La meta

Per tutta la prima parte della mia vita ho sempre avuto una meta. Finire l’asilo, la scuola elementare, le medie, il liceo, l’università, trovare un  lavoro,… Ma lavorare può essere davvero una meta?

Non dovrebbe piuttosto essere un mezzo? In punto di morte di ricorderete forse dei vostri traguardi professionali? A meno che non siate dei fenomeni, lo dubito molto. E quindi perché siamo così ossessionati dal lavoro?

Quando guardo ai miei compagni di università, sembra che trovino conferma delle proprie capacità nella sofferenza che gli dà il lavoro. Più li spremono, più si sentono apprezzati, più gli chiedono di essere reperibili (gratuitamente) più si sentono necessari, più qualcuno riconosce il loro lavoro extra (sempre gratuitamente) più si sentono valorizzati. In realtà li stanno solo spremendo: hanno trovato i pirla che se li chiami la domenica mentre sono a tavola coi parenti si sentono indispensabili e che fanno il lavoro che nessuno vuole fare e per lo stesso costo. Un affare.

Ricordo a una riunione di classe che chiesi a uno se lavorava ancora nello stesso posto e mi rispose tutto orgoglioso che sì. Si sveglia alle 5.30 del mattino per andare a Milano, auto, treno, metropolitana, e prende sempre gli stessi soldi dopo 5 anni, ma lo hanno fatto coordinatore di nonsochecosa.

Io: – “Sì, però ti pagano sempre uguale.”

Lui: – “Però adesso sono coordinatore.”

Io: – “Quindi lavori di più e per gli stessi soldi?”

Lui: – “Cerca di vedere il lato positivo.”

Io a quel punto ho desistito.


La fine

Noi occidentali abbiamo l’ossessione per la fine.

Finire la scuola, finire la casa, finire un progetto di lavoro, finire l’anno, finire di lavorare, finire di vivere. Iniziamo un corso e già alla prima lezione siamo a contare quante ne mancano perché finisca. Un po’ angosciante.

Questa ossessione perché le cose abbiano un inizio e una fine è la nostra rovina. Ci fa vivere male. Ci fa ragionare secondo elementi sbagliati. Ci fa scegliere male. E ci fa ignorare completamente cosa succede nel mentre.

Da un po’ di tempo a questa parte, mi sono forzosamente trovata nella situazione di dover rimettere in discussione tutto ciò che facevo. Non è un progetto con un inizio e una fine, è un continuo work in progress.

Ci sono giorni in cui non ci penso (la maggior parte) e giorni in cui ricado nella ruota del criceto e penso di dover tornare sui miei passi per risolvere le mie angosce. In realtà non ho neanche validi motivi per pensare che tornare ad essere un criceto da ufficio possa darmi ciò che cerco. Sarebbe come scivolare in una vecchia scarpa. Facile, ma sai già che è vecchia e non durerà a lungo.

Perché la società non ci insegna a vedere molte alternative alla vita “studia, lavora e poi muori”? E noi dove siamo in questa ruota da criceti? Dove sta la nostra felicità? Perché ci inculcano che la felicità è un lavoro di 12 ore al giorno per €1.200 al mese e un bilocale con mutuo a 30 anni in periferia di Milano? Perché ci dicono che prima vengono 40 anni di lavoro e poi la pensione e allora sì che a 65 anni suonati verrà il tuo momento (quando ormai sarai vecchio e stanco e malconcio, e ormai senza curiosità)?

Non pretendo mi rispondiate mi basta vi facciate le domande: sarete già più avanti della maggior parte della gente!


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9 pensieri su “La meta

  1. Ogni tanto è giusto porsi queste domande, soprattutto quando sembra che la vita sfugga via. Siamo solo capaci di lamentarci (“eh sono giá finite le ferie”, il leitmotiv di chi come me oggi è tornato al lavoro), ma cosa facciamo per assaporare ogni momento della giornata, della settimana, dell’anno?
    Rileggerò nuovamente il tuo post, soprattutto i commenti.
    Felice di essere arrivato su questo blog, grazie a Giulia. Ci tornerò.

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    1. Grazie per il tuo commento, quando uno è nella ruota, valuta la sua vita secondo gli elementi della gabbia anche perché non sa cosa ci sia fuori dalla gabbia e quindi l’ignoto spaventa. Però vivere fuori dalla gabbia si può, basta volerlo! Trovare gabbie con la porta aperta è difficile, ma possibile. Ti auguro di essere in quella situazione!

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      1. Credo di sì. Posso dire di aver abbandonato la gabbia da molto e di tentare ogni giorno di vivere al meglio. Ci sono giorni che le cose vanno bene, altri meno. Però, come hai detto poco fa in risposta a Giulia, non mi fermo mai davanti al cambiamento. Certo, cambiare fa paura, ma concede anche una dose di adrenalina che rinvigorisce!

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