso “scoprono” di doverlo fare per poter rinnovare dei documenti o richiedere il documento per i nuovi nati, e si incazzano per la “sorpresa”. Italia = paese della cuccagna.

E all’estero?

Nessuno degli americani e degli argentini che ho conosciuto sapeva quali fossero i requisiti per l’ottenimento della loro cittadinanza per matrimonio. E neanche gli interessava. Eppure farebbero bene a informarsi prima di indignarsi e di sbraitare contro i funzionari italiani che non rispondono alle loro email.

Perché gli italiani d’Italia non possono trovare queste scorciatoie per emigrare nelle Americhe? Non sarebbe forse più corretto dare anche a loro questa possibilità? Che per ogni americano che ottiene la cittadinanza italiana venga concesso un “regalo” (residenza o cittadinanza facili) a un italiano che vuole andare in America.

Stati Uniti

Non è possibile diventare cittadini degli Stati Uniti semplicemente sposando un oriundo. Prima si ottiene la residenza (il che già di per sé non è affatto scontato) tramite il consolato e dopo due anni di matrimonio e residenza negli Stati Uniti si può chiedere la cittadinanza. Bisogna sostenere una prova di conoscenza della lingua inglese e della costituzione americana.

Se al momento del matrimonio il coniuge straniero è già legalmente negli Stati Uniti con un visto di lavoro, studio o residenza permanente, è tutto più facile. Ma se lo straniero è all’estero ci sono due strade: o chiedere un visto fiancée per entrare negli USA presso il consolato americano nel Paese di residenza dello straniero, valido per sposarsi entro 3 mesi in USA con uno statunitense; oppure il matrimonio avviene all’estero e bisogna inviare al consolato estero la richiesta di residenza permanente negli USA per il coniuge straniero.

Se lo straniero entra in USA come turista per sposarsi con un americano, è considerata una frode e gli può venire negato di tornare in USA per un periodo da 3 a 10 anni.

Una coppia di miei conoscenti (lui degli Stati Uniti, lei argentina) hanno aspettato quasi un anno perché a lei venisse concesso di immigrare negli Stati Uniti. Durante questo periodo lui faceva la spola tra USA e Argentina perché doveva lavorare lì e lei era bloccata qui.

Una volta ottenuta la cittadinanza americana si gode degli stessi diritti di chi è statunitense dalla nascita. Negli Stati Uniti vige lo ius solis, per cui i figli nati negli USA hanno automaticamente la cittadinanza americana, indipendentemente da quella dei genitori (v. madri russe che vanno a partorire in USA per avere figli americani). Tuttavia, possono sponsorizzare i genitori per la residenza permanente solo dopo il compimento dei 18 anni di età e i tempi di attesa sono dell’ordine di 10 anni.

Argentina

Anche in Argentina vige lo ius solis. E anche in Argentina è necessario essere residenti qui per richiedere la cittadinanza per matrimonio, poiché bisogna farne richiesta presso un tribunale federale argentino.

Tuttavia, dopo il matrimonio è possibile ottenere facilmente la residenza permanente in Argentina, sia tramite il consolato all’estero che qui. Inoltre, si può entrare come turisti e sposarsi in Argentina, senza paura di venire accusati di frode e deportati (molto più civile e meno ansiogeno che in USA!). E in Argentina, ai fini della sponsorizzazione del partner valgono sia i matrimoni che le unioni civili e le unioni convivenziali. Troppo avanti!

Per ottenere la cittadinanza Argentina tramite matrimonio non è necessario attendere: già dal giorno del matrimonio si può farne richiesta, così come per la residenza permanente.

L’Argentina distingue tra argentini nativi (ciudadanos nativos) e argentini che sono tali por opción (cioè perché figli di argentini nativi ma nati all’estero) o por naturalización (per matrimonio, residenza, merito, apolidi ecc.).

Nel caso della cittadinanza por naturalización, in cui rientra il caso della cittadinanza per matrimonio, la Ley 21.795, art. 2, prevede che i richiedenti debbano:

e) Saber, leer, escribir y expresarse en forma inteligible en el idioma nacional;

f) Conocer, de manera elemental, los principios de la Constitución Nacional;

Nel 2017 un tribunale ha negato la cittadinanza per matrimonio a una cinese perché non sapeva la lingua, ma alcuni giuristi ritengono il requisito anticostituzionale e retaggio del regime militare.

Va detto che l’altra legge che disciplina la cittadinanza, Ley 21.610, non fa menzione del conoscimento della lingua e della costituzione.

Una volta ottenuta la cittadinanza argentina, si è cittadini argentini ma con alcune distinzioni rispetto a chi è cittadino dalla nascita. Per esempio, non si può trasmettere la cittadinanza ai figli se nati all’estero (se nascono in Argentina sono argentini per ius solis); non si può acquisire la cittadinanza spagnola dopo due anni di residenza in Spagna (come invece è permesso agli argentini nativi); non si può rivestire l’incarico di Presidente della Repubblica.

Se volete fare birth tourism in Argentina, accomodatevi: vostro figlio sarà automaticamente argentino e voi potrete immediatamente richiedere la residenza permanente e la cittadinanza argentina. Prezzo per partorire in Argentina: sui 3000 dollari presso un ospedale privato. Zero nell’ospedale pubblico, ma a vostro rischio e pericolo.

Conclusioni

Risulta parecchio amareggiante per chi è italiano emigrato di recente vedere come la propria cittadinanza e nazionalità siano svendute o regalate perché “facili” e “vantaggiose”, considerate come il premio alla fine di una maratona burocratica.

Leggere elenchi di vantaggi legati all’ottenimento della cittadinanza come se fossero i benefici per i membri di un club fa male (alle orecchie degli statunitensi risulta particolarmente convincente sapere che in caso di cancro, possono andare a farsi curare gratis in Italia). Sapere di connazionali che spiegano agli stranieri come aggirare la legge italiana aiutandoli a prendere false residenze è purtroppo una conferma del fatto che non ne usciremo facilmente.

Mi auguro che una riforma moderna e al passo con le esigenze della società moderna avvenga presto. Anche se dubito che sarà firmata da Salvini.

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2 pensieri su “Si Salvi-ni chi può

  1. La mia amic a Jesica ha 3 fretelli + i genitori.

    Manca solo lei, ma sia sua madre che i suoi fratelli hanno tutti il passaporto italiano

    Suo padre quello spagnolo.

    Lo fanno perchè lo possono fare, ma forse è anche una sorta di assicurazione, nella remotissima ipotesi diventasse meglio lasciare l’ Argentina; oppure solo per essere cool…chi lo sa

    Piace a 1 persona

    1. Capisco la loro motivazione ma come italiana di nascita, che ci ha vissuto, studiato e lavorato, sembra davvero che ci considerino il Paese dei cachi. Che il nostro governo si svegli!

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