Fame di fama

Sul Canale Nove del digitale terrestre (tasto 9 del telecomando, appunto) trasmettono un programma che si chiama Little Big Italy. Giunto alla seconda stagione, va alla ricerca dei ristoranti italiani all’estero con un formato sempre uguale: il conduttore, Francesco Panella, si reca in una grande città all’estero. Si infila in un ristorante qualsiasi e ordina piatto dal nome italiano, ne rimane deluso e fissando la telecamera dice perentorio “Voglio di più, voglio di più, voglio di più!” mentre questa zooma da un mezzobusto a un primo piano.

Il classico incipit di ciascuna puntata: “Voglio di più, voglio di più, voglio di più!”.

Francesco ingaggia tre locali di sangue italiano e chiede loro di portarlo nei ristoranti dove si recano per mangiare italiano, che verranno poi giudicati sia da Francesco che dagli italiani in loco. Ogni concorrente è anche giurato, insieme a Francesco. Pertanto, in ogni puntata Francesco e i tre locali si recano in tre ristoranti, provano tre piatti e votano; chi ha proposto il ristorante non può votare per quella tappa, ovviamente.

Francesco chiede sempre un piatto italiano a sorpresa, non presente sul menù, per esempio, seguito dal piatto forte della casa e da un altro piatto. A fine puntata si vota ciascuna pietanza infilando dei gettoni nel barattolo.

Visitati tutti e tre i ristoranti, Francesco dà un voto “segreto” finale. Si contano i punti complessivamente ottenuti da ciascun ristorante e il vincitore ottiene un adesivo, mentre il locale che ha proposto il ristorante vince un biglietto aereo per l’Italia, offerto da Expedia.

Il momento del voto “segreto” del conduttore

La seconda stagione porta Francesco Panella in Sud America e dopo due puntate girate a Santiago del Cile è sbarcato a Buenos Aires (puntate 3 e 4). Potete vedere le puntate sul sito DPlay (link sotto).

Non seguo il programma ma ho guardato le due puntate girate a Buenos Aires e ho avvisato tutto il parentado e gli amici italiani: non tanto per i ristoranti, quanto per le riprese dei luoghi più belli della capitale porteña, per permettere loro di avere un’idea di dove vivo. Molte riprese sono state fatte a Palermo Soho, dove vivo adesso. Le riconoscete perché sono quelle con i murales e i bar stravaganti.

Mi sorprende sempre come ci si voglia sottomettere sia al pubblico ludibrio e ai giudizi poco gentili sia dei giurati che del pubblico. Capisco che bisogni dare un po’ di colore alla puntata per renderla interessante, ma alcuni ristoranti (e alcuni giurati) fanno delle pessime figure e resteranno lì, sulla celluloide (metaforicamente parlando) per sempre.

Puntata 3 – Le osterie

https://it.dplay.com/nove/little-big-italy/stagione-2-episodio-4-buenos-aires-ristoranti

Francesco Panella si reca da Broccolino a Microcentro, TotalmenteTano a Villa Crespo e Guido’s bar a Palermo. Ho messo i link ai rispettivi profili su TripAdvisor così potete farvi un’idea anche dei giudizi degli avventori argentini.

Puntata 4 – I ristoranti

https://it.dplay.com/nove/little-big-italy/stagione-2-episodio-4-buenos-aires-ristoranti/

Francesco e i suoi visitano Il sorpasso a San Telmo, Mauro.it a Belgrano e Ike Milano a San Isidro. Una puntata in cui sono volati paroloni e una conferma, per me, che certi italiani è meglio lasciarli a casa loro…

Buona visione!

10 pensieri su “Fame di fama

  1. Ho visto lo scorso anno. Non era male, anche se i format dei programmi di cucina hanno davvero saturato. mi ero identificato un po’ nei personaggi, l’ennesima fuga dall’Italia infatti era nell’aria ad e’ avvenuta.

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    1. Infatti io ero curiosa di vedere che italiani avrebbero scelto. Mesi addietro la produzione scrisse sul gruppo di FB degli italiani a Buenos Aires alla ricerca di partecipanti. Sarebbe interessante vedere una puntata sulle pizzerie, ma quelle italiane vere qui sono così poche, che penso non abbiano trovato nessuna pizzeria disposta a partecipare. Una lamentela del pubblico italiano locale è stata che non sono andati nei ristoranti italiani di fascia alta (quelli i cui chef compaiono periodicamente sui giornali e in TV).

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      1. Vista la prima puntata, su gentile segnalazione di un’amica.
        Dei tre, conoscevo Broccolino.
        Giudizio personale: un abbastanza tipico italo-argentino.
        Razioni mostruose – anni fa, magari con la crisi anche loro hanno diminuito.
        Punti di cottura della pasta decenti.
        Salse esagerate e di purissimo stile argentino.
        Non ci tornerei, ma una abbondante sufficienza la merita.

        Il programma mi genera una reazione allergica da reality: ho i miei limiti. Lo schema narrativo, il gioco dei ruoli, l’alternanza fra “cronaca” e commenti: orticaria pruriginosissima.

        Pizzerie in stile italiano?
        A mio personale giudizio, Piola è un discreto ibrido, in entrambe le succursali.
        Ibrido decente anche Filo, in centro – ma non lo frequento per motivi miei.
        Siamo nel forno lavora in stile italiano 100%. Provata varie volte, ci può stare.
        Mi dicono che San Paolo sia un altro posto per pizza italiana, mai provato.
        Tutto sommato, quando sono da quelle parti non sento comunque una tale nostalgia da aver bisogno di cercare lo stile italiano.

        Ristoranti italiani di alto livello?
        Di nuovo, non sento forte bisogno di pasta in Baires.
        La migliore negli ultimi anni l’ho mangiata a Chiuso, in centro.

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      2. Davanti a Broccolino ci sono passata una volta, ma il nome che fa l’occhiolino a Brooklyn (secondo me) e le tovaglie a quadretti bianche e rosse da ristorante di Little Italy mi hanno fatto desistere.

        Coincido su quello che dici sui reality, per me troppo annacquati e aggressivi e volgari per essere d’interesse.

        TotalmenteTano è vicino a dove vivo e ce l’avevo sulla lista dei posti da provare, ma dopo avere visto la puntata me ne guardo bene. Mi sorprende però vedere che Luca (che qui lavora come Arquichef, l’architetto-cuoco) lo abbia suggerito. Forse è un talento incompreso? Il programma, in effetti, punta a ricercare la cucina tradizionale italiana e alcune combinazioni “fuori dagli schemi” (come anche la pasta pesto e gorgonzola di Mauro.it della seconda puntata) sono stroncate senza pietà.

        Piola mi aveva sorpreso felicemente anni fa, ma poi il cambio non aiutava, era distante e ho lasciato perdere. San Paolo è valido, Maurizio de Rosa è napoletano e prima aveva avuto dei ristoranti a New York. Il menù delle pizze è però limitato (8 tipi e non i sapori tradizionali italiani, sono pizze gourmet, forse per giustificarne il prezzo). Però a mezzogiorno propone un menù a prezzo fisso (con pizza) che ha un ottimo rapporto qualità-prezzo, tant’è che quando ci vado, è proprio a pranzo.

        Riscuote molto successo anche Così mi piace, pizza romana sottile. Buona, ma costa un occhio della testa (tipo 10 euro una margherita, prezzi scandinavi!) per cui, “addio!”. Siamo nel forno, tanto decantato, l’ho provato una volta e arrivava al sei, ma non trovo in nessun posto le pizze delle pizzerie italiane (il menù di 40 tipi di pizze, per dire) e quindi i sapori di casa che io cerco.

        Ho imparato a farmi una buona pizza in casa e quindi ho risolto il problema alla radice.

        Dei ristoranti, io conosco (e apprezzo) Mauro.it della seconda puntata. Secondo me la seconda puntata a Buenos Aires ha smesso di essere sportiva quando la napoletana ha fatto la sua piazzata… a quel punto i voti sono diventati “di compensazione” e non relativi allo spirito del gioco; tutto il resto è passato in secondo piano.

        Ristoranti italiani di alto livello: sarebbero Donato De Santis (Cucina paradiso), Daniele Pinna (La Locanda), L’Adesso. Mai provati.

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  2. Cucina Paradiso l’ho provato qualche mese fa. Sorvolo sul servizio migliorabile in quanto ad attenzione – tipo che i camerieri evitavano il contatto visivo pur di non venire a ritirare i piatti, per quanto fossero vuoti da 20 minuti – e infatti la mancia non ha superato i 20 pesos. Non riesco a sorvolare sulla pasta.
    Ne avevo scelta una semplice, non ricordo se norma o puttanesca.
    Era semplicemente scotta – e tanto basta.

    La Locanda mi manca ancora.

    Bella Italia, approssimativo.

    A Puerto Madero salvo Bice. Ci andavo ogni tanto a cena, quando ero in città senza compagnia e volevo fare presto. C’era un direttore di sala milanesissimo, un distinto signore agé, che mi trattava coi guanti. Cucina adeguata. Prezzi adeguati al porto.

    Aborro le decantate Parolacce (o parolacchie, localmente).

    In Recoleta c’è un sardo decente, il proprietario si è trasferito da non molti anni e ha aperto in una zona chic. Non mi viene il nome.

    Poi, ci sono posti tipo bodegones di immigranti, che hanno il loro quid. La cucina è argentino italiana e, più che italo-argentina, ma va bene così. Il primo nome che mi ricordo è Pierino.

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    1. Il sardo di Recoleta è Daniele Pinna di La Locanda. Una volta un amico mi ha portato alla Parolaccia per farmi un favore… e ha smesso di essere un amico 😂

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      1. Il proprietario è voluminoso, pelato, tatuato, rumoroso e presente in sala.
        Al tavolo eravamo 2 italiani e 4 argentini, il caso ha voluto che gli italiani abbiano preso entrambi il bucatino al ragù bianco di non-so-che-bestia, e che entrambi i bucatini siano arrivati scotti. Visti i 500$ per piatto, abbiamo segnalato: il tipo ha portato via i piatti mugugnando “glieli tiro in testa” ed è sparito in cucina, tornando dopo un po’ con una pasta cotta al punto giusto.
        Facendo due conti, doveva essere autunno, abbiamo pranzato all’aperto una domenica particolarmente mite.
        Del conto ti riferisco separatamente. Diciamo che il ristorante può fare degli sconti, purché si paghi in contatni.

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      2. Caspita, sembra essere un tratto comune di tutti i ristoratori italiani all’estero! Attendo i tuoi commenti dopo la visione della seconda puntata del programma (se resisti!).

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