Femmina

Come sono le donne in Argentina? Più o meno emancipate? Più o meno vicine allo status sociale degli uomini? Più o meno istruite? Più o meno libere?

Domande a cui non è facile rispondere, specie se ricordate che l’Argentina è passata alle cronache come il paese dove muore una donna ogni 26 ore, vittima di femminicidio. Il paese che diede inizio al movimento #niunamenos.

I casi di violenza familiare, sessuale e di genere sono diffusi in tutto il paese. I più cruenti sono nelle aree più povere, nelle periferie delle grandi città. O forse i casi che avvengono nei paesini neanche sono denunciati né sono registrati o noti.

Le argentine studiano molto, se possono. Ma il loro sforzo difficilmente si riflette in un migliore status economico. L’Argentina ha molte classi sociali e ci sono donne che sono cresciute frequentando scuole bilingui sin dall’asilo, che hanno viaggiato all’estero (sempre a Miami, tappa fissa per qualsiasi argentino), che si sono laureate e che hanno almeno un secondo passaporto. Ma… si sposano (bene) e quando cominciano ad avere figli (minimo tre) mollano la carriera e si dedicano alla vita famigliare a tempo pieno. È una legge non scritta.

Ci sono poi donne che non hanno potuto studiare e che proseguono gli studi a distanza di anni, frequentando le scuole serali (che qui spaziano dalle medie all’università e sono molto comuni), spesso barcamenandosi tra due lavori diurni e figli (notare i plurali).

Ci sono anche quelle che la scuola non la termineranno mai, perché a 13 anni sono già incinte e ora dei 20 anni avranno già fatto 4 figli con 4 uomini diversi, tutti spariti e che magari le hanno pure menate e violentate e saranno condannate a ripetere gli stessi passi dei loro genitori: saranno madri assenti, daranno un esempio negativo, le loro figlie saranno a loro volta madri-bambine abbandonate a se stesse.

E poi ci sono quelle istruite, di famiglia modesta, ma lottatrici. Quelle che sono l’esempio tipico della femminista incallita, che urlano slogan forti, anche volgari, che mischiano attivismo sociale con attivismo politico. Sono contro tutto, contro le istituzioni, da cui vorrebbero essere tutelate, contro il patriarcato, contro la chiesa che si oppone all’aborto, contro lo stato che si piega alla chiesa. Sono persino contro la grammatica perché la ritengono sessista. Sono a favore di tutti i colori dell’arcobaleno sessuale ed esibiscono fazzoletti, bandiere, spille e scritte sul loro corpo, sui loro vestiti e sui loro volti quando scendono in piazza a manifestare.

Questo ultimo esempio di donne sono soprattutto ragazzine e ragazze, ma non sono rare le donne oltre i 40. La ribellione adolescenziale (vera o che si prolunga oltre gli -anta) la spinge a unirsi in movimenti, a manifestare, a scendere in piazza, a ritrovarsi in “centros culturales“, a organizzare gruppi su facebook, associazioni, riunioni. Pur condividendo alcune delle loro cause, queste donne spesso ostentano un atteggiamento aggressivo. Non sono propense al dialogo, a un certo punto attaccano il disco ideologico, lo slogan. È una militanza a tutti gli effetti.

Ci sono anche quelle che passano all’azione in sordina distribuendo volantini and contattando privatamente chi potrebbe avere bisogno del loro aiuto. Passano in secondo piano, prevaricate dalle urlatrici di cui parlavo prima. Ma ci sono.

Un’amica ha un figlio matricola universitaria che si dice intimidito dalle femministe incallite, quelle che si chiamano dispregiativamente feminazi. Deve calibrare le parole, quando parla con loro, altrimenti rischia di essere assalito di improperi ed essere accusato di sessimo, machismo, discriminazione ecc. Non vorrei trovarmi all’università pubblica in questi anni. La parità non è urlare o intimidire l’altro. Almeno non per me.

Tornando all’Argentina, come sono le donne che io conosco?

Lavoratrici, dure lavoratrici. Ma anche sempre al seguito di uomini che non si rendono conto di avere un atteggiamento in cui “vengono prima loro”. Non lo fanno con l’idea di prevaricare la donna, gli viene proprio naturale. Per esempio, l’uomo decide di seguire un certo percorso studi a un certo punto dell’età adulta e la donna non è parte di questa decisione.

Comunque Lui decida, Lei dovrà adeguarsi. Se Lui dovrà andare all’estero e Lei non potrà seguirlo, si arrangerà. E se Lui vorrà andare all’estero, starà a Lei decidere se seguirlo o meno, se abbandonare la sua casa, la sua famiglia, il suo lavoro e le sue piccole conquiste per seguire il compagno.

Le decisioni le prende lui, non le prendono insieme. O magari ne parlano ma anche lei sa che ala fine dovrà cedere perché o si oppone e perde il compagno, o lo asseconda e si adegua.

Un’amica mi chiedeva perché non lavorassi in una multinazionale. Le ho detto che secondo me non c’è grande possibilità di fare carriera e che ai bassi livelli, le donne manager non guadagnano tanto. Arrivate a un certo punto della loro ascesa professionale, o sono mogli di… o fondatrici della loro impresa, altrimenti dovranno cedere il passo a qualche collega maschio.

Ci sono tante piccole imprenditrici che preparano cibo, cuciono bambole, fanno le sarte, inventano tiragraffi per i gatti e creano tazze in ceramica, ma non ho visto manager in carriera che diventassero tali per merito e non solo per cognome (ammetto che la mia esperienza è limitata e spero di essere smentita). Questa è una società machista.

Sì, bello che studi tanto, che viaggi, ma ricordati di depilarti e lo smalto sulle unghie, e ai figli ci penserai tu. Divertiti finché puoi: se ti sposi bene, finirai a casa con i figli, le mucamas, e le feste con altre donne come te e i vostri figli. Altrimenti farai due o tre lavori, tirerai a campare sperando di dare ai tuoi figli un futuro migliore del tuo presente.

[Nella foto di copertina: Juana Azurduy]

6 pensieri su “Femmina

  1. Condivido dalla prima all’ultima riga il tuo post.
    Ne riscontro il contenuto nella realtà lavorativa, quotidianamente.
    Non conosco tutte le multinazionali argentine. Dal mio punto di osservazione, confermo quanto dici: le posizioni di vertice sono meno aperte per le donne.
    Pure, questo vale tanto in Argentina quanto in Italia.
    Fenomeno aggiuntivo, relativamente recente e vissuto intensamente in Argentina: una forte attenzione, per lo meno predicata, alla differenza di genere e alle pari opportunità.
    Si vedono applicate logiche da quote rosa, che portano a carreras rapide, in posizioni esposte, per professioniste più o meno brillanti. Vale per gli uomini come per le donne, che le ascese non siano funzione delle sole capacità professionali: ci sono di mezzo le relazioni politiche, le reti amicali, tanti eventi più o meno fortuiti. Pure, una certa sensazione di pink-washing dell’organizzazione si genera, vedendo per esempio che la maggioranza di queste traiettorie si svolge in ambiti tradizionalmente “femminili” (ampie virgolette, spero che rendano), come HR, Legale, Comunicazione.
    Culturalmente e antropologicamente, del machismo argentino mi colpisce come sembri introiettato in entrambe le metà del cielo. Sono molto femministe, le argentine che conosco. Pure, quel modello ama de casa, figli-mate-parque-mucama-delivery, sembra un riferimento ambito e indiscutibile.
    Le multinazionali, di nuovo, sono piene di giovani leve neo laureate, uomini e donne, equaente distribuiti, con alta rotazione – in questo, i laureati argentini hanno prospettive più serie e robuste dei loro coetanei italiani. Se si guarda però il gradino superiore della piramide le proporzioni cambiano, meno donne e più uomini, e le proporzioni continuano a cambiare quando si guarda la popolazione dai 35 in su. E dire che il micragnoso welfare per la maternità viene accettato come normale, in ufficio si incontrano pance da decimo mese.

    Leggo bene il titolo del tuo post? Femmina, invece che donna?

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    1. Leggi bene. Ho pensato al film “Speriamo che sia femmina” quando lo scrivevo. Attendevo la tua testimonianza dato che ne sai più di me, che vivo nel mio eremo nell’ombelico della movida bonaerense e mi limito ad osservare in un angolo. Batti un colpo se ti va un’altra birra. [Per gli altri lettori: sì, esco dallo schermo, ma solo venite in un raggio entro cinque isolati da casa mia 😉]

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      1. Non mancherò, sto giusto lavorando per organizzare il prossimo viaggio.

        Colta la semantica, dunque.
        Estendendo dal lavorativo all’antropologico, la successiva forte differenza culturale che noto in Argentina ha a che fare con gli usi e costumi sessuali.
        La mia sensazione, da straniero, è che da questo punto di vista l’Argentina sia più vicina all’archetipo mitico della Svezia, che alle pruderie italiote: le donne sembrano “liberate” – con un adeguato par di virgolette. Ciò detto, questa “liberazione” si accompagna a tanti altri dettagli che parlano del maschilismo accettato e introiettato, a tutti i livelli.

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  2. Terreno per me ignoto, dato che sono venuta qui in coppia e non conosco nessuno single con cui ho sufficiente confidenza da parlare dell’argomento. Un amico italiano si diceva “scandalizzato” dell’apertura con cui qui si parla delle proprie avventure sessuali con gli amici, racconti minuziosi sia di ragazzi che di ragazze. La cosa mi sorprende, perché qui le battute zozze sono viste male e mi ero fatta l’idea degli argentini pudici.

    Io non ho esperienza alcuna, tranne una volta che la madre di un mio amico che mi ha raccontato degli affari suoi. Io ero in forte imbarazzo, anche perché la signora la incontravo per la prima volta e per me era “la mamma di…”. Il tutto, a una tavolata in un ristorante, e a tutto volume. Come dicono gli americani del nord: TMI (too much information!)

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    1. Arrischio una metafora che spero nessuno trovi offensivo.

      Da questo punto di vista, la cultura argentina mi pare stare alla cultura italiana come il ragazzino di campagna ottocentesco stava al ragazzino di città [non lo so, quale fosse la differenza fra i due ragazzini, nell’800; non c’ero; sto ragionando per metafore].

      Il ragazzino di campagna conosceva presto i fatti della vita: se li vedeva davanti, fra cani, gatti, animali e accoppiamenti vari (modo di dire dialettale ferrarese/emiliano: “i s’incroeuza com i bestie” – non lo saprei pronunciare né traslitterare). Era naturale; naturale era l’estensione al covone e all’esperienza (e infatti le canzoni contadine fremevano di ormoni e di fare all’amore).

      Il ragazzino di città non aveva confidenza coi fatti della vita. Gli toccava impararli, in qualche maniera, con lo sparviero del senso di colpa religioso accoccolato sulla spalla.

      Ecco: in Argentina percepisco una disinibizione che ha una dimensione di normalità che rasenta la naturalità – e che, fra parentesi, mi sembra estremamente sana.

      Poi, torna il machismo; torna la disinvolta naturalità del machismo; e tutto diventa un guazzabuglio.

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