Imparare spagnolo sul serio

Questa estate ho deciso di studiare spagnolo sul serio.

E, credetemi, quando ho pensato di scriverne un post mi è venuto in mente lui (Tafazzi, in copertina) e non lui (Cervantes), che tuttavia pubblico come santino votivo alla causa.

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Miguel de Cervantes

Non ho mai fatto un corso di spagnolo vero. All’inizio abitavo nella zona a nord della capitale e l’offerta di corsi di spagnolo per stranieri era nulla. L’unico corso che ho trovato era un corso pensato per gli argentini che volevano conseguire la certificazione ELE per l’insegnamento dello spagnolo a stranieri.

Noi stranieri eravamo invitati a partecipare gratuitamente alle sessioni pratiche degli aspiranti professori, i quali non dovevano rispondere ad alcun requisito per potersi iscrivere e ce n’erano di tutti i tipi: laureati e non laureati, con in mente di andare prima o poi all’estero e desiderosi di avere un certificato in tasca che gli desse qualche possibilità in più di trovare lavoro. C’era persino una volontaria in Africa (a quanto pare riceveva molte richieste di dare lezioni di spagnolo in Africa) e una casalinga uruguaiana che a qualsiasi domanda rispondeva con un sorriso benevolo e “Porque es así“.

Appena sbarcata in Argentina mi ero procurata quello che su Amazon.com era pubblicizzato come il miglior libro per imparare lo spagnolo: Gramática básica del estudiante de español di Alonso Raya. Dopo un anno ero al terzo capitolo di cinquantadue. Semplicemente era tutto troppo frustrante e difficile: c’erano molte cose da imparare e alcune non erano applicabili allo spagnolo d’Argentina, vuoi perché qui si usano persone e tempi verbali diversi, vuoi perché si usano vocaboli diversi e a volte semplicemente perché certe espressioni si usano solo in Spagna.

Se a qualcuno interessasse, è disponibile anche una versione specifica per italofoni, anche se più difficile da reperire in libreria, si trova su Amazon e contiene esercizi di analisi contrastiva specifici. La riconoscete perché ha la copertina in italiano e di colore arancione.

Questo manuale, in un unico tomo, va dal livello A1 (principiante) al livello B1 (intermedio).

Per il primo anno ho parlato solo al presente, poi ho integrato il passato, l’imperativo, il condizionale e per ultimo ho abbordato il congiuntivo. Ovviamente con il tempo il mio spagnolo è andato migliorando da sé, ma gli studiosi sostengono che quando si approccia una nuova lingua, i primi due anni sono quelli in cui avviene l’apprendimento critico: dopodiché, ci si assesta; si vive di rendita, si perde interesse, si fossilizzano errori.

La boa l’ho passata quasi due volte ma non mi dò per vinta. Negli anni, ho comprato anche Español correcto para dummies e anche un libro di grammatica B1 che usano nelle scuole portoghesi (!).

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Una grammatica di consultazione

Aggiornamento 2018: Poiché la mia grammatica di riferimento arriva solo fino al livello intermedio, di recente ho comprato Gramática de uso del Español para extranjeros livello C1-C2 (ho finalmente finito la Gramática básica del estudiante de español di cui scrivevo due paragrafi più su). Fa parte di una collana di tre volumi: il livello basico (A1-A2, copertina gialla), il livello intermedio (B1-B2, copertina blu) e il livello avanzato (C1-C2, copertina verde). Esiste poi una versione combinata che va dall’A1 al B1 con la copertina rossa. Li trovati tutti su Amazon a circa €20 l’uno.

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Capitolo 74 della mia Gramática de uso del Español para extranjeros livello C1-C2

L’analisi contrastiva: la scorciatoia

Prima o poi capita a tutti, italiani che studiano spagnolo o ispanofoni che studiano italiano: vogliono studiare l’analisi contrastiva (un esame delle somiglianze e delle differenze tra due lingue) pensando che sia una scorciatoia. Italiano e spagnolo sono due lingue con una grammatica molto simile ed è troppo comodo (e vantaggioso) approfittarne: penso in italiano, traduco in spagnolo… et voilà! Peccato che i paralleli a volte si concludano bruscamente e si trasformino in faux paux imbarazzanti. Chi fino a un secondo prima sembrava essere una persona con un dominio molto elevato dell’idioma straniero, prende un granchio cosmico e si rivela per quello che è: un pigro.

Vi invito a leggere questo interessante paper di Valeria Maggioni.

Dopo una breve incursione nell’analisi contrastiva, sono ritornata alla grammatica. O, meglio, alle mie grammatiche. Ho appena finito di leggere il libro “para dummies” qui sopra e ne sono uscita sconfortata.

La lingua viva

D’accordo che la lingua è viva, ma lo spagnolo è come un’anguilla. Una sorta di Scilla, con troppe teste indipendenti: ogni Paese ispanofono va per la propria strada e le differenze tra “spagnoli” non fanno che aumentare. Per questo, nello spagnolo le versioni “accettate” dei vocabili sono spesso molteplici, in quanto non è pensabile un unico spagnolo immutabile e scolpito nella pietra per tutto il mondo.

L’equivalente della nostra Accademia della Crusca per il mondo ispanofono si chiama Real Academia de Española (RAE). Ha sede a Madrid ma non erige lo spagnolo di Spagna a modello per tutti gli altri – che, anzi, è mutato anche lui col tempo. Piuttosto, riunisce gli usi ammessi e riconosciuti di tutti i 21 Paesi ispanofoni.

Fatto sta che lo spagnolo è periodicamente oggetto di semplificazioni da parte della RAE: la sua Ortografía de la lengua española è il riferimento. Pubblicata per la prima volta nel 1741, è stata fino ad oggi aggiornata 15 volte. Sembrerà poco, ma le più recenti modifiche sono state abbastanza ravvicinate: nel 1952, nel 1999 e nel 2010. Anche se vi sembra che siano abbastanza distanziati tra loro, questi aggiornamenti portano l’intero mondo ispanofono ad adeguarsi… almeno in teoria. Nella pratica, le nuove norme fanno fatica a inserirsi perché chi scrive potrebbe non esserne al corrente, non esserne convinto perché le ha apprese diversamente oppure rifiutarsi di usarle perché non popolari tra il suo pubblico.

Se avete un dubbio di spagnolo, a seconda dell’età e del Paese della persona a cui chiedete, vi risponderà in modo diverso. E parlo anche di redattori, scrittori e traduttori!

Gli accenti e le parole sdrucciole, acute, gravi

In spagnolo bisogna scrivere gli accenti per sapere come pronunciare le parole: se una parola non ha accenti si pronuncia grave (ossia con l’accento sulla penultima sillaba). Se vogliamo pronunciarla diversamente, dobbiamo indicare l’accento.

Esempio:

  • Mario e María: si pronunciano come in italiano, per cui María vuole l’accento.

Se avete l’occhio allenato, avrete notato che la Bibbia della RAE si chiama Ortografía e non “ortografia”, altrimenti ne cambierebbe la pronuncia (si pronuncia come in italiano). Occhio: una parola simile è farmacia: non ha nessun accento, per cui si pronuncia diversamente dall’italiano.

In italiano noi scriviamo solo gli accenti necessari a fine parola e nel mezzo della parola in caso di omofonia: non siamo avvezzi ai concetti di parole gravi, acute, sdrucciole, semisdrucciole. Dalla nostra, in italiano abbiamo accenti acuti e gravi, mentre in spagnolo sono tutti acuti. Ossia, in italiano si scrive , perché, , , ecc. anche se nessuno pronuncia gli accenti gravi e acuti come si dovrebbe. Fate una prova: l’accento in tè e sé lo dite diversamente? Io no.

La mia bestia nera: la tilde

La tilde, o più propriamente acento diacrítico, è la mia bestia nera. Si tratta, in pratica, di un accento scritto per distinguere l’uso che si fa di una parola senza alterarne il suono.

Un esempio facilmente comprensibile:

  • el: articolo determinativo, maschile, singolare –El hombre 
  • él: pronome personale, maschile singolare. — ¿Quién? — ¡Él!
  • Mi: aggettivo possessivo – mi casa es tu casa
  • : pronome – para es muy difícil

Il suono è identico in entrambi i casi, ma si usa la tilde per indicare il pronome. Fin qui, tutto facile.

Quando la RAE pubblica una nuova edizione della sua Ortografía, di solito ne approfitta per togliere qualche tilde. Lo fa in nome della semplificazione ed io, da studente, non posso che apprezzare l’iniziativa.

Esempi di semplificazione:

  • solo / sólo: in passato, l’avverbio “solo” voleva la tilde (como sólo carne) e l’aggettivo no (un chico solo y triste), dal 2010 non si usa più.
  • este / éste: este hombre, aggettivo dimostrativo, non voleva la tilde, mentre éste es mi hermano, pronome dimostrativo, sì. Anche questa distinzione è sparita nel 2010 e vale per tutti i dimostrativi. La motivazione? È evidente quando si usa come pronome e quando come aggettivo (tant’è che in italiano non ci poniamo neanche il problema, aggiungerei io. Ahahah!).
  • fué, fuí, dió, vió: hanno perso la tilde nel 1952, in quanto i monosillabi non si accentano, salvo in una decina di eccezioni in cui la mancata tilde può portare ad ambiguità.

Pensate alla mia frustrazione quando ho realizzato che la mia edizione di Gramática básica del estudiante de español era anteriore al 2010…

E ora comincia la salita: in Español correcto para dummies, l’autore distingue anche diversi casi: parole gravi che terminano in -s e che hanno la tilde, parole gravi che terminano in y, parole con radice greca che diventano gravi, le acute che terminano in -z (non si accentano), le acute che terminano in -s o -n e che non vogliono la tilde.

Non dimentichiamo anche la Y: può essere sia una vocale che una consonante. Nel primo caso si chiama i griega, nel secondo ye. Caso curioso: ley (in questo caso y è vocale) singolare di “legge”, leyes (in questo caso y è consonante) è il plurale “leggi”.

Se è vocale, la sillabazione avviene di conseguenza (fa dittongo, ecc.); se è consonante, si comporta da consonante. Questo è importante perché per determinare come pronunciare una parola bisogna prima saperla sillabare.

Ma il vero scoglio è, per me, la tilde utilizzata per indicare i pronomi interrogativi e ammirativi. Attenzione: interrogativi non significa “che sono in una domanda”. Sarebbe troppo bello!

Que / quien / cual / donde vs. Qué / quién / cuál / dónde

La regola vuole che se il pronome è interrogativo o ammirativo deve scriversi con la tilde. Sembra facile, ma per me è un incubo. Chiariamo che interrogativo vuole dire “che non si conosce”.

Esempio banale:

¿Qué idiomas hablas? (Che lingue parli?) – que è pronome interrogativo

ma

¡Que viva Argentina! – non me lo chiedo e non lo ammiro, solo me lo auguro

e

¿Dijeron que había que ir de corbata? – il que in questo caso è congiunzione. Nella mia testa, però, se lo chiedo è perché non lo so…

E ora, da mettersi le mani nei capelli:

  • No sabemos si se debe a que es verano o a qué posible causa.
  • ¿Qué quiere que le diga cuando me pregunte qué hizo ayer?
  • Los lectores ya saben qué hacer cuando ven el ícono que está ahí.
  • En el comité se determina quién es el ganador y cuál es el premio.

woooot-the-fooookkPor que, por qué, porque e porqué Andiamo per esclusione partendo dall’ultima: porqué si usa solo come sostantivo. Desconozco el porqué del paro.Porque si usa solo per rispondere alla domanda por qué? — ¿Por qué estudias tanto? — Porque así me ha dicho mi papá.Por que e por qué ricadono nei casi interrogativo e ammirativo del que.  E, per me, equivale a tornare in prigione senza passare dal via!

Le parole straniere

Anche se all’italiano si recrimina spesso di essere troppo accomodante e pigro e di accogliere parole straniere perfettamente traducibili, nello spagnolo le cose stanno prendendo una piega insperata:

  • vengono tradotte: è il caso di pantalla per display
  • vengono “spagnolizzate”: come rutina per routine, eslogan per slogan, mitin per meeting
  • vengono adottate con la grafia originale, ma vanno lette con la pronuncia spagnola (è il caso di iceberg, che va letto iseberg e non aisberg (sempre secondo la RAE)
  • sono ammesse nelle versioni originali e adattate, come fútbol e futból

La cosa curiosa è che se slogan, standard e stereo sono state spagnolizzate in eslogan, estándard ed estereo, altre parole come stock e stand sono (ancora) considerate straniere dalla RAE e pertanto da non usare, bensì da tradurre. Non azzardatevi quindi a trarre la regola che basta aggiungere la e- davanti alla s líquida! Eppure… molti ispanofoni dicono Eskype anziché Skype!

Da notare anche che, come dicevo prima, la RAE ogni tanto cambia idea e quindi ammette parole di cui prima imponeva la traduzione. È il caso di sandwich, in passato da tradurre con emparedado, ma la cui scrittura fonetica in spagnolo era diffusissima come sánduche (qui in Argentina si usa molto sangüiche). Adesso che è stato ammesso dalla RAE come sándwich (notare l’accento) e andrebbe scritto così e basta. Glielo dite voi a paninari dei 21 paesi ispanofoni del mondo?!

Dequefobía e dequeísmo

Ossia chi non mette il de o il de que dove dovrebbe e chi ce lo mette a sproposito.

[dequeísmo] pienso de que es mejor… sbagliato –> pienso que es mejor…

[dequefobía] la blusa que te habló ayer… sbagliato –> la blusa de que te habló ayer (a meno che la blusa non parli, come nei cartoni della Disney)

Niente panico: il de o il de que va dopo i sostantivi e dopo i verbi intransitivi. Per la vostra pace d’animo, il verbo estar è intransitivo, per cui estoy segura de que entiendan. E con i transitivi? Dipende. E va dopo gli avverbi di tempo (después de que te veo, me siento mejor / después de verte, me siento mejor)


A questo punto capirete perché l’immagine di Tafazzi…stressed_fry_2

11 pensieri su “Imparare spagnolo sul serio

  1. Ammetto che questo post mi ha aperto un mondo 😀
    Io nemmeno ho mai studiato lo spagnolo con troppa serietà…cioè, sui libri l’ho fatto ai tempi dell’università, ma per un livello A2, poi quando mi sono trasferita a Barcellona ho fatto un corso intensivo di un mese, e visto che c’era il Guerriero…beh, ho finito per far pratica con lui. Infatti parlo uno spagnolo semi-messicano, con tanto di presa in giro da parte dei miei amici che parlano lo spagnolo di Spagna. Va beh. Lo spagnolo è difficile, ecco, ci ha fregato tutti con le sue eccezioni e tildi e dequeísmi… E mi torna in mente questo: https://www.youtube.com/watch?v=Xyp7xt-ygy0

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    1. È difficile sì, quando lo si vuole parlare e scrivere correttamente. Ma la pluralità di “spagnoli” rende molto più flessibili le loro orecchie e non sono “grammarnazi” come molti italiani. Alcuni errori comuni tra gli ispanofoni sono facilmente evitabili per un italiano. Inoltre le omofonie di z, c ed s (qui la z si pronuncia come s) portano a molti errori di scrittura. Proprio oggi in TV c’era una scritta durante il tg con scritto “discución” poi corretta in “discusión”. L’italiano è più semplice, controllato e considerato dello spagnolo.

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  2. Lo spagnolo va studiato. Ed è difficile. E anche studiandolo l’errore è in agguato. Gli spagnoli, comunque, prendono degli sfondoni da paura. L’italiano è più semplice, ma ha, forse, più eccezioni. Il francese ti uccide con la pronuncia, ma grammaticalmente è sovrapponibile all’italiano. Il portoghese, tra pronuncia ed eccezioni, è il più complesso del mazzo.

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  3. Quanta a carne al fuoco in questo pezzo… come invidio l’esistenza di più di 20 accademie linguistiche, e anche la capacità di tradurre e adattare i forestierismi. Sorrido davanti al “dummies” non adattato, anche in italiano è rimasto così, in francese erano les nuls…
    Sugli accenti in italiano siam fortunati, anche perché grave o acuto riguarda solo la é/è nel caso di accenti grafici, per quelli tonici – che si pronuncano ma non si scrivono -coinvolge anche la o ed esiste una dizione standard ma fuori dala recitazione prevale la parlata regionale (però se studi dizione devi assolutamente pronunciare correttamente tutto). Poi c’è la chicca dell’Einaudi che nelle sue collane usa la i con l’accento acuto invece che grave, non si sa bene perché, forse un vezzo. Tempo fa ho studiato un po’ di spagnolo, un paio di anni con conoscenze da principiante e di sopravvivenza, ma per saperlo bene mi rendo conto che sia complicato. Un’altra cosa che mi piace da impazzire sono i punti interrogativi ed esclamativi rovesciati a inizio frase…
    Fine dei mie pensieri sparsi, un saluto.

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    1. Accademie: se è vero che ogni Paese ha la sua, quella più prestigiosa è la RAE e dovrebbe essere il riferimento per tutti. Ciononostante, ognuno fa quel che gli pare ed è difficile mantenere l’uniformità lessicale in due continenti.

      Dummies: ho visto proprio ieri che tu hai scritto quello dell’edizione italiana: vedrò di procurarmelo durante il mio prossimo viaggio in Italia! L’edizione in spagnolo era molto interessante: finalmente ho chiarito alcuni dubbi che avevo dopo aver ricevuto più risposte. Riguardo al dummies, almeno hanno tradotto la preposizione (para dummies) mentre ho visto che in Italiano hanno lasciato tutta la dicitura “for dummies” in inglese.

      Einaudi: scrissi alla casa editrice un paio di anni fa per segnalare la cosa (molto fastidiosa alla lettura per chi è avvezzo a controllare gli accenti per lavoro) e mi risposero così: Gentile Isa,
      avrà notato che tutte le u accentate (e anche le i), non solo quelle di
      “più”, portano accento acuto. Il nostro font, l’Einaudi Garamond, è stato
      appositamente disegnato così per espresso desiderio di Giulio Einaudi,
      appoggiato in questo da Cesare Pavese.
      Anche nell’èra digitale, siamo fortemente motivati a mantenere questa
      tradizione, che ci è assai cara.

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  4. Io non ho mai studiato spagnolo in vita mia (in realtà fino a una decina di anni fa non mi attirava nemmeno come possibile lingua da imparare), finché ho conosciuto il mio compagno, Argentino, ed ho iniziato ad interessarmi da sola, senza che lui avesse alcuna pretesa. In quasi 10 anni di semi-full-immersion dovuta a riunioni di famiglia e amici connazionali, posso dire di aver imparato da auto didatta a livello di comprensione. Per quanto riguarda la produzione orale diciamo che lascio molto a desiderare, anche perché il mio unico esercizio è il canale youtube che ho aperto proprio per poter praticare un po’ la lingua ahahahahah

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    1. Oh ma che bello! Posso linkare i tuoi video da qualche parte? Hai trovato qualche risorsa per imparare lo spagnolo rioplatense in particolare? È un bel casino! Se sei in Italia, il libro della Grámatica di cui parlo nell’articolo è davvero molto valido e ne esiste anche una versione per italofoni per la scuola superiore (però è solo A2-B2). Su FB c’è il gruppo ‘Argentinos en Milano’ dove puoi trovare qualcun altro con cui fare pratica. Io imparo solo quando sono da sola in giro, se c’è mio marito fa tutto lui. È per colpa sua se sono così indietro con la lingua! 😀

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      1. Ma certo che puoi!! =) ho imparato lo spagnolo ascoltando la famiglia del mio compagno e i nostri amici argentini, guardando “casados con hijos” e diversi film argentini, e seguendo svariate persone su YouTube =)

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      2. Mi mandi un messaggio attraverso il mio form contatti (menu in alto a destra, l’icona con le tre barre orizzontali) così ci sentiamo in privato?

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