Segnale distorto

Ci sono piccoli aspetti culturali della vita all’estero a cui si fatica ad abituarsi. O a cui forse non ci si abituerà mai.

Per esempio, quando negli Stati Uniti entrando in un negozio ci rivolgono un “Hello, how are you?” noi italiani rispondiamo automaticamente per le rime: “Good, thanks. And you?” e continuiamo a farlo anche se ormai abbiamo capito che è una frase di circostanza a cui non si dovrebbe badare. Però a noi sembra maleducato: ci sembra di prevaricare e ignorare l’interlocutore. Bontà nostra!

In Argentina a volte la situazione è uguale: “Hola, ¿cómo le va?” / “Hola, ¿cómo estás?” / “Hola, ¿cómo andás?non presuppongono di rispondere “Gracias, bien. ¿Y Usted/vos?“. Si dovrebbe ignorare la domanda e subito andare al sodo, al più fare un sorriso (in risposta alla domanda, per esprimere apprezzamento per il finto interesse nei nostri confronti) e dire “Vorrei un chilo di pane”.


Un altro aspetto a cui fatico ad abituarmi è il fatto che qui quasi nessuno usi la forma di cortesia (Usted): tutti parlano utilizzando il “tu” (cioè il vos) e tutto mi suona come un ordine.

Quando vado in banca e la sportellista, dopo mezzora di fila, mi dice “Tenés que utilizar los cajeros automaticos” io lo interpreto come un velato insulto dato che in Italia spesso si dà il “tu” agli stranieri perché si suppone che non sappiano decifrare il “lei”. Come a dire “ti parlo come si parla ai bambini perché altrimenti sicuramente non capisci” e “avresti dovuto sapere che devi usare l’ATM e non lo sportello”… Insomma, mi sta dando dell’idiota e pure comandando. Ma chi ti conosce?!

Invece farebbe così anche se avessero davanti il Presidente della nazione, mi rendo conto che il problema è mio di decifrazione, ma quell’interazione scalfisce il mio buon umore perché sento di essere stata trattata in modo brusco… anche se così non è.


Gli Argentini sono sempre molto iperbolici nell’esprimere le proprie opinioni e giudizi. Leggo le loro interazioni online sui gruppi di Facebook e nei commenti sulle edizioni digitali dei giornali e li percepisco sempre molto emotivamente carichi, sopra le righe, forti – e spesso infantili e irrispettosi – perché io li interpreto alla lettera.

Se ritengono un prodotto o servizio troppo caro e chiedono suggerimenti per opzioni più economiche, scrivono “busco… que no me mate con el precio” (lett. “cerco… che non mi uccida con il prezzo”) oppure “…que non me afane” (lett. “…che non mi derubi” = che non sia un furto).

Per esempio, un italiano non direbbe mai “Sono andato a vedere i televisori all’Unieuro ma il prezzo era un furto“, bensì opterebbe per un giudizio più moderato come “i prezzi erano alticci” / “non mi sono sembrati un granché” oppure “i televisori erano carelli” / “erano cari” / “si può trovare di meglio“.

Prima di chiamare “ladro” qualcuno, ci pensiamo due volte… anche perché è diffamatorio (aspetto a quanto pare irrilevante in Argentina).

Così anche quando nei gruppi di Facebook qualcuno chiede consiglio, che so io, su un’estetista, le risposte sono composte dal nome di chi viene raccomandato seguito da un deciso: la mejor (“la migliore”), spesso ulteriormente rinforzato da un de por lejos (“di gran lunga”) e di tanto in tanto anche da sin dudas (“senza dubbio”) o da un categorico ¡no busques más! (“non cercare altrove”). Il risultato è un perentorio: “Vanina López….la mejor, de por lejos sin dudas. ¡No busques más!

Altri suggerimenti di simile intensità sono una capa / una genia.

A me sembra poco rispettoso nei confronti di altre persone che potrebbero offrire lo stesso servizio: se Vanina è la migliore, presuppone che tutte le altre siano peggiori e quindi, implicitamente, che freghino la gente. Gentili…

Ecco quindi che quella che nell’intenzione di chi scrive è una raccomandazione entusiastica, alle mie orecchie suona come un tentativo di discreditare tutti gli altri. Perché vi voglio a trovare il vostro nome in un elenco di raccomandazioni, dove un vostro concorrente è stato supportato da un tifo quasi da stadio, mentre voi magari siete solo stati taggati o accompagnati da un tiepido (a confronto) excelente.

E voi, a cosa non riuscite ad abituarvi?

9 pensieri su “Segnale distorto

  1. Bel testo. In Canada notavo anche io il “Hello, how are you?” e rispondevo anche io come fosse una domanda sincera. Non mi sono mai abituato. Nei paesi francofoni non mi sono mai abituato invece al loro modo troppo mellifluo di utilizzare il “bien” come rafforzativo nell’essere cortesi. Suona falsissimo. Voulez vous bien me dire.. per chiedere: mi puo’ dire? Oppure: vous etes bien gentil (per lei è gentile) che in alcune zone italiane poi vicino alla Francia, veniva orribilmente tradotto dal dialetto (Vicino al francese) all’italiano con il cacofonico: ben gentile. Terribile. Le iperboli nell’uso del linguaggio noto essere tipiche nei paesi ispanofoni. L’ho notato spesso anche in Spagna. Sinceramente una cosa a cui mai mi abituerò’. Esempio: chiamare l’oceano Atlantico: El charco (la pozzanghera). Fritz.

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    1. Ricordo anche io molti sguardi tra l’interdetto e lo scocciato da BestBuy quando un commesso meccanicamente mi diceva “Hello, how are you?” e io cercavo di fare una battuta per tagliare corto: non era assolutamente necessario, per loro la mia risposta era un’inutile perdita di tempo, ma era più forte di me… ci cascavo sempre. Rispondere era per me istintivo!

      Quella del charco credo di averla sentita anche qui, ma non ci avevo mai fatto caso. Pensavo fosse un uso puntuale… pensa che anche gli anglofoni parlano dell’Atlantico come uno stagno: “on the other side of the pond”. Un po’ come quando noi chiamiamo l’Italia “lo Stivale”. Magari uno straniero l’assocerà sempre alla calzatura, pur sapendo che è una metafora.

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  2. Sai che ho provato a fare la stessa domanda ai miei clienti, proprio per vedere come rispondevano ed effettivamente restano basiti, ma come, mi chiedi come sto? Ma io ho ascoltato le loro risposte e credo che ciò abbia fatto loro piacere. Tutti abbiamo bisogno di essere ascoltati.

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  3. Gli argentini hanno un modo tutto loro di esprimersi, di vivere. Non c’è un altro popolo al mondo simile, solo gli argentini si capiscono, e neanche sempre. In italia mi dà sui nervi sentire in tv (hanni fa quando ancora la guardavo) in chiusura del telegiornale, “…ed è davvero tutto per oggi”, perché qualcuno l’aveva messo in discussione che non era tutto? perché davvero, prima della frase era tutto una presa per i fondelli? boh…

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