LA PP

Il mare m’ispira sempre grandi riflessioni, con il suo movimento incessante che c’è da millenni e che ci sarà ancora per qualche altro millennio (si spera) dopo di noi. L’oceano, poi, mi catapulta nella storia: chissà cos’hanno pensato i primi che arrivavano in nave, chissà cosa hanno trovato.

Provo a immaginarmi all’epoca di Colombo e penso che io, su una barca verso l’ignoto seguendo un pezzo di carta malamente disegnato, non ci sarei mai salita. Troppo rischio, troppo sbattimento. Ci sono una miriade di cose, anche nel mondo moderno, che io scarto perché “troppo”.

Confesso che questo atteggiamento non mi inorgoglisce affatto perché mi rendo conto che la gente importante non fa cosi. Affatto. Cerco di convincermi dell’importanza delle comparse nella storia. Celebriamo Colombo, ma che ne sappiamo dei suoi marinai, della sua famiglia, della sua donna di servizio? Quando penso così, mi vengono in mente la parole elogio della mediocrità.

Vi ricordate il video di Simon Sinek sui Millenial al lavoro? Io l’ho presa bene. Anche se tecnicamente io non sono Millenial per un pelo, in molte cose mi ci ritrovo descritta. Solo che, a differenza del buon vecchio Simon, l’ho sempre presa come un segno dell’avanzamento dei tempi: potersi permettere di scegliere è un lusso che non tutti hanno.

Ma il post di oggi parla di un’altra cosa: della PP, il mio acronimo (divertente da pronunciare) che sta per Possibilità Percepite. Attualmente sono convinta che la chiave stia nelle possibilità percepite: se uno pensa che ci siano troppi ostacoli da affrontare, neanche ci prova.

Per questo, secondo me, alcune persone rimangono in un limbo eterno. Magari ci vorrebbero provare, ma non sanno come fare. Non sto parlando di possibilità economiche, che di sicuro aiutano, bensì di possibilità mentali e sociali.

C’è un filo comune nelle storie delle persone famose: o sono nate in una famiglia terribile e quindi qualsiasi cosa non avrebbe potuto che migliorare la loro vita, o sono nate in una famiglia già ben posizionata, che ha potuto dargli delle spinte o degli agganci iniziali.

Ci sono un sacco di figli o parenti di – che riescono a sviluppare delle idee non particolarmente originali, ma che arrivano subito al pubblico giusto, al giro remunerativo. Non credo sia per prestiti di soldi, bensì per un fatto di conoscenze. Avere qualcuno che ti presenti le persone giuste per uno scopo vale più dell’investimento economico.

Penso a Lapo Elkan (esempio facile) e a tutto il suo denaro: chi glielo fa fare di lanciarsi in imprese più o meno di successo, in cui finisce sempre per fare la figura del salame per poi scappare a New York a fare l’americano che ci guarda dall’alto in basso perché lui è “lassù” e noi “laggiù”? Sarà fame di potere, ma io me ne sbatterei altamente se avessi tutti quei soldi: vivrei come se fossi sempre in vacanza, senza sentire il bisogno di aprire locali o fondare imprese che mi riempirebbero le giornate di preoccupazioni e impegni.

Ma torniamo a noi mortali. Persino nell’epoca di Internet ci sono tante informazioni che ancora non riesco a trovare: domande che mi pongo e a cui non trovo risposta. Magari per chi vive negli Stati Uniti, dove c’è uno spreadsheet per ogni cosa, riesce a trovare delle risposte. Ma chi vive in altri Paesi, tipo l’Italia che è un posto civile in Europa, non riesce a pronosticare in dettaglio quanto costerebbe lanciare un’attività. Ci vuole sempre o un commercialista o incoscienza.

In questa epoca di titoli sensazionalistici e di frasi a effetto con dati estremi, è difficile avere un’idea di come stanno davvero le cose. A me interesserebbe, per dire, vedere quali sono i costi dietro a certe attività. Ma non “eh sai ci sono le tasse, i contributi, poi non ti resta niente”. Numeri.

Perché non tutti gestiamo i soldi alla stessa maniera, non tutti investiamo sulle stesse cose, non tutti viviamo uguali. Io, per esempio, ho sempre avuto velleità imprenditoriali ma mi rendo conto di essere davvero scarsa. Penso sempre a cosa piace a me e non a cosa piace alla maggior parte della gente.

Poniamo voglia aprire un bar con tavola calda, niente di pretenzioso. Non saprei neanche dove trovare un architetto che sappia sistemare il locale: come lo si sceglie? È come andare in pasticceria e sfogliare il catalogo delle torte per farsi un’idea delle abilità del maestro pasticcere di quel laboratorio/negozio?

Le attrezzature è più facile: almeno ci sono dei siti. Ma sapere quali attrezzature servono… gran mistero! E quanto spazio occupano, se hanno bisogno di accessori, se per usarle c’è qualche requisito particolare, ecc.

Finirà col lavorare più di prima e avere più preoccupazioni di quante ne ho già? Come faccio se voglio andare in vacanza? Devo chiudere tutto? Posso delegare? Mi ruberanno tutto i dipendenti? Mi svaligeranno il negozio i ladri di notte? A me non interessa trovare un locale dove chiudermi 12 ore al giorno, assumerei dei dipendenti. Per me, non avrebbe senso vincolarmi a un esercizio fisico con il lavoro portatile e indipendente che ho adesso.

Quindi, ora chiudo e pubblico e mi rimetto al computer a fare quello che so già fare. La rivoluzione la farò domani (o la farà qualcun altro).

 

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