L’università

Ho fatto cinque anni di università e li ho odiati tutti, dal primo all’ultimo, senza differenza di grado. Ho odiato il primo perché pensavo sarebbe stato un cambio, invece ero ancora più sola che alle superiori. Ho odiato tutti i successivi perché facevo fatica a studiare, non mi interessavano gli argomenti e non mi trovavo con i compagni. Non avevo tempo libero, e comunque non avevo con chi passarlo. Sono stati cinque, lunghissimi anni, e l’unica cosa che avesse senso fare era accettare tutti i voti, dirsi “l’importante è passare”, fingersi contenta per i 30 degli altri e soddisfatta dei miei 18 perché non mi importava (invece sì, ma davvero non riuscivo a fare meglio di quello).

Quando mi sono laureata per l’ultima volta, sono stata serena giusto la sera del giorno della discussione della tesi. L’indomani già mi sembrava tempo sprecato, volevo finalmente la libertà e uscire da quel tunnel quinquennale, senza realizzare che da lì a poco ne avrei imboccato un altro: quello del precariato.

Stavo aspettando gennaio per iniziare un tirocinio che in realtà mi avevano proposto come un lavoro, ma sul foglio c’era scritto chiaramente STAGE RETRIBUITO e questo, nella parole del mio ex tutor e futuro capo, era pur sempre un lavoro. Mi davano mille euro lordi, senza neanche i contributi, il che si traduceva, in termini netti, a €5 all’ora. Quando mi hanno “promosso” da stagista a CoCoPro (aka”precariato”), è andata decisamente meglio: il doppio. Ero persino uscita a festeggiare!

Adesso che sono freelancer ho perso il conto delle ore che lavoro e guardo solo quanto mi resta in tasca a fine mese. Quest’anno ho provato a fare cose nuove, ci ho investito tanto tempo, e devo decidermi a guardare i numeri per capire se ne è valsa la pena o se è meglio cambiare programma.

Sulla carta mi sembrava essere un piano eccellente: lavorare solo con clienti diretti, fissare io le scadenze, conoscere le persone per cui lavoravo anziché limitarmi a pigiare un bottone su un portale con scritto “Accept” o “Reject”. Ma nella pratica mi sono anche scontrata con persone (sicuramente dipendenti) che non hanno la minima considerazione del lavoro altrui e che sono convinti che il tempo abbia un valore universale (il mio come quello di un cinese, eccetto il loro).

Sicuramente avrete tutti letto degli sfoghi dei freelancer contro “gli amici” e “gli amici degli amici” che ti contattano per “qualcosa” perché sanno che tu lo fai di mestiere, salvo poi sembrarsi sorpresi del fatto che tu voglia essere pagato per quel “qualcosa”. Come se fosse solo gli altri a DOVER pagare per il “qualcosa” ma non di certo loro.

Oggi è successo un caso simile e quella persona mi dice “non avevo capito che tu volessi essere pagata” dopo avere visto un consuntivo con indicate le ore che ci ho investito, che restino agli atti come DIECI (10) ORE. Magnanimamente, ho anche ricevuto una lezione su come avrei dovuto chiarire in anticipo che avrei chiesto dei soldi e che avrei dovuto dirlo prima.

Esattamente, quando tu cerchi un servizio e contatti uno che lo offre, cosa ti fa presagire che questa persona lo faccia gratis? E questo non era neanche un amico di un amico…

Ho spiegato che ho dettagliato il tempo che ho investito per ciascuna fase del lavoro, come a dire “non ti ho sparato un numero campato per aria”. Ho detto che se gli sembra giusto non pagare, che non paghi… tanto se uno non vuole pagare ghe poc da fa’, ma meglio chiarirlo subito così smetto di dedicargli tempo.

Manca ancora l’ultima fase del lavoro, la più importante, che richiederà tre ore. Il committente (non so se sia giusto chiamarlo così) ha detto che possiamo “fare a metà” della mia tariffa. Cioè io MI PAGO il 50% e lui mette l’altro 50%, ossia 100 dollari lordi. Per 10 ore di lavoro.

Dell’università non ricordo molto, ma l’insegnamento che mi è rimasto più impresso stava scritto sul muro dell’Aula E3. Erano altri tempi e oggi giorno sarebbe condannato per discriminazione e cancellato in poche ore, ma l’insegnamento è ancora valido ora come allora ed è giusto condividerlo con il mondo e ricordarlo a me stessa: siamo tutti froci con il culo degli altri.

Meno male che ho studiato all’università. Amen.

5 pensieri su “L’università

  1. Qui mi sorge una domanda perché da queste situazioni si può sempre imparare e cercare di migliorare il modo di comunicare. Tu hai scritto che ti è anche stata data una lezione di come avresti in anticipo dovuto chiarire che avresti chiesto soldi. E questa è la domanda, avevi chiarito questo punto? Nel senso che quando quella persona ti ha chiesto “aiuto” e tu hai accettato di “aiutarla” hai anche chiarito che questo è il tuo lavoro e che sarebbe costato un tot all’ora?

    Credo che questa parte sia molto importante quando uno “aiuta” amici o amici di amici, chiarire in che forma si fa il lavoro. Quello che voglio dire è che se lo stesso tipo di aiuto te lo avesse chiesto un’azienda o un cliente sconosciuto credo sarebbe stato normale parlare di costo/ora o addirittura fare una stima del costo totale prima che il lavoro ti venga commissionato. Se un tuo amico ti chiede di aiutarlo e tu giustamente vuoi essere pagata credo sia bene metterlo in chiaro fin dall’inizio, prima di iniziare il lavoro, così come avresti fatto con qualsiasi altro cliente.

    Voglio chiarire che ritengo giusto chiedere di essere pagata per un lavoro fatto, mi domando solo se quando ci sono fraintendimenti la colpa sia sempre e solo dell’altro. Mi sono trovata anche io ad aiutare amici in un settore che per me era la mia professione e la “mia regola” era sempre che prima di iniziare ad aiutare dovevo aver comunicato chiaramente se volevo un rimborso/pagamento o meno. In questo modo tutto è più facile.

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    1. Sicuramente mi è servito da lezione: la prossima volta meglio essere schietti per evitare sorprese. Questa persona è arrivata da un gruppo di FB dove qualcuno mi aveva consigliato per una certa pratica, e in privato gli ho commentato di stare facendo la stessa pratica proprio in quei giorni per un altro cliente, dettagliando i costi vivi che avrei sostenuto. Nei giorni successivi ho anche inviato dettagli sugli appuntamenti che stavo prendendo e sugli uffici dove stavo andando, per cui è stato un po’ naïve da parte di quella persona pensare che “siccome lo stavo facendo per altri a pagamento” per lui – sconosciuto su internet – lo avrei fatto gratis. Il tono amareggiato del mio post è dovuto a un altro paio di dettagli che ho omesso nel post: il primo è che questa persona (statunitense) mi ha fatto un commento su come costassi più di un mio omologo messicano (come a dire che più a sud del mondo vai, meno devi pagare…), aggiungendo che io lo avevo fatto suonare come qualcosa di gratuito “data la sua situazione” (quale? quella di benestante nordamericano?). Il secondo è che io ho anticipato delle spese in loco e lui non si è neanche offerto di rimborsarmele. Io mi sono offerta di non percepire nessun compenso per il mio tempo (ché agli americani bisogna sempre dare il migliore customer service possibile) e lui ha proposto di “fare a metà” della cifra da me chiesta. Anche se in linea di principio capisco il suo ragionamento (si aspettava di non pagare, ma è disposto a pagare qualcosa), l’esecuzione e il ragionamento della sua mediazione non è stata molto di tatto, ecco. Perché se mi avesse detto “lascia perdere, smettiamola qui” lo avrei anche capito, ma mi sta dicendo che dovrei costare meno di un messicano (solo perché sono in Argentina), imponendomi una tariffa che non è quella da me richiesta, e intanto io “sono sotto” con un “cliente” maldisposto.
      Infatti non so se continuare, anticipando anche le ultime spese e lavorando altre tre ore, o scrivergli per dirgli che se vuole può cercarsi qualcuno che glielo faccia gratis e di rimborsarmi le spese e dirmi a chi vuole che consegni il lavoro fatto finora.

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