A proposito di Roma

Il film di Alfonso Cuarón merita un post su questo blog per vari motivi. Se non lo avete visto, lo potete trovare su Netflix. È ambientato in Messico, negli anni ’70, e narra la vita di Cleo, una donna di servizio presso una famiglia borghese. Lei è nativa messicana, mentre i suoi empleadores sono bianchi di origine europea – una famiglia classica composta da moglie e marito, un figlio e una figlia, il cane, la casa grande. La fotografia è meravigliosa, la storia sembra più un documentario sulla condizione della servitù del personale di servizio in Sud America che frutto della fantasia del regista.

Roma è sia un film documentaristico sia simbolico.

È documentaristico perché descrive la vita delle empleadas domesticas, tanto popolari nell’America latina (nello specifico, di quella al servizio della famiglia del regista durante la sua infanzia). Sono di origine indigena, con un basso livello di istruzione e vivono qualche decada più indietro dei loro empleadores: si sposano prima, fanno figli prima, hanno un destino segnato.

Le ho viste anche qui in Argentina dove si chiamano comunemente mucamas. Sono una componente così importante della società che hanno persino dei sindacati, una categoria impositiva dedicata, agevolazioni, tutele. Solitamente le mucamas non vivono con i loro empleadores; viaggiano ogni giorno dalle campagne intorno a Buenos Aires prendendo più autobus e pullman per arrivare a destinazione, vivono in luoghi con strade di terra battute, tra catapecchie e prati popolati di cavalli, asini e rifiuti.

Lavorano dal lunedì al venerdì; se richieste nel fine settimana e nei festivi prendono il salario doppio. L’empleador rimborsa loro il viaggio con i mezzi pubblici, che viene pagato a parte rispetto al salario. Le mucamas fanno un po’ di tutto: la pulizia della casa è di solito il servizio più richiesto, ma molte devono anche cucinare, stirare, fare la spesa, prendere/portare i bambini a scuola, portare a spasso il cane, accompagnarlo dal toelettatore o dal veterinario.

Trovare una buona mucama equivale a un colpo di fortuna: se sono giovani si spazientiscono oppure restano incinte, se sono anziane potrebbero essere troppo stanche per riuscire a fare tutto – in tal caso si affianca una seconda mucama. È difficile trovare una mucama che si presenti sempre al lavoro, a volte è sufficiente che piova perché non vengano o forse hanno trovato un altro lavoro e neanche lo dicono. Per questo chi trova una buona mucama trova un tesoro e non se la lascia sfuggire.

Le famiglie hanno la stessa mucama per anni: spesso la mucama cresce i figli dei suoi empleadores e sarà ancora lì al servizio della famiglia quando arriveranno i nipoti. Quando la famiglia va in vacanza, la mucama deve andare a innaffiare le piante, occuparsi degli animali domestici, pagare le bollette e far trovare la casa pronta al ritorno dei padroni di casa.

Per questo le mucama sono considerate parte della famiglia. Ma è davvero così? Sarò sincera: ho visto più mucamas sul treno che andavano a lavorare nei quartieri più facoltosi che nelle case argentine che ho frequentato, però per me è stato uno choc.

In Italia avevo al massimo visto le donne delle pulizie, di quelle che vengono una o due volte alla settimana, puliscono e “ciao”. Le mucamas sono delle dipendenti a tutti gli effetti, a tempo parziale o completo. È strano per me trovarsi queste persone per casa tutto il tempo. Persone a cui puoi chiedere di tutto e che sono tenute e fare tutto quello che gli chiedi: da rifarti il letto a prepararti una spremuta o farti una commissione in giro.

Ma che all’ora di pranzo restano in cucina a cucinare e pulire mentre tu sei seduta in sala da pranzo con tutti i crismi: la tovaglia, le posate, il cibo che ti viene servito come al ristorante. Io non so mai come comportarmi: da una parte mi sento in dovere di congratularmi con loro per le pietanze preparate, come farei se avesse cucinato la padrona di casa, dall’altro mi mette a disagio non condividere con la mucama il cibo che ha saputo preparare tanto abilmente e che lei neanche ha assaggiato.

Ci sono empleadores che alla mucama non danno da mangiare: si portano del cibo da casa o comprano dei prodotti di panetteria che vendono gli ambulanti vicino alle stazioni ferroviarie. Altri danno da mangiare alla mucama ma non quello che mangiano loro: se la famiglia mangia l’arrosto, la mucama no. E se un ospite porta un dolce, la mucama non lo può toccare.

Eppure quando parli con una famiglia con una mucama di lunga data ti dirà che è “di famiglia”. Sarà, ma se non pranza neanche con voi mi viene difficile crederlo. È nella vostra vita quotidiana per la maggior parte delle ore della giornata e condivide certe routine, ma è difficile per me concepirla come “della famiglia” se condivide solo gli aspetti meno divertenti e gradevoli della vita famigliare.

La prima volta che sono stata invitata a pranzare in una casa con la mucama pensavo che sarebbe stata a tavola con noi, dopo avere servito tutti. L’ospite mi chiese perché non mangiassi e io risposi che aspettavo la mucama. Mi ha riso in faccia e mi hanno detto “lei sta in cucina”; alle mie orecchie è suonato molto “il cane sta in giardino, mica entra in casa”.

Non so mai come comportarmi con le mucamas e ho chiesto più volte aiuto a mio marito su quale sia l’etichetta da seguire. Se entro in una casa dove mi apre la mucama, come la saluto? La devo baciare? Devo darle del lei o del tu? Devo salutarla prima di andarmene, se lei è in un’altra stanza o devo fingere di ignorarne l’esistenza solo perché non ce l’ho più nel campo visivo? Mi posso rivolgere direttamente a lei, per esempio se voglio un bicchiere d’acqua, o sembra che la tratti come la cameriera del bar e devo invece chiedere al padrone di casa? Insomma, è una persona, una lavoratrice o un membro della famiglia?

Se avete notato, ho utilizzato le parole “empleadores” e “famiglia” perché non saprei come dirlo in italiano. “Datori di lavoro” mi sembra troppo formale per una domestica. “Padroni” è la prima parola che mi viene in mente, ma quanto è arcaico?!

Le poche frequentazioni che ho avuto con famiglie con mucamas sono state troppo risicate e a casa di persone che non avevano idea di quanto fosse insolito, per un europeo del ventiduesimo secolo, trovare la servitù dietro la porta di casa di un conoscente.

Le mucamas sono “di famiglia” ma se hanno un problema è il loro problema; se restano incinte è una scocciatura ma se sono “brave” trovano una cugina che le rimpiazzi (il mondo è pieno di cugine…). Se si fanno male è una sfortuna, se si fanno male non durante l’orario di servizio è una scocciatura. Ho visto una mucama scivolare in casa e nessun componente della famiglia si è alzato per aiutarla. Il capofamiglia ha alzato la testa e chiesto “tutto bene?” ed è tornato alla sua chiacchierata con me. Io, ingenuamente, ho chiesto se non fosse il caso di portarla dalla guardia medica dato che aveva sbattuto la testa abbastanza violentemente e aveva superato gli “-anta” da un bel pezzo, ma le mie parole sono state volutamente ignorate.

La mucama è di famiglia, ma gli empleadores hanno più considerazione per il proprio cane e non fanno mistero di considerare le mucamas “inferiori”, meno persone di loro. Ma non si dica che non sono “di famiglia”.

Per questo quando ho visto Roma io non l’ho considerato commovente. L’ho trovato straziante. È uno spaccato delle mucamas e delle famiglie dell’America latina di origine europea. Nel film c’è tutto: Cleo lavora in quella famiglia da quando era una ragazzina, tutto il suo tempo è dedicato alla famiglia per cui lavora, ai loro figli. Lei sembra non ambire né concepire un destino diverso per se stessa, anzi, forse si considera persino fortunata di avere trovato “una famiglia” dove tutto sommato la trattano bene, solo la privano di una vita personale.

Ora non voglio scrivere di più perché non voglio rovinare la sorpresa a chi non ha ancora visto il film, ma chi non teme gli spoiler può leggere questo bell’articolo su Internazionale: “Il film Roma è celebrato per le ragioni sbagliate” di Slavoj Žižek.

Ho quindi scoperto che agli europei il film non ha sortito le stesse impressioni che ha sortito a me, che sono quelle descritte da Žižek nell’articolo.

Roma è un’opera simbolica perché Yalitza Aparicio, che interpreta Cleo, è un’attrice per caso: stava accompagnando la cugina al casting e invece hanno preso lei; perché Yalitza è la prima attrice indigena a essere nominata a un oscar; perché il film è candidato a ben dieci statuette: migliore film, migliore film straniero, miglior regista, migliore attrice (Yalitza), migliore attrice non protagonista (Marina de Tavira, la empleadora di Cleo), migliore fotografia, migliore scenografia, migliore montaggio sonoro, migliore colonna sonora e migliore sceneggiatura originale. Perché nonostante tutti questi riconoscimenti, gli Stati Uniti hanno negato il visto per ben tre volte all’attore Guerrero, che nel film interpreta Fermín, il fidanzato di Cleo. Come a dire: sono passati quarant’anni, ma siete ancora gente di serie B sullo schermo e fuori.


Precursore del genere, il film Santiago (2007) di  João Moreira Salles narra la vita di Santiago Badarlotti Merlo, il maggiordomo italo-argentino della famiglia del regista. Ligio e monotono nei suoi doveri di empleado domestico, nel privato si dedicava alla musica e alla cultura. Ma per la “sua” famiglia è sempre stato solo quello che faceva i centrotavola perfetti. Curiosamente, il film Santiago è catalogato come un documentario.

Potete leggere il riassunto e il parallelo tra i due film nell’articolo De ‘Roma’ a ‘Santiago’: cuando trabajar sin descanso para los demás se convierte en una obra de arte su «El país».


Se invece avete sentito parlare di Roma per i sottotitoli “localizzati” in spagnolo peninsulare, potete indignarvi e fare un salto qui.


E se invece siete sulla cresta dell’onda e già siete al corrente dell’ultimo scandalo – lo sbiancamento e dimagrimento di Yalitza Aparicio sulla copertina di ¡Hola! México – potete leggere qui.

12 pensieri su “A proposito di Roma

  1. quando mia nonna (e poi anche per mia mamma) versava in condizioni terminali abbiamo cercato una persona che potesse esserle di aiuto, nel gergo una badante.
    chi fa questo servizio nelle nostre zone proviene generalmente dalla Moldavia.
    se ne presenta una, annusa un po’ l’aria e poi estrae una cugina da proporti

    credo che il termine ‘cugina’ si intenda come figlia della sorella / fratello di un genitore solo in italiano, a sto punto

    mi hai incuriosito, credo che guarderò il film

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  2. In un altro tuo post citi una descrizione dell’Argentina come una terra con un piede negli anni 30, uno negli 80, eccetera – ricordo vagamente, il senso era quello.
    In Italia c’è stata la figura della servetta (e no, non parlo del ruolo della commedia dell’arte 🙂 . Ragazzine di origini contadine, che andavano a servizio in città. Mi chiedo quando si sia esaurito, ho la sensazione che residuasse negli anni 50 e forse 60, di certo era comune più indietro nel tempo, prima della/delle guerra/guerre.
    Di Buenos Aires mi colpisce come gli appartamenti, anche moderni, siano disegnati in base al modello di relazione che descrivi. Un accesso principale per la famiglia, l’accesso di servizio per la domestica. L’accesso di servizio porta a una stanzetta, con il suo bagnetto, che comunica con la cucina.
    Un’amica ha traslocato nel suo nuovo appartamento: in 60 metri (sessanta-metri) ci sono tre locali, due camere da letto più un soggiorno, un bagno, una cucina, nonché la camera e il bagno per la mucama. L’idea sottesa mi colpisce: anche negli spazi ridottissimi di un appartamento per piccola borghesia, andavano sì o sì (espressione argentinissima – ops) ritagliati spazi di differenza.
    Ha senso dire che in Argentina sopravvive un profondissimo classismo?

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    1. Figa ma è un tetris?! 😀 Cmq sì, qui sono molto classisti. Anche io mi sono sorpresa delle stanze di servizio, sempre molto spartane, e del resto della casa tutta in tiro e sontuosa. Persino negli appartamenti più modesti, le stanze di servizio sono una tacca più squallide e la casa del “empleador” e meno fastosa, ma comunque su un altro livello rispetto alle stanze di servizio. A me sembra così ingiusto trattare un’altra persona in modo così diverso, soprattutto in casa propria!

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      1. Un Tetris, buona definizione :-).
        In Italia esiste un Decreto ministeriale che stabilisce le dimensioni minime delle camere da letto – immagino che in Argentina non ci siano regolamenti simili.

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      2. Probabilmente c’è ma chissene… nel nostro primo appartamento, su due livelli, c’era una porta murata in cima alla camera da letto: pare che il secondo livello fosse una mansarda non abitabile, così quando c’è stato il sopralluogo durante il cantiere quella era la porta di accesso alla mansarda. Ad autorizzazione avvenuta hanno chiuso la porta e fatto il secondo piano come soppalco, e aggiunto una finestra abusiva (che però non si apriva, era di fatto un pezzo di plexiglass opaco per fare luce nel bagno del soppalco). Geni!

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  3. Bellissimo, bellissimo articolo Isa. In realta’, ok tu sei giovane 🙂 mi ha fatto pensare alle domestiche che gli italiani avevano in casa nel dopoguerra, trattate esattamente allo stesso modo, come si vede nei film dell’epoca. Ma hai raccontato tanti particolari di uno spaccato di vita attale a me sconosciuto, e te ne sono grata.

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    1. Mi sovviene di aver letto da qualche parte la storia di una giovane bambinetta meridionale mandata a fare la serva al nord e che poi si era sposata, era rimasta vedova quando i figli erano ancora giovanissimi e aveva passato la vita a lavorare per mantenere se stessa e la sua famiglia, ma senza mai più mettersi nella condizione di essere dipendente da un marito o da dei “padroni”. Se non erro era la nonna o la bisnonna di qualche autrice di blog che leggo, ma mi sfuggono altri dettagli. Un passato così lontano ma così vicino!

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