Felicidad

La felicità è una carezza…

…mi ha sfiorato qualche volta, in passato.

Ormai sto andando verso i 40 e, statisticamente parlando, è sempre più probabile che arrivino notizie di amici sfortunati che hanno questa o quella malattia… oppure potrebbe capitare a me.

A questa altura de la vida, le cose non possono che peggiorare, ho passato la cresta della mia esistenza da dieci anni, ma me ne sono accorta solo da uno. Crisi di mezza età precoce: ormai ho ampiamente appurato di non avere un talento nascosto e se continuo a fare quello che sto facendo, non vedo grandi cambiamenti in futuro. Non è che la mia azienda possa trovare il successo planetario, perché non ho un’azienda, né che possa succedere un miracolo improvviso, dato che me ne sto relegata nell’eremo del mondo.

In quanto alla famiglia, i nonni sono tutti morti da un pezzo e presto sarà l’ora dei genitori e degli zii.
Stiamo tutti morendo, mi disse il mio medico di base argentino durante uno dei nostri primi incontri. Alegher, al dutür…

Ricordiamoci di incolpare della nostra frustrazione i cartoni animati Disney e la filosofia del “tu sei speciale” con cui ci hanno cresciuto. Sempre e così sia. Amen.


C’era questo episodio di Grey’s Anatomy in cui Meredith aveva una paziente troppo felice. Nella serie vediamo la paziente accompagnata in ospedale da un neo fidanzato e gli attori sono stati scelti volutamente cicciottelli e non belli, insomma, persone comuni, gente che non avrebbe di che essere così felici.

Confessandosi con Cristina, l’amica del cuore e cardiochirurgo stella emergente dell’ospedale, Meredith dice che questa paziente è too happy e non riesce a capacitarsi di come sia possibile. Inizia a dubitare di se stessa e della sua vita: ha forse sbagliato tutto?
Ma poi nell’episodio alla paziente viene diagnosticato un tumore cerebrale che spiega questo stato d’animo e ritorna l’ordine nel sistema esistenziale di Meredith: la donna era felice per errore.


Quando oggi mi è capitato sotto il naso questo articolo, ho capito che in quell’episodio si diceva una cosa importante: è più normale essere insoddisfatti che felici. Ma questo era dieci anni fa.

Ormai, quando qualcuno esprime un pensiero triste sui social come nella vita reale, subito viene ammonito che dovrebbe concentrarsi sugli aspetti positivi e di mettere a tacere i sentimenti negativi. Questo comportamento si chiama gaslighting.

In pratica, il gaslighting è la tendenza a sopprimere tutti quei sentimenti altrui che non sono considerati positivi. È diventato disdicevole provare sentimenti umani negativi ed esprimerli, nonostante dalla frustrazione, impotenza, insoddisfazione e rabbia siano emerse grandi opere. Cosa sarebbe stato della nostra cultura se non ci fossero stati i patemi di Schopenhauer, Leopardi, Dante, Dostoevskij?

Pensate che Dante si sarebbe messo a scrivere di Beatrice se avesse potuto averla facilmente e fosse sbocciato un focoso legame in brevissimo tempo? Macché, sarebbe stato in un campo con lei…

Se Dante provasse a esprimere i suoi sentimenti nel 2020, gli verrebbe intimato di scaricare una app, andare in terapia ed essere più positivo.


Leggendo quest’altro articolo (Why Toxic Positivity Is Actually Just Unintentional Gaslighting) ho pensato a come la ricerca della felicità ci porti a perderla. Vogliamo essere in salute e perdiamo tempo a scoprire se è meglio seguire la dieta keto o quella vegana, sentendoci in colpa per tutto ciò che mangiamo perché fa male a noi o fa male al pianeta. Siamo al corrente di quale gadget elettronico hanno le persone di successo (che noi vediamo sempre sorridenti e attorniate di fan e celebrate) e spendiamo uno sproposito per averlo anche noi, guardiamo su Instagram cosa fa la gente famosa e cerchiamo, nel nostro piccolo, di imitarli andando anche noi al mare (ma non al Quisisana a Capri) in estate e in montagna d’inverno (ma non a Cortina) o guidando un’auto di grossa cilindrata (presa a rate e km 0).

Su internet è un pullulare di corsi di coaching, app di salute e fitness che ci ricordano di mangiare, bere, camminare e ci dicono se il nostro cuore batte come dovrebbe.

Persino nel film The two popesa proposito, è proprio bello! – si vede Papa Ratzinger che parla di temi profondi con l’allora cardinale Francisco Bergoglio all’interno della Cappella Sistina, interrotto dalla vocina dello smartwatch che gli ricorda di camminare. Nessun assistente si sognerebbe di interromperlo in un momento così intimo, ma Siri non sa di essere al polso del papa, quindi non si fa problemi a parlare.

E il Papa, come un comune mortale, si alza e obbedisce, e comincia con passo lento, da anziano, a camminare… e Bergoglio lo segue.


Siamo martellati di proposte pubblicitarie di prodotti e servizi che ci vogliono far stare meglio: vogliono farci dimagrire, portarci in vacanza, essere più belli, sentirci più sani, farci conoscere le notizie che nessuno ci dice, permetterci di ottenere un altro titolo di studio o un certificato che ci aprirà nuove prospettive, offrirci corsi di lingua alla fine dei quali potremmo finalmente sentire che la frase the world is your oyster! era rivolta proprio a noi…

Ma questo bombardarci di gente felice finisce col farci sentire diversi e isolati poiché tutti sono felici, tranne noi che non condividiamo questa allegria e positività 24/7. E quando proviamo a esprimere il nostro stato d’animo, la società ci zittisce e ci fa sentire fuori posto dal coro della positività a ogni costo.

L‘ossessione per la felicità è la causa dell’infelicità stessa.

13 pensieri su “Felicidad

  1. Isa, scrivi dei post bellissimi, perche’ densi di emozioni e sentimenti, nonche’ di un certo tormento. Mi hai fatto venire in mente, una frase che da ragazzo mi sconvolse. La felicita’ sta nel non averla e nel desidererla. Quando ce l’hai non sai che fartene, perche’ l’hai raggiunta. Capisco il tuo discorso sull’avvicinarsi dei ’40 anni, e’ capitato pari pari anche a me. E’ un momento difficile, in cui si traggono le somme, e si cerca di programmare il futuro. Il film sui due papi e’ piaciuto anche a me. Simpatico l’aneddoto della tecnologia che impone al papa cosa fare… non ci avevo pensato!

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    1. Infatti la felicità può essere solo estemporanea, è un finto equilibrio. E l’equilibrio è contro natura, perché l’entropia di un sistema può solo aumentare. Ci sono stati un paio di momenti nella mia vita in cui ho saputo riconoscere di essere felice. Ne ricordo uno in particolare, con mio marito, quando ci siamo detti “meglio di così non può andare, cerchiamo di godercela!”. Adesso sembrano passati secoli da quel momento di felicità e tranquillità pura per le cose della vita…

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      1. Spiegazione ineccepibile, ho sempre intuito che la termodinamica si applica in tutto, non solo ai fenomeni fisici, ma anche a quelli psichici ed emozionali. Alla fine tendiamo sempre a raggiungerli quei pochi attimi di felicita’, la cosa importante sta sempre nella volonta’ di cercarla, inseguirla e di non farsi sopraffare dalla sofferenza e da quella mancanza. E’ difficile a volte. Ci sono dei momenti che veramente vedi tutto buio, almeno per me e’ stato cosi in tanti frangenti, soprattutto crescendo. Immagino le mie parole non ti siano di conforto, ma condividendo, magari si riesce a metabolizzare meglio questi periodi, che arrivano prima o poi per tutti. Un caro saluto!

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      2. Di sicuro è confortante sapere che è una condizione umana quella che sto vivendo 😉 Riflettendo ancora sul tema, mi è tornata in mente un’intervista al presidente di un’associazione di psichiatria argentina. L’argomento dell’intervista era l’utilizzo smodato di psicofarmaci in Argentina. Lo psichiatra diceva che spesso sono prescritti dai medici di base senza criterio, solo perché il paziente glieli chiede e senza che ve ne sia un accertato bisogno clinico. Raccontava che sono soprattutto le donne, le mamme, a volerli perché la società le vuole curate come donne, attente come madri e sempre pronte per la famiglia. Questo le porta a uno stress enorme e costante, a cui sentono di non riuscire a fare fronte e quindi vogliono “un aiutino” per restare pimpanti e allegre.

        Mi colpì specialmente quando il medico disse che la gente chiede gli psicofarmaci persino per riprendersi da un lutto, per non sentire il dolore psicologico, pur essendo normalissimo in quelle circostanze. Se chiediamo farmaci per guarire il dolore fisico, è giusto chiederli anche per il dolore psicologico. Però d’altra parte rivendico il diritto all’infelicità.

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      3. Interessante informazione Isa. Non sapevo di questo (ab)uso di psicofarmaci in Argentina. Sapevo della tendenza “argentina” a rivolgersi allo psicologo, quasi in massa. Una decina di anni fa fu girato un documentario sul tema, che purtroppo non sono mai riuscito a vedere in toto. Le cose che mi racconti, sono ben collegabili anche a quanto visto in quel documentario. Si, condivido, c’è bisogno della libertà di scelta, in Argentina, in Italia, altrove. Il tuo post arriva al nocciolo della questione della modernità. Essere sempre tutti perfetti, belli, intelligenti, e soprattutto felici.

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      4. L’Argentina ha il più alto numero procapite di psicologi per abitanti, al punto che è stata soprannominata Freudlandia. https://mundo.sputniknews.com/america-latina/201607131061912440-argentina-psicologos-salud-mental/

        Gli psicologi però non possono offrire il “quick fix” che la gente vorrebbe e da lì il ricorso agli psicofarmaci. Prima o poi scriverò un post sugli psicologi in Argentina, perché qui è normalissimo andare dallo psicologo e non è un tabù dirlo.
        In Italia è ancora visto “così così”, nella mia esperienza.

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  2. Le nuove tecnologie fanno sì che postiamo foto di momenti felici, quindi ci sembra di essere attorniati da gente che va alla grande e a molto suscita invidia, invece che condivisione. Che brutta roba. I momenti veramente felici nella vita sono sporadici, ma ci sono momenti sereni, bisognerebbe farne scorta per il resto che è tormento, obbligo, ecc. Ma siamo fatti male. Questo è il vero problema.

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  3. Ma la felicità è fatta di momenti, non è uno status perpetuo. Questa fissazione comune che o si è felici o non lo si è, come fosse una condizione immutabile e granitica, non l’ho proprio mai capita. Forse dovevo fare davvero la psichiatra come volevo quando ho iniziato medicina (magari sarei stata brava).. poi ho virato e sono finita a fare l’anestesista..ahah. (Comunque io la crisi l’ho avuta adesso ai 30.. ma credo più perchè mi sono riconosciuta per come quella che davvero sono e non come quella di cui famiglia per esempio hanno un certo ideale)..

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