Un decalogo per i freelancer

Dopo alcuni anni di isolamento professionale, ho seguito vari corsi di marketing in cui ho appreso tante cose interessanti. Soprattutto, erano corsi di marketing per chi lavora come me, perché un conto è leggere un libro rivolto a chi lavora in un’azienda o a chi ha un negozio o uno studio fisico, un conto è lavorare interamente da remoto e per conto proprio.

Da quando ho seguito questi corsi ho lavorato molto sulla mia presentazione sia online che offline. Il che non vuol dire che mi sono fatta i selfie, ma che ho fatto un sito come si deve, i biglietti da visita, lavorato sul mio pitch elevator (descrizione sintetica di quello che faccio da dire a un perfetto sconosciuto per quei 40 secondi in ascensore insieme), sulla mia presenza sui social media e se vado a un corso, mi vesto come un professionista di cui mi fiderei e non come se andassi all’asado de domingo.

…e ho cominciato a vedere tutti gli errori che commettono gli altri colleghi la concorrenza!

1. Non avere una foto decente. Sembra incredibile, ma ho visto la foto di una relatrice di un workshop professionale (il francobollo che mettono sulle locandine dell’evento, per intenderci) con gli occhiali da sole. O un altro che ha messo come foto su LinkedIn la foto della fototessera della carta d’identità, con tanto di sigilli metallici ai lati. O ancora qualcuno che ha preso chiaramente la foto delle vacanze del 2003 in Sardegna, con la faccia color Pocahontas e unta di doposole, sgranata, e si intuisce che a fianco c’era un amico/moroso che è stato tagliato fuori perché inutile. Nel 2019, con una fotocamera sempre sotto al naso (quella del cellulare o computer), è ingiustificabile non avere almeno UNA foto per la diffusione. Non dico una foto professionale, ma almeno che sia recente e decente e che permetta ai clienti e ai colleghi di capire con chi stanno interagendo.

2. Non avere un indirizzo email professionale. A volte scorro i profili elencati nelle pagine delle associazioni e gli indirizzi email sono del tipo buenasfotos@gmail.com o natyfotografia@hotmail.com. Ma chi li prende sul serio?

3. Non avere un sito web. Non serve avere chissà che sito, basta anche una pagina statica con le informazioni di base: chi siete, cosa fate, come contattarvi. La maggior parte dei miei colleghi non ha neanche un sito gratuito e se googlo il loro nome non ottengo risultati che mi dicano cosa fanno.

4. La pubblicità fatta male. Molti mettono annunci sui siti equivalenti a kijiji o simili. Non c’è nulla di male nell’espandere le proprie attività di marketing alle bacheche virtuali, ma non può essere la vostra unica presenza online perché sa tanto di hobby saltuario.

5. Spiegare cosa non si fa. A volte leggi presentazioni sintetiche (4-5 righe) e nonostante la sinteticità, viene infilata un’informazione irrilevante. A meno che non sia qualcosa di davvero inusuale e che vi viene richiesto spesso, non sprecate caratteri per dire cosa non fate. Anche perché la gente vi ricorderà per quello e si stancherà delle vostre preferenze.

6. Puntare troppo sulla scuola. Quando arrivo su un sito e le prime dieci righe sono dedicate agli studi, lo chiudo. Perché? Perché mi sembra una persona che è stata parcheggiata sui libri fino a ieri e non ha conoscenze pratiche.

7. Non avere un biglietto da visita. Vado a un corso di aggiornamento professionale con l’idea di conoscere colleghi a cui appoggiarmi quando ho troppo lavoro. Nessuno ha un biglietto da visita, un’email professionale o un sito web che posso consultare per sapere di più su di loro. Finito l’incontro al massimo ho un indirizzo email anonimo (vedi punto 2) su un pezzo di carta strappato. Che regolarmente butto appena arrivo a casa perché mi è già passato l’interesse.

8. Mostrare solo i propri difetti. Mi capita di leggere recensioni su professionisti che sembrano essere validi (recensioni di clienti positive, attività come oratori a corsi e seminari di associazioni professionali), googlo il loro nome e trovo il deserto: il loro indirizzo sulle pagine bianche, 4-5 profili su LinkedIn, rigorosamente senza foto e con una riga di testo che non dice nulla (“fotografo”; “scrittrice”) che segnalano che sono disorganizzati e poco avvezzi all’uso del computer. Anche se è difficile nascondere certe “tracce” su internet, che siano almeno confinate agli ultimi risultati che vi riguardano.

9. Non metterci la faccia (e il nome). Incredibilmente, ci sono persone raccomandate da molti clienti soddisfatti che sono solo dei nickname. Sono i clienti stessi a indicarne il nome e cognome in parentesi nelle loro recensioni, segnalando l’esigenza di dare qualche dato più concreto per convincere gli altri a seguire la loro raccomandazione. Chi diamine contratterebbe andy77?

10.

Mischiare pubblico e privato. Aprire un account sui social media è un gioco da ragazzi, ma usare i social media come strumento di lavoro per farsi pubblicità richiede rigore. Molti freelance aprono un account sui social con l’idea di pubblicizzare i loro servizi, ma tutto quello che postano sono immagini delle loro giornata comuni a qualsiasi altro umano del mondo occidentale: la tazza di caffè a fianco al computer, la gita fuori porta nel weekend, la scappatella in palestra perché mens sana in corpore sano, la foto di un orizzonte con una frase suggestiva, la citazione di uno scrittore che a loro piace, la foto che ha vinto il pulitzer della fotografia, la condivisione di una notizia su una causa a loro cara (magari a sfondo politico o su temi controversi!) o, peggio, nome e cognome dei loro clienti.

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