Dieci milioni

Prima di trasferirmi a Buenos Aires non ho mai abitato in una metropoli. Le metropoli del Sud America fanno sembrare Roma una cacca di mosca al confronto.

La popolazione di Buenos Aires è in continuo aumento con l’arrivo di numerosi emigranti dai paesi limitrofi: Paraguay e Bolivia, principalmente, ma anche Colombia e Venezuela. Nel 2107 sono arrivato 150.000 nuovi immigrati dal Sud America soltanto. E parliamo di quelli che intraprendono la pratica migratoria correttamente, una minoranza.

La quantità di persone che circola per strada è stata una delle cose che più mi ha colpito di Buenos Aires e ho sviluppato una certa indifferenza per gli altri. Mi chiedo se sia inevitabile: in parte è la barriera linguistica, ma soprattutto quella culturale, mista alle notizie di cronaca poco rassicuranti.

Qualche mese fa ho preso un autobus affollato in centro, ma in un quartiere dove non ero mai stata. Era una linea che non avevo mai preso, e qui gli autobus fanno percorso lunghissimi di 3-4 ore, per cui partono da molto lontano, da quartieri molto poveri, passano per la Capitale, in quartieri più o meno benestanti. A seconda di dove uno sale e scende, si troverà a condividere il tragitto con persone di ceto sociale diverso.

Quel giorno ero nel quartiere di San Nicolás, che è molto centrale, ma il mezzo aveva a bordo persone di ceto sociale molto basso. Io ero letteralmente una mosca bianca. Avevo con me un sacchetto di un famoso locale dove fanno un dolce molto rinomato. A fianco a me c’era una giovane madre con tre figli che facevano casino. Il più piccolo, di neanche due anni, era l’unico abbastanza tranquillo perché ciucciava la tetta della madre, ma aveva il pannolino sporco e puzzava in una maniera incredibile.

La madre era bassa di statura, con i capelli tinti di un biondo da poveri raccolti a cipolla in testa, aveva gli shorts di jeans e una canottiera di sintetico. Io ero in piedi e lei era seduta, e la vedevo che digitava messaggi sgrammaticati su whatsapp con un’amica. Si vedeva che era molto nervosa e che stava prendendo l’autobus per andare o tornare da una situazione difficile. Il resto della gente, per quanto umile, la guardava con pena. Lei scriveva alla sua amica che non ce la faceva più e che voleva ammazzarsi.

Io non ho detto niente, poi lei è scesa: non aveva abbastanza mani per tenere in braccio il pupo, tenere per mano gli altri due e afferrarsi lei stessa per non cadere. Miracolosamente entrambi i figli più piccoli sono riusciti a farsi strada tra la gente e a scendere con lei.

Io ho proseguito il mio viaggio: siamo passati per il barrio di Montserrat e di Congreso, percorrendo tutta plaza Miserere (un concentrato di miseria che mi ha suscitato ben poca misericordia) e poi Villa Crespo. Lì ho cominciato a tirare il fiato: le vie familiari, la gente sempre più bianca, le auto e le case sempre più belle, qualcuna persino moderna.


A novembre ho seguito un corso in pieno centro, che terminava alle nove di sera. Non è un orario molto notturno per Buenos Aires: molta gente esce dalle scuole serali a quell’ora, in più è l’orario in cui si comincia ad andare al ristorante. Tuttavia, l’Avenida Callao non era la stessa che percorrevo alle 18 per entrare al corso: lungo i marciapiedi c’erano materassi e donne con bambini e uomini ubriachi, per l’avenida passavano i camion della spazzatura a raccogliere enormi pile di rifiuti prodotte dal susseguirsi di pizzerie per cui quella zona è famosa.

Mi sono diretta alla metro con passo spedito, cercando di non guardare nessuno per evitare di attirare l’attenzione di qualche attaccabrighe. Stavo scendendo le scale della metropolitana dietro a una coppia di locali sulla cinquantina, marito e moglie. Al primo pianerottolo della discesa c’era una vecchia barbona avvolta in un sacco a pelo, con la faccia all’ingiù sui primi gradini della seconda rampa. Urlava qualcosa e tendeva il braccio alla coppia, non ho capito cosa dicesse, ma loro hanno tirato dritto e si sono infastiditi. Io non capivo se fosse caduta o se fosse ubriaca o se stesse solo elemosinando e ho quindi seguito la coppia con passo spedito, fino ad arrivare al binario.

Arrivata alla stazione di Gallardo, non riuscivo ad orientarmi: dovevo percorrere solo 6 isolati, ma avevo anche paura a tirare fuori il cellulare per capire da che parte andare e non volevo farmi vedere incerta. Le vie alberate di Buenos Aires, che tanto mi piacciono di giorno, erano buie di notte per via delle fronde che proiettavano ombre sul marciapiede dissestato e disseminato di cacche di cane.


Un’altra sera ho provato a rinunciare alla metro a preferire gli autobus, poiché mi lasciavano più vicina a casa. Gli ultimi quattro isolati, da fare a piedi, erano per fortuna in una zona con molti locali e molti giovani. Ho visto all’angolo la coppia di barboni che fa ormai presenza fissa da quasi un anno: di giorno c’è un negozio di batterie per auto, di notte arrivano loro due con un materasso, delle coperte e un carrello.

Mi sono sorpresa di riconoscere nella barbona la signora che qualche settimana prima aveva interrotto una conversazione con un amico per correggere il nome della successiva via: mi aveva sentito e si era gentilmente intromessa: da come era vestita, non era molto diversa da qualsiasi anziana bonaerense.

Lo stesso mi era capitato anche a San Isidro, dove c’era un giovane barbone con i rasta che girava nella zona da un anno: di giorno lo vedevo caricare il cellulare alla tabaccheria sotto casa o chiacchierare con il personale della stazione dei treni. Ogni tanto qualcuno gli comprava da mangiare o nei negozi di cibo gli davano i panini del giorno prima. Qualcuno doveva regalargli anche le sigarette perché lo vedevo sempre fumare.

Un giorno l’ho incrociato scendendo dal treno e sembrava un pendolare qualunque: la sporcizia e la trasandatezza che inevitabilmente notavo quando lo vedevo seduto per terra si mimetizzavano bene con la popolazione media locale quando camminava tra la folla.

 

5 pensieri su “Dieci milioni

  1. Quando sono stata in viaggio da sola a Buenos Aires ho amato molto la città, ma non ce l’ho fatta a uscire la sera, avevo paura. Solo dopo una decina di giorni mi sono sentita un po’ più a mio agio e sono tornata all’AirBnb una volta in metro e un’altra in taxi dopo cena. Ma capisco la diffidenza tua, nel viverla ogni giorno. Ci vuole un gran senso dell’unagi! (cit. https://www.youtube.com/watch?v=md-zDIxNht4)

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  2. Ti capisco, che peccato che all’epoca non ci conoscevamo ancora. Sarebbe stato bello girare insieme. Per fortuna i taxi costano poco e sono dappertutto. Dall’ultima lezione sono tornata in taxi. Il tassista era un giovane culturista. Quando mi ha lasciato sotto casa ha controllato che entrassi dal cancello. È stato un bel gesto!

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  3. A Buenos Aires si vede davvero di tutto.

    Personalmente, quando ero laggiù giravo di giorno e a tutte le ore della notte, da solo o in compagnia, in zone senza passanti o con un sacco di gente, senza nessuna paura. Forse era incoscienza, non ero molto spaventato, meglio cosi forse.

    Bazzicavo sopratutto tutta la zona di Ville Urquiza, Saveedra, e Palermo. A volte camminavo per 7/8 quadras nella notte e da solo… ma non ero molto spaventato. Certo, ogni volta che torno a Buenos Aires ammetto che sto sempre più attento, magari sono stato solo fortunato.

    O forse perchè non avevo molta paura. Ma capisco che per una ragazza… sia peggio.

    Non deve stare attenta solo a furti, ma pure ad altri tipi di violenze ben peggiori, immagino.

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