Vientos de agua

Vientos de agua è una serie del 2005-6 del regista argentino Juan José Campanella, che stranamente è stato un flop tanto in Spagna quanto in Argentina. Ora Netflix ripropone i 13 episodi e sta finalmente trovando il successo che si merita.

La storia, o meglio le storie (capirete dopo), inizia nella Spagna degli anni ’30, e precisamente in Asturia. Mostra la vita di un piccolo paesino dove la gente vive una vita molto modesta e dura: gli uomini lavorano tutti nella miniera di carbone locale e l’unico modo per sfuggire a questo triste destino è sognare l’America. E l’America, il sogno, la terra promessa significa solo una meta: Buenos Aires.

I fratelli Olaya lavorano anche loro nella miniera: José, più tranquillo, è comodo nella sua vita di paese, flirta con la figlia dell’oste e non ha grandi ambizioni. Suo fratello Andrés, invece, ha un carattere più turbolento, vuole vivere la vita e conoscere il mondo e si prepara a lasciare le Asturie alla volta di Buenos Aires.

Ma un’esplosione nella miniera locale rimescola le carte: Andrés, il fratello con il sogno di emigrare, perde la vita. Inizia una colluttazione tra i locali e la Guardia Civil per le scarse condizioni di sicurezza del lavoro nella miniera e José, il fratello tranquillo di Andrés, è costretto a fuggire. La madre gli dà i documenti di Andrés e il denaro che aveva messo da parte per il viaggio di sola andata a Buenos Aires e gli dice “Ho già perso un figlio, non voglio perderne un altro”.

Inizia così il viaggio di José, che assume l’identità di Andrés, in Argentina. Sbarca al porto di Buenos Aires e come la maggioranza degli immigrati dell’epoca vive a La Boca. Sulla nave che lo porta in Argentina conosce Juliusz, un ebreo ungherese molto colto che scappa dalle persecuzioni razziali, e Gemma, una bambina genovese che viene imbarcata di nascosto dal padre che non se ne può più occupare. La storia di José, Juliusz e Gemma è il primo filone narrativo, che si snoda dagli anni ’30.

Sin dall’episodio 1 inizia anche la seconda storia, che invece si svolge nell’epoca moderna: quella di Ernesto Olaya, il figlio argentino di José/Andrés. Ha studiato ed è un buon architetto, ma la crisi lo lascia disoccupato e la famiglia preme per emigrare. La moglie Ana, ginecologa, spinge per andare in Spagna, il figlio maggiore, Tomás, invece insiste per andare negli Stati Uniti. “Se proprio dobbiamo giocarcela, facciamo le cose in grande e puntiamo sul primo mondo“, dice il ragazzo.

Ma la pigrizia della lingua e il fatto di essere figlio di uno spagnolo lo portano a puntare sulla Spagna, che sembra essere la scelta scontata perché “facile”. I suoi fratelli lo mettono in guarda: “alla tua età, con due figli quasi maggiorenni e la casa di proprietà, dove vuoi andare?!“, gli dicono? Ma Ana insiste: l’Argentina non offre un futuro, bisogna partire. Vendono tutto quello che hanno per raccogliere il denaro per potere viaggiare tutti insieme a Madrid in una feria americana come si suole fare qui: si mette un cartello per strada, la gente entra in casa e compra quello che vede.

Ana deposita il ricavato della vendita in banca ma il giorno seguente in Argentina scoppia il corralito: le banche sono chiuse e non lasciano prelevare il denaro. Hanno perso tutto, o forse no: tecnicamente il denaro è ancora in banca, solo che non possono ritirarlo. A salvare la situazione interviene il padre di Ernesto, che invece delle banche argentine non si è mai fidato. “Ho tutti i miei soldi in casa“, dice al figlio e alla nuora disperati, “però non è molto: è sufficiente per una sola persona e per potersi mantenere due mesi in Spagna“.

La decisione sembra quindi inevitabile per Ernesto, lui che era il più restio della famiglia a voler emigrare: è l’uomo della famiglia, è architetto, è laureato ed è figlio di spagnolo: deve andare lui per primo, sistemarsi, risparmiare e poi portare la famiglia a Madrid. A differenza di suo padre, che si fece un turbolento viaggio in nave di varie settimane, Ernesto prende un comodo aereo a Ezeiza e sbarca a Madrid dopo poche ore, ma è perso quanto il padre quando fece il viaggio nella direzione opposta.

Suo malgrado, Ernesto arriva a Madrid con il suo diploma di laurea di architetto, che dovrà fare convalidare in Spagna, senza documenti spagnoli e con pochissimi soldi. Finisce in un appartamento per immigrati, dove viene a contatto con altri come lui: una colombiana, una spagnola innamorata della causa degli immigrati, un romeno, un dominicano, una senegalese… Diventa un illegale anche lui perché ottenere i documenti spagnoli richiede molto tempo, nonostante sia bianco, parli spagnolo e sia più “spagnolo” dei suoi amici immigrati.

Per alcuni spagnoli resta un sudaca (termine dispregiativo che gli spagnoli usano per indicare i sudamericani) per altri è uno di loro, solo nato all’estero. Ciò non toglie che Ernesto, con il suo accento e senza documenti e un lavoro, non è ancora “uno di loro”. Nella serie non si manca di sottolineare una cosa comune agli argentini: considerano negros tutti gli altri sudamericani con pelle non-bianca, mentre per gli europei, sono tutti sudacas, inclusi gli argentini. Quando dice alla sua coinquilina colombiana che è “negrita porque blanquita no sos” quella si risente, salvo poi ricevere lo stesso trattamento dai colleghi dello studio di architettura dove lavora come illegale che parlano dell’invasione di sudacas. Rendendosi conto della figuraccia, cercano di rimediare aggiungendo “però quelli come te, gente perbene e lavoratori onesti, sono benvenuti“, pur avendolo lì a lavorare in nero. Insomma, un sacco di deja vù e temi attualissimi anche se la serie ha ormai 15 anni.

Durante la sua permanenza in Spagna, Ernesto apprende dal giornale una notizia sconvolgente: in Argentina c’è stato l’1 a 1 (1 pesos = 1 dollaro) e i suoi risparmi in banca non valgono più niente. Abbattuto, Ernesto realizza che comunque non ha alternativa: deve riuscire a fare convalidare il suo titolo di architetto dando quattro esami integrativi e continuare a risparmiare. Dopo la sua esperienza con le banche argentine, accumula il denaro in contanti in casa… ma viene derubato. Subito addita la coinquilina colombiana e i suoi amici colombiani, con riferimenti poco velati al Cartel de Cali, salvo poi scoprire che i ladri sono una banda di argentini.

Le due storie si intrecciano in ogni episodio, tessendo paralleli tra l’esperienza di emigrazione di José/Andres in una Buenos Aires ricca di opportunità e invasa di immigranti, le notizie della Seconda Guerra Mondiale in Europa e poi quelle del regime Franchista in Spagna, l’arrivo dei nazisti in Argentina (dove vengono sia accolti che protetti) e salita al potere di Perón, e l’esperienza di Ernesto in una Madrid multiculturale anch’essa invasa di immigrati del Centro-sud America, dell’Africa e dell’Est Europa.

Ernesto realizza di non sapere praticamente nulla di suo padre, di come è arrivato a Buenos Aires e di qual è stata la sua vita in Asturia prima e dei suoi anni di emigrante a La Boca dopo. Finché, a sorpresa, arriva a Madrid suo figlio Tomás e si rende conto che anche suo figlio non ha idea della sua vita, dei suoi sogni e delle sue sconfitte. Per suo figlio, è “solo” il padre e non un uomo. Un errore che ha compiuto anche lui e a cui intende rimediare…

Per vederlo su Netflix: https://www.netflix.com/title/70266992

8 pensieri su “Vientos de agua

  1. Sembra un film davvero interessante da vedere. Tra l’altro io sono originario di un paese del sud Italia che in passato ha conosciuto una massiccia emigrazione verso l’Argentina e, in tempi recenti, diversi sono tornati…e magari tra un po’ l’onda migratoria si invertirà di nuovo…

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    1. È una serie molto lunga di circa un’ora per episodio e va anche abbastanza lentamente perché descrive aneddoti della vita quotidiana per offrire uno spaccato completo delle vite dei due Olaya. Pensa che in Spagna, quando lo trasmisero per la prima volta, lo cancellarono dal palinsesto perché al pubblico non piaceva. Spero che ora Netflix rimedi a questo ingiusto mancato riconoscimento o forse è una serie che “parla” solo a chi è emigrato in prima persona.
      Dell’emigrazione di ritorno ho sentito parlare marginalmente più volte ma non ho mai approfondito. Personalmente non la trovo una buona idea perché tornare “a casa” dopo 30-40-50 anni deve essere difficilissimo. Praticamente uno ha passato più tempo all’estero che in patria e il paese di origine è cambiato parecchio. Molto emigranti sognano di tornare al loro paese ma pochi lo fanno: più passa il tempo, più è difficile adattarsi a una nuova realtà. Sono solo all’episodio 8 della serie per cui non so ancora che ne sarà di Ernesto: tornerà in Argentina e imparerà ad apprezzare la sua vita in Argentina da locale nonostante tutto? Resterà in Spagna e si porterà la famiglia appresso oppure l’Ernesto emigrato non è più lo stesso di prima?

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      1. In effetti l’emigrazione di ritorno è piena di insidie. Dato che l’economia delle Filippine cresce a due cifre e quella Italiana è in caduta libera, molti filippini parlano di tornarsene al paese….trascurando un piccolo dettaglio: i figli sono nati e cresciuti qui e non parlano nemmeno la lingua…. quisquilie…

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