Guido e suo fratello

Il mio amico Guido si è tolto la vita il giorno 26 ottobre 2010. Non si conoscono bene i motivi del suo gesto né sono stati diffusi molti dettagli sulla dinamica. L’unica cosa nota sin da subito è che si è impiccato.

Tra tutte le possibili uscite di scena, il cappio al collo è forse quella che richiede più coraggio, la più lenta e la più scenografica. Chi si impicca muore perché gli si rompe l’osso del collo, mica per asfissia. Avremmo voluto che le sue energie fossero dirette a noi per chiedere aiuto anziché contro se stesso.

Io Guido lo avevo conosciuto ai tempi del liceo: era un ragazzone dalle spalle larghe, sulle quali indossava un pesante chiodo adornato da altrettanto pesanti orpelli metallici. I jeans, rigorosamente strappati. Suonava in una banda di punk-rock. Anzi, in due bande. Avevo persino comprato, per pietà, uno dei loro CD autoprodotti, anche se la consideravo un’accozzaglia di rumore: erano la loro rabbia, i loro sogni e la loro amicizia, e questo mi bastava.

Guido si era sempre sentito a disagio nella società, ma molti di noi condividevano questo suo sentimento adolescenziale, che manifestavamo con vestiti controcorrente e accessori scomodi e vistosi. Per Guido il sentimento è proseguito nell’età adulta, e non importa che fosse appena andato a convivere, il disagio – evidentemente – continuava a dominare la sua vita.

Con Guido ci eravamo persi di vista ma lo ricordavo con piacere. Ci eravamo ritrovati, anni dopo, alle due del mattino in una delle poche panetterie dove si incontravano vari mondi notturni: trasgressivi, discotecari, camionisti e gente che semplicemente non aveva voglia di tornare a casa. Ci eravamo abbracciati come se ci fossimo lasciati ieri. Eravamo felici, almeno per quei 5 minuti in panetteria.

Aveva sempre lo stesso sorriso largo e sincero, gli stessi occhi un po’ malinconici e stanchi, vista l’ora. Io Guido me lo ricordo perché era un tipo sincero e un trasgressivo vero. Girava su una vespa rosa che chissà quanto l’aveva pagata, perché solo lui ce l’aveva così, in tutta la città. E no, non era di nessuna sorella perché lui aveva un solo fratello, più grande di lui di diversi anni.

Ed è stato proprio suo fratello a doverne organizzare il funerale, per sollevare i genitori – distrutti dal dolore – dall’onere di dire addio al proprio figlio. Gabriele non lo avevo mai incontrato; al funerale di Guido, però, l’ho riconosciuto subito, non sono servite presentazioni. Non sono neanche andata a introdurmi… a cosa servono le parole in quelle circostanze? Spero abbia sentito l’abbraccio della moltitudine di giovani venuti a salutare suo fratello.

Gabriele cercava di rincuorare i genitori, cercava di tenere il volto asciutto. Non ci sono stati né applausi né frasi di circostanza, né alcun prete che leggesse uno dei soliti passaggi biblici su una persona che magari neanche conosceva.

Il saluto a Guido è stato un omaggio alla sua anima punk-rock: i compagni dei gruppi in cui suonava hanno portato le casse, gli amplificatori e un lettore CD e hanno sparato la loro musica a tutto volume. Guido lo abbiamo salutato con una cerimonia laica (ormai credo si fosse capito), perché l’ipocrisia non è mai appartenuta a Guido.

Alcuni amici, dopo quasi quindici anni, sono venuti persino da lontano per salutarlo. Ho rivisto tante persone e tanti personaggi della mia adolescenza: alcuni trasgressivi come prima, altri rientrati nei ranghi e imborghesiti. Tutti avevano gli occhi umidi, nessuno parlava, ci si salutava a cenni o con lo sguardo. Io sulla bara di Guido ho messo un piccolo ricordo di quell’epoca, un braccialetto borchiato che avevo indossato, per l’occasione, tutto il giorno dopo moltissimi anni. Ormai il cuoio era corrugato e la vernice si spellava, ma gli aculei di metallo erano i soliti di sempre.

Dentro di me, quegli spunzoni sono stati smussati dalla scuola prima e della vita di ufficio poi; ero un po’ a disagio nell’indossarli in ufficio, nascosti sotto alla giacca, ma li ricordavo e li ricordo tuttora con affetto.

Ogni anno gli amici di Guido organizzano un concerto in suo onore. Al concerto partecipano tutti personaggi della scena rock-punk del nostro giro, ormai riformatisi in vari gruppi innumerevoli volte. A volte suonano pezzi propri, altre volte suonano a tutto volume le canzoni che hanno segnato la nostra adolescenza “fuori dal giro”. Con il ricavato fanno una donazione a un reparto dell’ospedale locale, dove la madre di Guido lavorava come infermiera prima e come volontaria adesso.

In queste circostanze uno si domanda quanto deve essere grande il dolore di un genitore a vedersi scivolare via così un figlio. Un suicidio non è un incidente. È impossibile rimanerne indifferenti. Ci si tormenta di domande, domande a cui non c’è risposta.

Erano passati tre concerti-anniversario, la vita a casa di Guido era, bene o male, ripresa. Suo fratello Gabriele era diventato padre già due volte e questo immaginavo avesse potuto confortare in qualche modo i i genitori. Mi sono chiesta se questi nipoti avrebbero potuto confortare anche Guido, se fossero nati prima e avesse fatto in tempo a conoscerli.

Mi domandavo come potessero essere i pranzi della domenica a casa di Guido e Gabriele, ora che Guido non c’era più. Ma una domenica di quelle mi giunse una notizia tremenda: Gabriele era precipitato dal Monte Bianco, insieme a un amico, durante una scalata. Non ci sarebbero più stati pranzi.

 

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