L’importanza di essere “importado”

Il bollino dell’AFIP su tutti (ma proprio tutti) i prodotti importati. Questa maglietta di H&M in Spagna costava €17,99, attualmente è in offerta a €9,99 ed io l’ho pagata 2990 ARS, che sono all’incirca 11 USD al cambio di sabato.

In Argentina sono molto patriottici ed anche nazionalisti. Il Governo spinge da sempre l’industria locale appioppando balzelli mostruosi sui prodotti importati (ed esportati) ed etichettando tutti i prodotti importati con quel francobollo verde della foto sopra che dice AFIP (la nostra Agenzia delle Entrate). Se un negozio vende merce importata priva di bollino, significa che è stata importata illegalmente. A me ricorda molto il bollino dei tabacchi (anche qui c’è pure quello) che abbiamo in Italia e mi sento come se stessi toccando una droga o qualcosa di illegale o quasi illegale che deve essere attentamente monitorato dallo Stato, altrimenti chissà cosa potrebbe succedere… (niente).

Ir de compras (fare acquisti)

Qui non esistono le grandi catene come all’estero, ma i clienti sì. Ecco che quindi qualcosa arriva, legalmente ma per vie traverse, attraverso ditte locali che acquistano i rimasugli e li importano in Argentina. Questi rimasugli vengono venduti in negozi al dettaglio dove ovviamente non c’è la possibilità di scegliere taglia e colore: quel che arriva, arriva. Sabato sono andata per compere e ho provato tutto quello che mi incuriosiva: se ci entravo, bene. Altrimenti, nessun dramma.

Per un certo verso è stato molto più semplice e indolore rispetto ai miei ultimi tentativi di shopping in Italia: in mezzo a quei negozi multipiano enormi, con centinaia di capi disponibili di una miriade di colori, ero sopraffatta dalla scelta… e ne uscivo a mani vuote. Su Amazon non andava meglio: ore e ore a navigare tra prodotti, leggere recensioni, fare confronti… e poi mi basta chiudere la finestra di navigazione per dimenticarmene. Ossia: non avevo davvero bisogno di quelle cose.

Aggiungo anche che qualche grande marca è arrivata pure qui, come ad esempio Zara, ma vende solo alcuni modelli e molto meno elaborati di quelli disponibili nei negozi degli altri paesi.

Non funziona

Te quiero!

Sebbene in teoria siamo tutti d’accordo che limitare le importazioni dovrebbe favorire l’industria nazionale, qui ci sono così tanti problemi economici che non è proprio un assioma. E bisogna anche tenere conto che l’economia non è un sistema chiuso: alcune materie prime o componenti sono importati e questi balzelli e “freni” (blocchi) alle importazioni possono significare prodotti non producibili con continuità, stock esauriti e anche alcuni prodotti che si rinuncia del tutto a produrre poiché il costo delle materie e l’approvvigionamento sono troppo aleatori.

Chi vende prodotti importati, di solito li limita a una parte ridotta del suo stock, altrimenti potrebbe ritrovarsi con il locale vuoto di punto in bianco. Quando scorgo un prodotto importato di mio gusto, so per certo che it’s now or never: va preso perché del doman non v’è certezza. Nella mia credenza ci sono bottiglie di Passata La Molisana da mesi (che mangio con il cucchiaio direttamente perché è come l’ambrosia rispetto alle salse argentine), e l’altro giorno ho trovato dei pezzi di Grana e di Parmigiano della Latteria di Soresina (che non ho preso perché non erano refrigerati… tengono lo stesso?).

Insomma, qui non è come negli Stati Uniti che basta mettere mano al portafoglio e la roba importata si trova sempre.

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Tra le altre conseguenze di questa economia difforme e deforme, c’è anche il fatto che i prodotti venduti qui, sono in genere molto basici. Lo notavo questo sabato mentre osservavo i vestiti e le scarpe: i capi sono monocromatici, è raro che siano impreziositi con strass, inserti, tagli o pieghe. I tessuti utilizzati sono di solito di sintetico o misti sintetico. I maglioni raramente sono di lana, di solito sono di cotone e viscosa. Cachemire, alpaca, seta e altri tessuti pregiati sono una rarità che vendono solo in alcuni negozi molto selezionati (e dire che di spazio per allevarli ce n’è!). Anche i capi in lino non sono poi così frequenti, nonostante il clima caldo: di solito è cotone grezzo.

Gli elastici non tengono e i tessuti si smollano in fretta. Se pensate alla qualità cinese, siete ottimisti. Qui è molto peggio! Tra gli expat, tutti consigliano di approfittare dei viaggi all’estero per fare incetta di mutande e calzini perché quelli locali non durano niente.

E se vogliamo lasciare da parte alcune categorie “frivole” come i vestiti, pensate a quando non si importa più un farmaco o un alimento. Proprio questa settimana su La Nación dicevano che molti ristoranti argentini avevano rivisitato i loro piatti per sostituire alcuni ingredienti importati, improvvisamente carissimi a causa della svalutazione del peso oppure addirittura non più importati, con altri nazionali.

Il prezzo del salmone è salito del 60% perché è importato dal Cile: un ristoratore ha dichiarato che per un po’ hanno cercato di tamponare la situazione mettendo meno salmone nel sushi, ma ora sono arrivati al punto dove potrebbero non offrire più sushi con il salmone… e come fa un ristorante di sushi, senza il salmone? La metà dei piatti lo contiene!

Tirando le somme: queste misure si ritorcono contro gli argentini, che hanno meno scelta e meno possibilità di fare imprenditoria.

La tartare di salmone è diventata di cernia. (Suggerimento mio: fatela di carne argentina e tanti saluti.)

Giri su giri

Anche se l’idea di non avere grandi catene ed enormi centri commerciali dove perdersi per giornate intere può sembrare virtuosa, è indubbiamente poco pratico dover girare per negozi. A me sembra che tutte le marche di vestiti locali propongano le stesse cose, gli stessi stili e la stessa scarsa qualità.

Se si vuole comprare un prodotto specifico, risulta difficile anche capire dove lo si potrebbe incontrare: una camicia eclettica, una maglietta elegante per una serata fuori o un paio di scarpe alla moda non sono affatto facili da trovare. E spesso non c’è la tua taglia.

Io che calzo 41 e mio marito con il 45 dobbiamo girare almeno 5 negozi di scarpe per trovarne uno che abbia la nostra taglia. Io di solito trovo le scarpe da ginnastica da uomo, ma lui, poverino… Se poi restringiamo la cerchia ulteriormente a certe marche o a scarpe non anonime, siamo quasi senza speranza!

Per farvi un esempio: volevo comprare un paio di scarpe Adidas da donna, ma qui la Adidas da donna arriva solo fino al 40. Nessun problema se volevo un modello unisex, ma qualsiasi cosa avesse fiorellini, strass, strisce zebrate… zero, nada zilch!

Una scarpa di questo tipo è introvabile nel 41.

Un’altra difficoltà quando si devono fare compere è la scarsissima attenzione al cliente: spesso non sono esposti gli orari di apertura, sui siti web non mettono il numero di telefono dei locali, se ce lo mettono non risponde nessuno, andando in un negozio non ti sanno dire se in un altro punto vendita hanno la tua taglia ecc. Ogni volta che dobbiamo acquistare qualcosa, parte mezza giornata, trascorsa principalmente in auto guidando da un negozietto all’altro, cercando parcheggio, cristando nel traffico. E la scena si ripete almeno tre volte prima di trovare l’anelato prodotto.

Quindi: altro autogol per l’economia argentina. È difficile spendere soldi in questo paese!

Facebook regna sovrano

Un canale alternativo per comprare prodotti “rari” è rivolgersi all’oracolo di Facebook. Il marketplace argentino è vivo e vegeto e brulica di venditori, gente che torna da un viaggio a Miami con un carico di prodotti di Victoria’s Secret da rivendere, vestiti di GAP per bambini, scarpe da ginnastica per adulti, ecc. Anche se dovete vendere prodotti usati, se sono importati troverete di sicuro un acquirente. Basta fare attenzione a non scegliere marche di lusso, che sarebbero comunque troppo costose per il mercato locale (chi compra Gucci, non lo fa su Facebook ma prende un aereo e compra all’estero) oppure sconosciute (tutta l’alta moda è inesistente in Argentina, non ci sono locali di Luis Vuitton, Armani, Gucci, Prada, Fendi ecc.)

Se sono prodotti di massa ampiamente noti negli Stati Uniti o in Europa, li piazzerete facilmente. Alcuni nomi: Zara, H&M, GAP, Victoria’s Secret, Burt bees, Ikea, Mark & Spencer, Decathlon ecc.

Anche questo canale è poco pratico e se avete la possibilità di viaggiare e comprarvi i prodotti all’estero, non ci sarà alcuna convenienza a comprarli su Facebook, anzi: potrebbero addirittura essere più cari che nel negozio! Ma chi non ha altra scelta, si affida di buon grado a Facebook e chi vende, metterà sempre ben in evidenza se il prodotto è “importado” “origen Europa/Estados Unidos” o “traído de afuera“.

Traído a pedido (importato su richiesta)

Come ultimissima spiaggia, c’è la possibilità di farvi portare il prodotto da fuori. Su Mercadolibre, il nostro ebay, molti prodotti di lusso sono elencati “con consegna a 20/25 giorni” perché sono importati su richiesta.

Di solito gli importatori hanno dei depositi a Miami dove potete accumulare i vostri acquisti e poi fare un unico invio a Buenos Aires. Esistono anche siti che rivendono i prodotti del primo mondo agli acquirenti del terzo mondo. Un sito di questo tipo è TiendaMia. Se vi accedete, potete sfogliare tutto il catalogo di altri siti (come Amazon USA, ebay, Macy’s e Walmart), visualizzando il prezzo post-importazione prima di decidere se proseguire con l’acquisto.

Il rovescio della medaglia? Se il prodotto si danneggia durante il trasporto o è difettoso, ce l’avete in quel posto. Il lato positivo è che gli importatori dovrebbero essere in grado di calcolare in anticipo il prezzo finale (imposte incluse) dell’articolo e gestire tutto il papeleo (scartoffie) con la dogana per voi.

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4 pensieri su “L’importanza di essere “importado”

  1. È una vecchia fissazione dei peronisti quella del controllo sulle importazioni, che si riassume nella frase “vivir de lo nuestro”. Mi sembra di ricordare anche che sotto Peron, quindi nel decennio 1945 – 1955 circa, le importazioni e le esportazioni fossero state messe tutte sotto il controllo di una società statale. Per cercare le giustificazioni di tutto questo bisognerebbe capire cosa è il peronismo, cosa complicata anche per me e forse anche per parecchi argentini (visto che poi le interpretazioni del tema sono molteplici anche da parte loro).

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    1. Se solo capissero che se in 70 anni con questa formula è andata sempre peggio ed è ora di cambiare strategia (magari notando che nessun altro nel mondo tra i paesi che stanno bene adotta queste misure draconiane…) evidentemente a qualcuno viene comodo che le cose stiano così

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      1. Non mi ricordo dove ho letto che alla base dell’avversione peronista per le importazioni vi sarebbe la situazione vissuta dall’Argentina negli anni ’40 del secolo scorso, durante la Seconda guerra mondiale e nel periodo immediatamente successivo. Ovvero, il periodo dell’ascesa politica di Peron. In quegli anni l’Argentina (che era rimasta neutrale) aveva conosciuto un boom di esportazioni di derrate alimentari verso un’Europa stremata dalla guerra. Al tempo stesso, la mancanza di prodotti di importazione europei aveva aperto delle possibilità all’industria locale, che si era ingegnata in molti casi per cercare di produrre quello che per effetto della guerra non arrivava più. Questa combinazione aveva portato dei benefici per l’economia argentina, da qua l’idea che bisognava fare il possibile per “vivir de lo nuestro”. Peccato che stabilire quella che dovrebbe essere una strategia economica a lungo termine basandosi su una situazione contingente non è che sia una gran pensata… soprattutto se poi questa strategia economica viene assimilata quasi a mo’ di ideologia nazional-popolare, come hanno fatto alcuni all’interno del movimento peronista (puoi immaginare chi…).

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