Gracias D1EGO

Eh sì, è tutto vero.

Per molti non è stato facile realizzare che El Diego è veramente morto. Quando ho appreso la notizia, peraltro su Facebook da qualcuno che aveva ripubblicato l’annuncio dei giornali italiani, mi si è gelato il sangue. La prima cosa che ho fatto è stato aprire la app de La Nación per avere la conferma. E la trovai: Murió Maradona.

Sono corsa da mio marito e gli ho detto “È morto Maradona”. Io tremavo e lui, pacatamente, disse: “C’era da aspettarselo”. Per essere uno che adora el Diez, sembrava averla presa bene. Tempo 24 ore ha realizzato la notizia ed è caduto in depressione, ed è rimasto sul divano con il telefonino nella mano sinistra guardando video sul Diez e servizi sulla sua morte, e il cucchiaio affondato nel pote di dulce de leche da mezzo chilo nella destra.

Io sono rimasta in shock per 2 giorni, incapace di funzionare. Potevo solo cercare compulsivamente notizie su Maradona, aneddoti di chi lo aveva conosciuto, articoli ad memoriam di giornalisti sportivi e no sia argentini sia italiani. Che tipo, el Diego. Quante storie su di lui! Quanti aneddoti delle sue gentilezze, dei suoi regali, delle sue battute, del suo comportamento da fenomeno anche fuori dal campo.

Quanta gente che ha aiutato, e dico aiutato di tasca propria e senza cercare pubblicità come fanno gli altri calciatori che “appoggiano” questa o quella causa, ma da lontano.

Eppure molti non hanno mai saputo vedere oltre i suoi difetti. Era umano, sì. Era un calciatore, non un economista né un politico. Eppure da lui ci si aspettava che fosse ultraterreno in tutti i campi della vita. “Lo volevamo scandinavo ma per fortuna è venuto fuori argentino.”


Il fenomeno di Maradona me lo spiego semplicemente così: è stato l’unico che ha reso felici tutti gli argentini senza doppi giochi, senza distinzione di classe e di cultura.


Maradona era al Napoli quando io andavo ancora all’asilo ma è stato il primo nome di calciatore che ho imparato nella mia vita. Maradona-Napoli. Pure i muri lo sapevano!

Ed è stato anche il primo argentino che mi è arrivato alle orecchie. Argentina? Maradona! Questo era più o meno tutto quello che avevo saputo sull’Argentina fino a pochi anni fa.

Cartello di ringraziamento a Maradona in Av. Córdoba

Maradona è uscito di scena in modo pacato. È morto con un dignitoso infarto nel sonno a casa sua, come Sean Connery, come un vecchietto qualunque. Considerate le occasioni che ha avuto per uscire di scena con un BANG!, si è comportato bene.

Ma Maradona non era più Maradona da tempo. Pieno di acciacchi alle articolazioni, problemi di cuore, dipendenze, figli illegittimi che spuntavano in ogni Paese dove avesse messo piede per più di un mese… Maradona attorniato di gente nuova, che si diceva lo volesse tagliare fuori dalla sua famiglia e dagli amici di sempre, come un vecchio leone spelacchiato preso da un impresario circense senza scrupoli che voleva fargli fare ancora un giro di pista, ancora un numero, ancora uno spettacolo.

Maradona è morto in un country, uno di quei barrios cerrados (quartieri privati) nella zona nord di Buenos Aires. Le foto della casa in affitto in cui si era trasferito (o lo avevano trasferito) appena 20 giorni fa, uscito dalla clinica di Olivos in cui era stato operato per un’emorragia subdurale, e scelta appositamente per la vicinanza con gli ospedali, mostrano una casa anonima, spoglia, come quelle che si affittano le vacanze fuori porta.

Non c’erano l’ex moglie (che però abita proprio in quel country), né la figlie, né tutti gli altri figli spuntati negli ultimi anni. Non c’era neppure il medico. È morto con la mucama in casa e un’infermiera. Già dai primi articoli usciti sui giornali, i dettagli non quadravano: dicono che l’ultimo a vederlo vivo sia stato il nipote alle 23 del giorno precedente. Ma dicono anche che il giorno seguente era stato visitato dallo psichiatra e dallo psicologo e che aveva annunciato di andare a fare un riposino a metà mattina, da cui non si è più svegliato. E dicono anche che invece l’hanno proprio trovato lo psichiatra e lo psicologo già morto. Ma anche che l’infermiera abbia sentito dei rumori nella sua stanza tra le 6.30 e le 7 ma non sia entrata per non disturbarlo. In compenso, nel registro di servizio ha scritto di avergli preso i parametri vitali alle 9.30 (una bugia). Insomma, un gran casino.

Nel mentre, il presidente della nazione, Alberto Fernandez, annuncia tre giorni di lutto nazionale e di camera ardente alla Casa Rosada, la sede del governo. I primi articoli su La Nación dicono che il vicesegretario del Governo, appena ricevuta la notizia, si è incaricato di contattare Claudia Villafañe, l’ex moglie di Maradona, per offrire la massima collaborazione da parte del Governo “anche la Casa Rosada per la veglia”.

Pare che Claudia e la famiglia desiderassero una cerimonia intima e privata, invece alla fine l’ha spuntata ancora una volta il circo: ci sarebbe stata la veglia alla Casa Rosada, ma solo fino alle 16 del giorno seguente.

Il Presidente aveva però annunciato tre giorni di camera ardente e la gente si era messa pazientemente in fila. C’erano 20 isolati di coda, cioè quasi 2 chilometri, e tutto ha proceduto bene fino alle 14. Si noti che qui “bene” va inteso senza incidenti, ma con una tifoseria da stadio tutta ammassata lungo il serpentone contenuto dalle transenne metalliche, mentre il Ministero della Salute diffondeva tweet in cui invitava a mantenere la distanza di due metri. Come se gli ultrà seguissero il feed del Ministero della Salute!

La fila fuori dalla Casa Rosada per l’ultimo saluto al Diego

La sfilata di tifosi dentro alla Casa Rosada tirava magliette, fiori, rosari sulla bara, che era stata allestita con la bandiera dell’Argentina, quella del Boca e quella di Argentinos juniors, la squadra in cui fece il suo debutto locale.

Arriva il Presidente, aggiunge il fazzoletto bianco delle Madres de Plaza de Mayo, arriva Cristina Kirchner, la vicepresidenta, e chiudono l’accesso al pubblico. Lei aggiunge un rosario.

A quel punto si scatena il putiferio perché la gente fuori spinge per entrare. Il presidente esce con il megafono a cercare di tranquillizzare la folla. La famiglia insiste con il terminare la veglia alle 16. Fuori si diffonde la voce e sfondano le transenne ed entrano a forza. La salma viene trasferita in un’altra stanza, custodita dai militari. Il Presidente si rifugia nel suo ufficio, la vicepresidenta in quello di un ministro. Si dice che questo sia stato il primo incontro del Presidente con Cristina negli ultimi 38 giorni e il fatto che si siano separati quando si è scatenato il tafferuglio fuori la dice lunga. Ha confessato un intimo del Governo che l’atmosfera, quando è arrivata Cristina, si poteva tagliare con un coltello.

A quel punto la famiglia insiste per portare via il feretro, mentre gli uomini del Presidente cercano di convincere Claudia Villafañe a prorogare di qualche ora la veglia, ma lei è irremovibile. È passata alla cronaca come quella che ha detto di no al Presidente. Dicono che ora quando ci sia da dire di no al presidente, si usi semplicemente “Hacé como Claudia” (fai come Claudia). ¡Eficaz!

Claudia, che non ha fatto entrare Rocío Oliva, calciatrice ed ex compagna di Diego per 5 anni, arrivata alla Casa Rosada alle 4 del mattino per la veglia a porte chiuse, quella riservata ai famigliari e agli intimi. “Non mi occupo io della porta”, le ha detto Claudia per telefono. Ma in realtà era lei ad avere compilato la lista di chi poteva e di chi non poteva entrare.

Claudia che non ha fatto entrare Matías Morlas, avvocato di Maradona dal 2016, che si dice lo avesse isolato dal mondo. Claudia che non ha fatto entrare Leopoldo Luque, il neurochirurgo che era il medico personale di Maradona e che lo aveva fatto operare alla testa.

Claudia che ha sempre portato le sue corna con una dignità che le sono valse l’ammirazione di tutto il Paese. Claudia, che nonostante fosse la cornuta più famosa d’Argentina, alla fine c’è stata e ha preso in mano la situazione.

Caricano la bara di Maradona in auto e parte il corteo funebre. Ci mette un’ora ad arrivare al cimitero privato di Bella Vista, fuori dalla Capital. Lungo le strade, la folla applaude, piange, grida, sventola le bandiere dell’Argentina, la gente indossa le magliette del Boca, della Nazionale, di Argentinos Junior e pure di altre squadre di calcio che non c’entrano niente ma sono un omaggio all’astro del futbol.

Maradona viene sepolto vicino a Don Diego y Doña Tota, i suoi genitori. La cerimonia è a porte chiuse e per la sola famiglia, il manager storico e pochi altri, ma nel cielo i droni sfrecciano per rubare le foto degli ultimi istanti del pibe de oro sopra la terra.

I giornali annunciano che il Governo dà la colpa a Horacio Larreta, il Governatore della Città di Buenos Aires, per i tafferugli alla Casa Rosada. Si filtra che l’ordine di chiudere la veglia è venuto dal Governo. Il Presidente Fernandez viene denunciato per gli incidenti e fortemente criticato per avere convocato una veglia in cui “si prevede un milione di persone” in piena pandemia. In compenso, due giorni dopo annuncia l’estensione della fase di aislamiento social fino al 20 dicembre. Very funny.

E questo è solo il circo politico: quello famigliare inizierà fra poco. O forse è già iniziato: spunta la pista di omicidio colposo e mala praxi per la mancata assistenza a Maradona convalescente.

7 pensieri su “Gracias D1EGO

      1. L’essere in bilico come…categoria dello spirito, e come perenne connotazione di governance. L’Argentina, quella peronista e quella liberista, è un Paese che gioca d’azzardo con la sua gente, con le sue risorse, con la sua storia. E quasi sempre rischia di perdere di vista sia il gioco sia l’azzardo. Non riuscire a risolvere l’annoso problema della povertà, superiore al 44%. Non ridurre un tasso di inflazione, vicina al 50%, tra i più alti al mondo. Non creare le condizioni per attrarre imprese dall’estero pur avendo risorse naturali e umane di grande valore. Sono questi gli “atti mancati” di una classe politica che riproduce se stessa al di là dell’orientamento politico, neoliberista o veteroperonista. Quella in carica oggi è peronista; il presidente Alberto Fernandez si è insediato un anno fa e la matassa è difficile da dipanare. Il Covid ne ha moltiplicato le criticità, l’Argentina ha superato quota 1,5 milioni di contagi.

        Patrimoniale

        Pochi giorni fa Fernandez ha varato una patrimoniale. La tassazione, una tantum, riguarda i soggetti in possesso di patrimoni superiori ai due milioni di euro.

        Il provvedimento è stato approvato con i voti della coalizione filo governativa peronista “Frente de Todos” e 26 contrari dell’opposizione di centro-destra.

        I promotori della nuova legge si propongono di raccogliere circa 3 miliardi di euro che saranno investiti in progetti produttivi e sanitari.

        Il presidente della Commissione Bilancio e Finanze, Carlos Caserio, ha dichiarato che l’iniziativa «darà un grande impulso economico all’Argentina». Il Paese, ha concluso, sta «uscendo da questa pandemia come si fosse trattato di una guerra mondiale, con migliaia di morti e un’economia molto danneggiata». In effetti la povertà in Argentina ha raggiunto alla fine del terzo trimestre del 2020 il 44,2% della popolazione, in aumento del 3,4% rispetto allo stesso periodo del 2019. Lo scenario mostra una paralisi degli investimenti, dei consumi e la disponibilità di posti di lavoro nell’economia formale, rallentando qualsiasi attesa di riattivazione, e danneggiando la piccola e media impresa. La relazione diretta tra informalità economica, povertà e escusione sociale genera risultati inquietanti.

        La fuga delle imprese

        È un rovello metafisico l’incomunicabilità tra il mondo delle imprese e quello dei governi argentini. Quelli liberisti hanno spesso (s)venduto a grandi gruppi stranieri terre e concessioni. Quelli peronisti hanno implementato misure farraginose che ne hanno scoraggiato l’arrivo oppure favorito l’addio. Dazi all’ingresso, tassazione sull’export e regole bancarie capestro.

        Gli italiani rappresentano una presenza storica a Buenos Aires, da Fiat a Techint, da Olivetti a Pirelli, da Parmalat a Camuzzi; automotive, siderurgia, agroalimentare, gas, ma anche Pmi. Tutti settori attraversati da un’ennesima crisi, gestita da un governo peronista guidato da Alberto Fernandez e dalla vicepresidente Cristina Fernandez de Kirchner in un contesto emergenziale, quello del Covid che ha colpito duramente il Paese latinoamericano. La patrimoniale sulle imprese è stata la scelta che alla Casa Rosada è stata considerata ineludibile.

        Cristiano Rattazzi, figlio di Susanna Agnelli e nipote di Gianni Agnelli, è presidente di Fiat Chrysler Argentina (Fca), ha rilasciato dichiarazioni agguerrite nei confronti di Fernandez, a un anno dal suo insediamento alla Casa Rosada: «Dire che lo Stato produce ricchezza, beh, non l’ho mai sentito né in Venezuela, né a Cuba, né in Unione sovietica». Gli investimenti, ha aggiunto, li possono effettuare solo i ricchi e l’uscita dalla crisi è plausibile solo se trainata dalla esportazioni. E invece «il sistema è costruito con regole che esaltano la modalità anti-esportativa». Infine ha ribaltato gli attacchi al neoliberismo, contrapponendo i pericoli del “neopobrismo”, neo povertà.

        Una polemica aperta, quella tra Rattazzi e il presidente Fernandez che pochi giorni fa aveva implicitamente attaccato l’imprenditoria, dichiarando che «dalla povertà non si esce con programmi ma con imprenditori che investano e creino posti di lavoro».

        Molto meno aspro il confronto tra Paolo Rocca, ceo di Techint, un gruppo presente da decenni, e il ministro dell’Economia, Martin Guzmàn. In un dialogo aperto sulle modalità di ripresa di un tessuto imprenditore lacerato dal Covid, Rocca ha mostrato disponibilità imprenditoriale, «siamo qui per appoggiare, favorire la ripresa». Tuttavia ha chiesto una riduzione della tassazione per incentivare una ripartenza, dopo un anno durissimo. La replica di Guzman, in merito alla tassazione, è stata un “niet”. «Non siamo in grado di ridurre gli introiti fiscali». La stabilità, secondo il ministro dell’economia, è in cima a tutte le priorità. Nell’altalena di accordi e incomprensioni che i governi peronisti e gli imprenditori, di vari settori, hanno esibito negli ultimi anni, quello attuale pare comunque un momento grigio. Al di là delle presenze storiche la ritirata delle imprese è un fenomeno diffuso. Falabella, capitale cileno, attiva nel settore dell’abbigliamento e degli elettrodomestici, ha lasciato il Paese. Nike abdica e lascia ai messicani di Axo, così come Basf che si trasferisce altrove. Un disastro sul fronte delle compagnie aeree; il settore è stato sì colpito dal Covid ma soprattutto dalla forte riduzione di potere di acquisto degli argentini che certo non possiedono liquidità per viaggiare. Air New Zealand, Qatar Airways, Emirates, Norwegian Airways hanno seguito la stessa strada. Il colpo ferale è arrivato da Latam, la compagnia regionale, in Argentina da 15 anni.

        Ciò che dà qualche segnale di vitalità è il capitalismo di stato, Il presidente Alberto Fernández, ha firmato quattro accordi con la Cina del valore di 4,69 miliardi di dollari per la riattivazione di tre linee ferroviarie merci e l’acquisizione di materiale rotabile per il trasporto ferroviario di passeggeri in 13 province argentine. Le opere genereranno più di 28mila posti di lavoro.

        L’Argentina delle grandi opportunità (perdute), osservata in chiave storica, cambia scene e piani temporali ma rimane concettualmente imprendibile. Scriveva Umberto Eco, «di cui non si può teorizzare, bisogna solo narrare».

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      2. Grazie! Il problema è che qui i governi vedono sempre solo metà del problema e quindi propongono metà soluzione. Se il governo è peronista/populista, la soluzione sta nel creare posti di lavoro, peccato che siano creati con un tocco di penna e che siano tutti posti statali. Le imprese private, invece, non hanno mai l’incentivo alla creazione di posti di lavoro perché le loro tasse servono a mantenere lo stato (con tutto il baraccone di sussidi, impiegati pubblici ecc.). Inoltre la politica lavorativa Argentina tutela moltissimo i lavoratori dipendenti e anche questo disincentiva la creazione di posti di lavoro nel settore privato. In più, sono convinti che per creare potere d’acquisto basti dare più soldi alla gente, soldi che però non arrivano da attività a valore aggiunto bensì tramite sussidi statali. Dato che non è possibile avere soldi per tutto, la soluzione sta nello stampare più soldi, cosa che aumenta l’inflazione. Così da una parte danno soldi che non hanno e dall’altra ne riducono il valore. Molte aziende se ne stanno andando ed è comprensibilissimo. Anche io a volte ho avuto il pensierino di avviare un’attività qui, ma poi mi son detta “ma chi me lo fa fare!”. L’azienda Argentina che ha successo è quella che viene comprata da fuori per riprodursi all’estero o che arriva al punto di potere spostarsi all’estero (Apre di in Cile o Uruguay o USA).

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  1. L’eclissi di sole e… del business
    R.D.R.

    L’eclissi, un evento astronomico ma anche una metafora economica dell’Argentina. La Patagonia è sprofondata nelle tenebre, con le stelle ben visibili in pieno giorno, proprio alle h.13. L’oscuramento è avvenuto in una fascia trasversale di circa 100 chilometri. Il ministero del Turismo della provincia di Río Negro, un migliaio di chilometri a sud di Buenos Aires, aveva previsto che, in assenza della pandemia da Covid, nella zona dell’eclissi si sarebbero concentrate almeno 70mila persone. Purtroppo l’autorizzazione ad arrivare in Patagonia è stata concessa solo a 200 scienziati provenienti dal mondo intero.

    Una metafora quella dell’eclissi, su cui vari giornali argentini hanno redatto articoli velati d’ironia. Un’eclissi che si replica anche nel mondo delle imprese, in un Paese in cui fare business è u’arte difficile, anche se sulla mappa geografica le opportunità sarebbero strepitose. Invece nelle business review, dei Paesi anglofoni ma anche in quelle degli ispanofoni, il più gettonato tra i titoli è “por que se van las empresas argentinas?”, perché le imprese argentine (e straniere) se ne vanno? Il comune denominatore è uno, l’instabilità finanziaria coniugata a un’alta volatilità del tasso di cambio. L’inflazione, vicina al 50% da almeno un lustro, dà contezza delle difficoltà di un direttore finanziario di qualsiasi impresa.

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