E.T.

E.T., l’expat-terrestre

Episodio 1

E.T. si reca nella ferramenta del quartiere per prendere un adattatore da schuko a presa argentina per il suo iMac. Specifica di cercare un adattatore che mantenga il contatto di terra.

“Ma non sarebbe illegale, altrimenti?”, direte voi, miei piccoli lettori. Shhhh… silenzio!

Il Nonno della Ferramenta, con fare bonario, cerca di spiegare a E.T. che le prese schuko non hanno la terra. E.T. ribatte che sì, ce l’hanno, sono quei gancetti di metallo ai lati della spina. Il NF pensa a un equivoco linguistico e ripete, lentamente, le stesse parole di prima. E.T. gli dice, cercando di rimanere calma “non glielo sto chiedendo, glielo sto dicendo”. Il NF protende una mano con fare amichevole, come se fossimo all’incontro tra Cristoforo Colombo e gli indiani (ognuno di noi si sente il Cristoforo della situazione) e mi spiega che la terra non serve. A E.T. parte una coronaria ma capisce che il NF non è che non voglia dargli l’adattatore, è che proprio non ha idea di cosa stia parlando. E.T. si lancia internamente su considerazioni filosofiche di alto livello, tipo l’inspiegabile (a questo punto) longevità media degli argentini [76,3 anni, per i curiosi]. Il NF continua a guardare E.T. come se fosse, appunto, E.T.

Episodio 2

E.T. ha appena traslocato. Nelle case argentine la cucina è parte della casa, per cui quando ci si trasferisce altrove, si trova la cucina che si trova (in genere la roba più economica disponibile al momento della costruzione della casa). Le cucine argentine sono dei monoliti a gas potentissimi, ottime per fare l’asado e cuocere la pizza e destinate a carbonizzare i dolci.

Siccome siamo in Argentina, i 325° raggiungibili dal forno non hanno indotto nessun progettista a pensare di fare le manopole della cucina di un materiale che resista a quelle temperature. [Temperature peraltro ignote, giacché il termometro delle cucine argentine economiche non è graduato; ne ho comprato uno da appendere che però va fuori scala quando il forno è al massimo, ben oltre i suoi 280 °C.]

E.T. deve quindi cambiare una manopola (perilla) e per andare sul sicuro si porta la vecchia manopola con sé fino al negozio di ferramenta dell’Avenida. Anche lì troviamo un altro Nonno della Ferramenta, ma questo sembra più vispo. E.T. entra nel negozio, pieno di vecchi quanto il NF, cala il silenzio. È uno di quei negozi di una volta pieni di ogni bullone immaginabile, sporco in ogni anfratto, con il bancone ormai consumato, così come le protezioni del bancone e il proprietario stesso. L’unica cosa recente è il giornale tagliato che servirà a incartare i pezzi.
E.T. si gira e chiude la maniglia usurata della porta di vetro. Si gira di nuovo e tutti si fanno da parte, tipo il Mar Rosso davanti a Mosè. “Mi dica”, le si rivolge il NF. “Buongiorno, per caso ha questa perilla?”, domanda tenendo una manopola nera tra il pollice e l’indice e porgendogliela. “Credo sì, aspetta che guardo”, dice NF. E.T. è felicissima, le pare impossibile avere trovato proprio quella manopola al primo colpo. Il NF ricompare e le mostra orgoglioso una manopola identica bianca.

E.T. dice una banalità “Ma è bianca“. Il NF ribatte con altrettanta banalità ““. E.T. ancora una volta si catapulta mentalmente in un universo parallelo e si chiede quale tipo di daltonismo possa giustificare il dialogo appena intrattenuto con il NF. Scarta tutti i tre tipi di discromatopsia e persino l’acromatopsia completa. Apre la cartella mentale “fraintendimenti culturali” alla ricerca della improbabile circostanza in cui una persona che ha una cucina con le perillas nere voglia metterne una bianca solo perché ce la riesce a infilare. E non la trova.

E.T. ritorna sulla terra e, mestamente, sentendosi un po’ autistica, educatamente risponde “Peccato! La cercavo nera.” e se ne va.

Episodio 3

In questo episodio E.T. fa una piccola confessione ai lettori: è stato graduale e inesorabile – ma lei ha cominciato ad adottare norme e costumi locali che appena emigrata le parevano strambi e disgustosi, come per esempio mangiare il dulce de leche, comprare le facturas, bere (raramente) il mate, uscire in tuta per strada, non farsi mai mancare la Coca Cola cero (azucar) in frigo, inchiodare mentre cammina quando intravede gli alfajores della sua marca preferita in un quiosco, avere voglie di pizza argentina… e indossare le alpargatas (calzature che nel resto del mondo ispanico si chiamano espadrillas).

E specificamente le alpargatas de yute, ossia con la suola di corda e la tomaia di tela (lona). Ne aveva comprato un paio blu “tanto per” nel 2017 e le erano piaciute un sacco, ma dopo un anno che le indossava come ciabatte domestiche si chiese “Ma sarà ben ora di lavarle, no?“. Fu così che le buttò in lavatrice, si sfaldò tutta la corda e dovette cestinarle. R.I.P.

Sicura che le avrebbe trovate ovunque, essendo uno dei prodotti simbolo nazionale, dovette presto ricredersi quando scoprì che l’unico produttore di alpargatas del paese aveva deciso di produrne solo di due colori: bianco panettiere e nero impiegato statale.

Ma E.T. non demorde: lascia perdere le fantasie circa le miriadi di colori tra cui avrebbe voluto scegliere e si prefigge un obiettivo ben più semplice: trovare lo stesso paio blu che già aveva. Squadra che vince non si cambia, no?

Piena di iniziativa parte con la ricerca su Mercadolibre (il nostro eBay) e le trova a soli 15′ di autobus da casa. Inforca la SUBE e si dirige alla fermata, arriva a destinazione. Il negozio è un bel negozio di scarpe sull’Avenida Rivadavia, di quelli grossi di una volta con le poltroncine imbottite e due commessi (i padroni?).

Tutto sorridente il signore mi dice “¿De qué necesitás?“.
E.T. indica la grossa vetrina e dice “Vorrei un paio di alpargatas come quelle blu in vetrina. Oppure come quelle beige va anche bene… numero 40-41“. L’uomo scompare e ricompare con un paio di alpargatas nere. E.T. pensa che abbiano solo quelle con il suo numero e le prova lo stesso. Vanno bene. Però il nero statale proprio no… “Non ci sono blu come in vetrina?“, domanda speranzosa. L’uomo già sorride di meno e dice “No, o nere o beige“. E.T. chiede le beige.

L’uomo ricompare e le mostra le alpargatas beige. E.T. è contenta. L’uomo vuole farla pagare e levarsi E.T. dalle balle.
E.T., invece, chiede di potere provare anche il paio beige. L’uomo si spazientisce e le dice “ma è lo stesso numero di quelle che hai provato prima!”. E.T., che ha studiato le varianze di produzione, sorride senza mostrare i denti (cioè fa un sorriso finto, berlusconiano) come a dire “sono scema, sì… vienimi incontro tu però”. L’uomo annuisce e le porge le alpargatas, ma stavolta non sono della stessa tela di prima e sono più rigidine. E.T. ha l’alluce che tende la tela della tomaia e quindi proferisce: “posso provare il numero in più?“. L’uomo, senza muoversi di un millimetro dal bancone, risponde “Va’ che si allargano eh!“. E.T. ci riprova. “Ma vorrei provarle per scrupolo, per togliermi il dubbio“, aggiunge. L’uomo però si è già rotto di andare per la terza volta nel retrobottega e non si muove di un centimetro. E.T. mestamente annuncia “Vanno bene queste. Grazie“. L’uomo chiede “Quali? Le nere o le beige?“.

E.T. pensa come sia possibile essere arrivati a questo punto dell’interazione senza che l’uomo abbia capito che le nere le fanno schifo. Conferma di volere le beige nella taglia che vuole l’uomo (…). Paga 300 pesos e se ne va. Sull’autobus ripensa a tutta l’interazione e si chiede tra sé e sé “Ma perché non ti sei fatta valere? Ma che diamine te ne fai di un paio di calzature piccole? E che hai ringraziato a fare che ti ha rifilato una sola?!” e comincia a pensare a chi regalarle.

Adesso E.T. le indossa con le calze aspettando che si smollino. E pensa all’uomo tutti i giorni. Ma non sono pensieri benevoli.

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3 pensieri su “E.T.

  1. Benvenuta in Argentina, dove “todo vale”, “todo da igual”. L’argentino è noto per la sua capacità di andare avanti, se c’è un problema “lo ata con alambre”, non serve una soluzione definitiva o corretta, va bene quello che si trova, anche la perilla di un altro colore. Somos así 🙂

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